La costellazione del Sagittario ha in sé il centro della galassia, il suo punto più luminoso. La mitologia racconta che il centauro Chirone, essere immortale metà uomo e metà cavallo, nonché saggio sovrano di queste stelle, abbia suddiviso gli astri in decine di gruppi diversi, utili a mappare la volta celeste e offrire una bussola agli Argonauti durante il loro viaggio alla conquista del vello d’oro. Il gruppo del Sagittario, dunque, è un’accuratissima metafora di equilibrio e centralità. E una delle più eclettiche cantautrici italiane l’ha scelta – non a caso, direi – come immagine per sintetizzare il suo singolo più recente.
Stiamo parlando di Irene Grandi, che lo scorso 11 ottobre ha pubblicato Universo, una canzone scritta da Francesco Bianconi e Kaballà e prodotta da Pio Stefanini, che racconta cosa significa resistere all’alienazione o, anzi, resistere nonostante l’alienazione.
È un pezzo maturo, un upbeat attraversato da tensioni malinconiche che si schiude a un’universalità tipica degli ultimi lavori di Grandi. Sulla copertina del singolo, realizzata da Virginia Monteverdi, la sagoma della cantautrice si delinea proprio a partire dalle stelle della costellazione del Sagittario. Lei, infatti, dal 1994 a oggi, in questi trent’anni di carriera il centro sembra non averlo perso mai. Pur sperimentando e spiazzando, Grandi è riuscita là dove moltissimə falliscono: custodire un’essenza, mantenersi fedeli pur nelle trasformazioni.
Così, la ragazza irriverente di Firenze, quella discola con la passione per il rock e per il blues si è spinta in territori che anche lei credeva impensabili. Ha attraversato il pop più sfacciato e corteggiato le frange più raffinate della nostra musica indipendente: non solo Bianconi, ma anche Cristina Donà, Saverio Lanza, Antonio Dimartino. Ha cantato brani di Pino Daniele e di Vasco Rossi, ma esordito con il benestare di Jovanotti. È stata in classifica e in televisione, poi però è tornata al blues e si è addentrata con maestria nei territori del jazz. È stata una strega a teatro con Stewart Copeland e una cantautrice imprendibile. Non mancano incursioni nel raggae e nell’acid rock, nel repertorio natalizio e in quello dance.
L’abbiamo intervistata.

Intervista a Irene Grandi
Quante cose, Irene. Sempre diversa, ma sempre te stessa. Come ci si mantiene saldə al proprio centro, pur nell’evoluzione?
Non lo nego: ho spesso paura di apparire troppo frammentata. Sono frammentata. In questi trent’anni di carriera non sono mancate le scelte contraddittorie. Quando ero all’apice del successo, ho cambiato strada. Qualcuno è rimasto indietro, ovviamente, però credo che solo cambiando si possa mantenere il proprio centro. La stasi non esiste, l’equilibrio ha a che fare con il movimento. Mi sono fidata, rischiando, del mio sentire. Ho lasciato, spesso, fosse l’istinto a guidarmi. L’istinto e la voce. Sono una persona che è emersa dalla propria musica, dalla propria voce.
Da La tua ragazza sempre a Finalmente io passando per Un vento senza nome hai sempre portato canti di rivendicazione, di accettazione e libertà. Lo fai anche nei tuoi due singoli più recenti, Universo e Fiera di me. In quest’ultimo canti: «Farò dei miei difetti la mia perfezione». Ti sei accettata davvero?
Persevero, dai.
Cioè?
Non lo so se mi sono accettata completamente, però sono più consapevole e voglio continuare a lavorare in questa direzione. È vero, ho sempre cantato la rivendicazione, ma tutto è sempre stato relativo all’età che avevo. All’inizio ero più irruenta, convinta di voler portare sul palco, e non solo, una nuova immagine di donna. Una donna libera, appunto, mai leziosa. Non mi facevo troppe domande. Poi ho cominciato a farmele, ho iniziato a scavare, a vedere cose che prima non avrei visto. Ho iniziato a vedere i difetti. Prima dovevo affermarmi, poi potevo capirmi. Per accettare sé stessi e gli altri bisogna farsi domande, bisogna perseverare anche su strade meno battute, bisogna fare ricerca.
Nel video, ormai cult, di Bruci la città tu appari nella forma di un avatar tridimensionale che si aggira per una metropoli al collasso. È una metafora, dai. Rappresenta bene l’artista che sei. Una cantautrice tridimensionale in un’industria che spinge verso l’appiattimento. Come si rimane integri pur rimanendo all’interno del mercato?
Dal mercato bisogna sapere entrare e uscire. Io ci entro quando so di avere qualcosa che può interessargli. Se produco un pezzo pop, per esempio, so di potere stare nel mercato. Ma progetti come Io in Blues (una tournée in cui Irene Grandi ha interpretato e ri-arrangiato brani del suo repertorio e classici di ogni tempo in chiave blues, da Otis Redding a Mina, da Tracy Chapman a Etta James, da Pino Daniele a Willie Dixon, ndr), invece, non sono appetibili dal punto di vista discografico. Ciò non significa che non possano avere successo.
È un successo diverso.
Sì, non mi fanno crescere discograficamente, ma mi permettono di esibirmi in teatri stupendi. Mi danno, come dicevi, tridimensionalità. Mi danno un’altra credibilità. Mi fanno incontrare il pubblico, anche un pubblico diverso. E quella è la cosa più importante. Se incontri il pubblico, vuol dire che c’è ancora voglia della tua musica.
È difficile oggi stare nel mercato?
Sì, molto, ma non è impossibile. La discografia è cambiata tanto. Oggi le case discografiche investono molto di meno, anzi chiedono agli artisti di investire denaro nella produzione, però proprio per questo, interferiscono meno con il lavoro dell’artista. Questo permette di non sentirsi oppressi, di essere più liberi.
Forse, però, non vale la stessa cosa per gli esordienti. Sbaglio?
Da loro, molto spesso, ci si aspetta altro. Dagli artisti della mia generazione il mercato non può pretendere i numeri che invece può ottenere con una certa facilità dai giovanissimi. Sono diversi i pubblici di riferimento, i canali, la fruizione. Banalmente i social network permettono di raggiungere tantissime persone in pochissimo tempo. Certo così si fa tutto volatile. È una dinamica fagocitante, pericolosa. La difficoltà in quel caso sta nel mantenerlo, il successo.
Sanremo 2010: sei in gara con La cometa di Halley, contenuta in uno dei tuoi album migliori, Alle porte del sogno. Le cose tutto sommato vanno alla grande, ma tu poi ti fermi. Cosa è successo?
Quel momento segna uno spartiacque nella mia carriera. Dopo quell’album, anche per una serie di coincidenze manageriali e discografiche, ho preso un anno sabbatico. Volevo capire se avevo ancora voglia di fare questo lavoro. Ho pensato per un attimo di volere cambiare strada, di voler smettere per sempre. Mi sono fermata, mi sono messa in viaggio, ho cercato il mio centro altrove. Poi mi sono riavvicinata alla musica, anche grazie a Stefano Bollani. Ho lavorato con lui a un progetto jazz, e ho continuato a sperimentare insieme ai Pastis (un duo che si occupa di videomusic e videoart). Queste esperienze mi hanno riportato alla musica, hanno aperto nuove strade. Stava a me osare, stava a me conquistare un pubblico nuovo. La voglia di sperimentare, da lì in poi, non mi è più andata via. Nel 2022, per esempio, sono stata protagonista in teatro di un’opera rock, The Witches Seed, firmata da Stewart Copeland, il fondatore dei Police.
È durante il tuo anno sabbatico che hai scoperto lo yoga?
Sì, non credo sia un caso. Spesso le cose arrivano tutte insieme. Lo yoga mi ha dato molta forza, mi ha dato il coraggio di fidarmi del mio istinto, di questa mia sensazione, del desiderio di cambiare strada. Mi ha insegnato anche una cosa importantissima; che il lavoro va svolto con cura, ma che non è mai sano attaccarsi troppo ai frutti del proprio lavoro. Cerco di non farlo.

Guardando indietro, ai tuoi esordi, c’è qualcosa di cui non andavi fiera e che invece adesso rivendichi?
Ero molto giovane quando ho esordito. Mi sono dovuta affidare a persone molto più grandi e più esperte di me. Ho dovuto salutare la mia band e affidarmi ad altri musicisti. All’epoca non ne andavo fiera, mi ha fatto molto soffrire anche se non lo mostravo. Oggi, invece, credo sia stata la cosa più giusta.
Sacrificarsi, dici?
Ascoltare i maestri, affidarsi a quei guru. Oggi non ce ne sono di maestri, tutti credono di poter insegnare senza avere esperienza. È triste. Ho avuto degli ottimi maestri, andavano ascoltati. Li ho ascoltati.
Eri già così fiera di te?
Ero più insicura, chiaramente. L’autostima è una cosa su cui devo spesso lavorare, ancora oggi. Il mio perfezionismo, però, mi spinge a dare il meglio di me.
Di cosa aveva paura l’Irene degli esordi?
Paura è una parola che non mi piace. Non ho mai avuto troppa paura. Mi preoccupava l’idea di perdere quello che avevo ottenuto, quello sì. Ero diventata famosissima subito e avevo il timore che tutto potesse finire. Soprattutto, temevo di annoiare e di annoiarmi.
E oggi di cosa hai paura?
Delle stesse cose, della noia, di non avere più niente da dire.
Paure poche, rimpianti?
Uno, ma ho imparato ad accettarlo. Mi è dispiaciuto non riuscire a imparare a suonare uno strumento. Non sono mai riuscita a fare con le mani quelle che invece con la voce mi viene naturale. Va bene così.
Le donne, le persone, di cui canti nelle tue canzoni sono sempre in movimento, sempre in viaggio. C’è nei testi dei tuoi brani sempre questa tendenza ad andare oltre, a lasciare andare. A che punto sei del tuo viaggio?
Ogni volta, ogni giorno, è un nuovo viaggio. È sempre come fosse il primo e l’ultimo viaggio insieme. Il viaggio è una grande metafora della vita, secondo me. Mi piace cantare di viaggi e di partenze, racchiude un po’ tutte le energie del mondo. Viaggiare permette di osservare i paesaggi – fisici e interiori – senza soffermarsici troppo.
Il 1°novembre comincerà la tournée con cui celebrerai i tuoi trent’anni di carriera, poi seguirà un album. Cosa dobbiamo aspettarci?
Il desiderio è quello di fare una sintesi del mio percorso frammentario. Hai presente la tecnica del kintsugi, quella con cui si riparano le ceramiche ricomponendo tutti i cocci con le colate di oro? Ecco, vorrei che l’effetto fosse quello. Vorrei che fosse evidente che tutti i frammenti di me, della mia musica e della mia carriera sono in realtà legati dall’amore per la musica. Vorrei che il tour e poi l’album fossero la sintesi delle mie anime. In me e fuori da me, tutto è uno scambio continuo, tutto è duale: senza dolore non c’è piacere, senza piacere non c’è dolore. Per questo, io sono alla ricerca dell’armonia nei contrasti, nelle contraddizioni, nella complessità.
Irene Grandi: le date del Fiera Me Tour
Di seguito, le date del Fiera di me tour
venerdì 1° novembre 2024 – Teatro Dogana | San Marino
domenica 3 novembre 2024 – Teatro Politeama | Catanzaro
martedì 12 novembre 2024 – Teatro Duse | Bologna
lunedì 18 novembre 2024 – Teatro Manzoni | Milano
domenica 24 novembre 2024 – Teatro Golden | Palermo
lunedì 25 novembre 2024 – Teatro Metropolitan | Catania
sabato 30 novembre 2024 – Teatro dell’Aquila | Fermo
lunedì 2 dicembre 2024 – Teatro Verdi | Gorizia
sabato 7 dicembre 2024 – Auditorium Parco della Musica | Roma
lunedì 9 dicembre 2024 – Teatro Verdi | Firenze
martedì 10 dicembre 2024 – Teatro Politeama | Genova
