TDOR, sono 350 le vittime di transfobia quest’anno: i dati aggiornati dell’osservatorio TGEU

L'Italia mantiene il suo triste primato come paese UE con più incidenza di omicidi di persone trans. Ma il fenomeno si espande a livello globale, coinvolgendo paesi che fino ad ora non erano stati inclusi nel monitoraggio.

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350 morti trans TDOR 2024 osservatorio TGEU
Nel 2024 le persone trans uccise sono state 350 secondo l'osservatorio TGEU
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Il quadro tracciato dal rapporto annuale del Trans Murder Monitoring di TGEU, pubblicato all’inizio della Trans Awareness Week 2024 e in vista del Trans Day of Remembrance del 20 novembre, è drammaticamente desolante.

Con 350 nuovi omicidi registrati nell’ultimo anno – una delle cifre più alte mai registrate dall’inizio del progetto – il totale supera ora le 5.000 vittime documentate dal 2008.

Dati che testimoniano una violenza capillare, ma anche una crescita spaventosa e inarrestabile, che continua a perseguitare la comunità trans e di genere non conforme a livello globale, alimentata da un discorso d’odio in ascesa grazie alla diffusione di movimenti reazionari negli Stati Uniti, in Europa, in Africa, ma soprattutto in America Latina.

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Omicidi di persone trans, le vittime sempre più giovani

L’incremento rispetto all’anno scorso è marcato: dai 321 omicidi registrati nel 2023 ai 350 del 2024. Si tratta di un aumento rilevante, considerato che già il 2023 aveva rappresentato un picco di violenza rispetto agli anni precedenti.

La dichiarazione congiunta di TGEU, GATE, ILGA World, APTN, IGLYO ed ESWA attribuisce questa tendenza all’espansione globale di politiche e movimenti anti-LGBTQIA+, una strategia sistematica dei movimenti anti-genere e anti-diritti, che strumentalizzano e denigrano le persone trans per rafforzare agende politiche antidemocratiche.

“Si tratta di un fenomeno alimentato da una crescente diffusione dell’odio, sia online che offline, con attacchi che provengono in particolare da figure politiche, leader religiosi e altri personaggi pubblici”, sottolinea la dichiarazione. “Questa escalation è favorita dall’assenza di leggi incisive sui crimini d’odio, che tutelino efficacemente l’identità e l’espressione di genere, e da una disinformazione manipolatoria, resa ancora più pericolosa dalla mancanza di responsabilità delle piattaforme social nel garantire un’informazione corretta”.

Il 94% delle vittime sono donne trans o persone transfemminili, a dimostrazione del ruolo preponderante della misoginia nelle dinamiche di violenza transfobica. Le lavoratrici del sesso restano il gruppo più colpito dalla brutalità transfobica. Eppure, per la prima volta, la percentuale delle vittime in questa categoria scende al 46%, il punto più basso mai registrato da quando TGEU ha iniziato il monitoraggio. La violenza non risparmia più alcun ambito.

Un altro dato allarmante riguarda la discriminazione razziale: il 93% delle vittime appartiene a minoranze etniche, con un incremento del 14% rispetto all’anno precedente. Ma il quadro si fa ancora più cupo se si guarda all’età delle vittime: un terzo aveva tra i 31 e i 40 anni, un quarto tra i 19 e i 25 anni, e ben 15 di loro erano giovanissimi, sotto i 18 anni.

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Brianna Ghey, vittima di transfobia nel 2023 a soli 16 anni

Il triste primato dell’America Latina

Con il 73% degli omicidi globali di persone trans, l‘America Latina e i Caraibi continuano a rappresentare il baratro più nero della violenza transfobica. Brasile, Messico, Colombia e Perù si confermano, tristemente, il loro bilancio devastante; il Brasile, ancora una volta, guida questa macabra classifica per il diciassettesimo anno consecutivo, accaparrandosi da solo il 30% delle vittime mondiali.

Che in questi paesi esistano reti LGBTIQ+ più solide e attive nel documentare la violenza, è un dettaglio che rende questi numeri ancora più agghiaccianti, non certo più accettabili: la visibilità dei casi in America Latina non lenisce la ferocia del fenomeno, ma testimonia, anno dopo anno, la brutale normalizzazione di un vero e proprio stillicidio.

Ma la violenza non si ferma qui. I dati di quest’anno testimoniano anche un’espansione geografica del fenomeno: per la prima volta, il Trans Murder Monitoring ha rilevato omicidi di persone trans in Burkina Faso, Costa d’Avorio, Namibia, Nigeria e Siria. La crisi è globale e si allarga, trascinando con sé nuovi territori finora poco monitorati.

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E se in Europa, il numero di casi si è dimezzato rispetto al 2023 (da 16 a 8), l’Italia continua a detenere il suo triste primato come paese UE che presenta la maggior incidenza di omicidi di persone trans.

Negli Stati Uniti, invece, la conta dei morti cresce: si passa da 31 a 41 omicidi. In Africa, la documentazione del 2024 rivela un aumento allarmante con nove omicidi, il picco più elevato mai raggiunto dall’inizio del monitoraggio del continente africano 2012.

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Samantha Gómez Fonseca, attivista e politica transgender messicana uccisa a inizio anno

Il ruolo dei social media e la disinformazione istituzionalizzata

Ma da dove nasce tutto questo astio, e come si diffonde in maniera così capillare? Per TGEU e i suoi partner, la risposta è semplice quanto terrificante: l’amplificazione dell’odio sui social media.

Con la loro scarsa regolamentazione e un’assenza pressoché totale di responsabilità nel contenere le narrazioni transfobiche, le piattaforme tech – in particolare l’X (ex Twitter) di Elon Musk – sono diventate un vero e proprio crogiolo per la propaganda d’odio.

L’inaccessibile polis privata dei colossi social resiste determinata all’interferenza normativa dei singoli Stati, rendendo quasi impossibile applicare regolamentazioni nazionali efficaci contro i discorsi d’odio. Un’autonomia tutelata da barriere giuridiche e tecniche, che priva i paesi degli strumenti necessari per intervenire in modo incisivo, lasciando ai singoli magnati la facoltà di applicare – o non applicare – le regole.

La conseguenza è una cronica assenza di normative solide e applicabili, che rende le piattaforme un terreno fertile per la proliferazione dell’odio e della disinformazione.

Il risultato è tangibile: la violenza contro le persone trans non si limita a pochi episodi isolati, ma si manifesta ovunque, dalle strade, dove si registra il 34% degli omicidi, fino alle case delle vittime, il 22% delle scene del crimine, un rifugio che ha perso ogni funzione di protezione.

Ma questi dati, già agghiaccianti, non sono che la punta dell’iceberg. Come spiegano i ricercatori, le cifre raccolte da TGEU rappresentano solo una frazione della realtà. Molti omicidi restano non documentati o, peggio, sono registrati in modo errato, oscurati da errori di classificazione di genere o dall’incapacità di riconoscere le vittime come persone trans.

Lacuna sintomo di un fenomeno ancor più radicato: la violenza e la discriminazione sistemiche e istituzionalizzate contro le persone trans si alimentano di un contesto sociale, politico ed economico che, da paese a paese, sostiene e perpetua la marginalizzazione. La realtà, quindi, non è solo quella dei numeri: è una crisi profonda e intersezionale, un circuito in cui l’odio si rigenera e si adatta, trovando nuova linfa in ogni angolo della società.

“Ogni anno, TGEU documenta omicidi di persone trans a livello globale per evidenziare quanto queste vite siano esposte a rischi superiori rispetto a qualsiasi altra comunità – commenta Ymania Brown, Direttore esecutivo di TGEU — Trans Europa e Asia Centrale – Con il traguardo sconcertante di 5.000 omicidi registrati dall’inizio del progetto Trans Murder Monitoring, noi, persone e comunità trans di tutto il mondo, siamo esausti di dover continuamente chiedere: quando finirà questa violenza? Non possiamo più permetterci di attendere. È tempo che gli Stati prendano una posizione chiara e agiscano con decisione per arginare l’ondata di attacchi e discorsi d’odio contro le persone trans, interrompendo questo ciclo di violenza. Le nostre vite dipendono da questo!”

© Riproduzione riservata.

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