Sanremo 2025 si preannuncia un’edizione all’insegna del raccoglimento. Carlo Conti, nel presentare le linee guida della prossima kermesse, ha parlato di un Festival che si propone come rifugio dalle tensioni politiche e sociali del presente, privilegiando brani che esplorano “il micromondo, ciò che ci circonda e che ci tocca personalmente“. L’intento, a suo dire, sarebbe quello di dar voce a un’esigenza “naturale” degli artisti di parlare “di famiglia, relazioni, emozioni intime“, lontano da “temi globali” come immigrazione e conflitti. Una scelta che, tuttavia, ha acceso il dibattito.
L’intimismo come bolla conservatrice
In un’Italia dove il governo di destra traccia linee sempre più marcate sull’esclusione delle minoranze marginalizzate, in primis la comunità LGBTIQ+, il Festival sembra ora scegliere la via dell’autocensura preventiva. La domanda che sorge spontanea è: davvero è “naturale”, per gli artisti, rifuggire dalle istanze collettive? Oppure dietro questa presunta spontaneità si cela l’ombra di un Paese che preferisce soffocare il pensiero critico, anestetizzando la cultura con un’introspezione vuota?
Ecco la lista dei 30 cantanti big, a cui si aggiungeranno 4 giovani. Non vogliamo citare alcuni nomi che, auspicabilmente, potrebbero portare all’Ariston qualcosa in più del semplice non disturbo invocato dal governo padrone. Sarebbe ingiusto verso gli artisti, che meritano – come si dice – di non essere tirati per la giacchetta. I nomi annunciati poco fa al TG1 da Carlo Conti:
Achille Lauro
Gaia
Coma_Cose
Francesco Gabbani
Willie Peyote
Noemi
Rkomi
Modà
Rose Villain
Brunori Sas
Irama
Clara
Massimo Ranieri
Emis Killa
Sarah Toscano
Fedez
Simone Cristicchi
Joan Thiele
The Kolors
Bresh
Marcella Bella
Tony Effe
Elodie
Olly
Francesca Michielin
Lucio Corsi
Shablo feat Gyè, Joshua, Tormento
Serena Brancale
Rocco Hunt
Giorgia
L’inciampo americano
Inutile negarlo. Le recenti elezioni americane hanno mandato un segnale di sfiducia rispetto alle star della musica e dell’entertainment che abbraccino le battaglie politiche con dichiarata manifestazione di intenti. Non è infatti servito a molto il fatto che Taylor Swift e compagnia hollywoodiana cantante dichiarassero il proprio voto per Kamala Harris. Anzi secondo alcuni analisti le pressioni dello star stystem USA avrebbero incoraggiato la famosa pancia dell’America a prendere le distanze da quelle icone tutte gloria, denaro e lustrini, così lontane dalle istanze politiche della gggente. Il risultato è che ora alla Casa Bianca arriva una specie di tiranno, miliardario e colluso con lo star system come Donald Trump.
L’invisibilità del conflitto
Ma torniamo a Sanremo 2025, dove la politica non è mai stata neutrale. Ogni palco, ogni canzone, è uno specchio che riflette o distorce il momento storico che viviamo. Restaurare un linguaggio intimista, dopo anni di brani che hanno osato sfidare i dogmi – dalle unioni civili alla denuncia delle diseguaglianze – non rischia di somigliare a un inchino ai poteri forti, pronti a usare la cultura come mezzo di controllo sociale?
Le parole di Conti – “parlano del micromondo, di ciò che ci circonda” – appaiono rassicuranti, persino seducenti. Ma cosa accade se questo “micromondo” diventa un alibi per ignorare le battaglie collettive? Le canzoni di Sanremo, negli anni, hanno saputo diventare manifesti politici, portando sul palco la voce di chi non aveva diritto di parola altrove. Da “Porta romana” di Gaber nel 1961, canzone operaia, a “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco nel 67, simbolo di un disagio generazionale, a “Soldi” di Mahmood, che esplorava le complessità delle radici culturali e familiari, fino a Ghali che l’anno scorso con “Casa mia” ha sbattuto in faccia al potere le sue incongruenze (per usare un eufemismo) guerrafondaie:
“per tracciare un confine con linee immaginarie bombardate un ospedale”
Sanremo è stato – almeno in parte – una piazza aperta al conflitto e alla trasformazione sociale. Ora, invece, sembra delinearsi un’idea di “intimismo” che rischia di trasformarsi in una zona franca, dove non si combattono battaglie né si interrogano i sistemi di potere. La famiglia, le relazioni, le emozioni personali sono importanti, certo, ma a quale prezzo?
L’assenza di canzoni che parlano apertamente di grandi questioni universali (immigrazione, guerra, discriminazioni, salute del pianeta, diseguaglianze) non è forse una scelta politica tanto quanto il loro inserimento?
Sanremo, in questo senso, non sembra riflettere un’esigenza degli artisti, ma piuttosto quella di chi governa il discorso pubblico. E infatti il buon Conti, pur tuttavia in odor di simpatie progressiste, si dimostra più mansueto di Amadeus. Sarà stato, del resto, quello il mandato: Sanremo faccia Sanremo, in fondo sono solo canzonette.

Le canzoni che fanno venire i “Brividi”
In questo ragionamento frantumato dall’incapacità – tutta mia – di presentarvi una verità, resistono però scolpite alcune realtà che non possiamo ignorare. E cioè che un artista, partendo dall’intimità delle proprie esperienze dolorose o gioiose o scabrose che siano, può senz’altro tracciare una narrazione che sia politica, perché ogni vita e ogni emozione, in fin dei conti, è politica. Non è necessario andare troppo indietro nel tempo. Basta tornare a poche edizioni fa, Sanremo 2022, quella vinta da Mahmood (ancora!) e Blanco con “Brividi”. Quella canzone, quel testo e la performance che i due artisti portarono sul palco non ci regalarono forse un piccolo gioiello di narrazione intimista che fu cristallina politica? Due uomini che bisticciano sul palco come due innamorati alle prese con una crisi d’amore, forse – e dico forse – non saranno stati più efficaci di tanti proclami dichiarativi ed espliciti? E allora, forse, qualcuno sta sottovalutando la potenza della canzonetta? Dipende, perché non dobbiamo dimenticare che le canzoni sono state scelte da chi le ha già ascoltate (il potere, per mano di Carlo Conti). Dunque?
La cultura come specchio del potere
In un contesto storico in cui le politiche destrorse puntano a limitare i diritti delle minoranze e a reprimere le voci fuori dal coro (all’Università di Sassari la Ministra Bernini si è presa la briga di mettere sotto osservazione un corso di teorie queer!), il Festival appare sincronizzato e questo non stupisce. Scegliere di “non disturbare” non è una decisione neutrale, ma una forma sottile di consenso. Un Sanremo che evita il dibattito diventa il simbolo di un Paese che guarda a sé stesso, ma non al mondo.
Se è vero che il potere ama la distrazione, il disimpegno, l’assenza di conflitto, allora Sanremo 2025 rischia di diventare un pericoloso specchio della volontà politica del momento. In un’Italia dove la destra si rafforza, c’è da chiedersi: è un caso che si scelga proprio ora di puntare tutto sull’intimismo? O è una strategia per disarmare culturalmente una società che, quando canta insieme, può diventare più consapevole e, quindi, pericolosa?
Il “micromondo”, caro Conti, è un luogo prezioso. Ma non possiamo permettere che diventi un recinto. Perché anche le emozioni personali, per quanto intime, sono modellate da un sistema più grande. E Sanremo, da sempre, è stato lo specchio di quel sistema. Ora, noi di Gay.it, come nessun altro ad oggi, non sappiamo se tra le 30 canzoni selezionate (+4 dai giovani), ci saranno brani che sapranno raccontare un fatto intimo e privato con potenza universale tale da diventare messaggio politico. Ce lo auguriamo con tutto il cuore e con il pugno alzato. Sarebbe giusto, ancora una volta. Anche e solo per ricordare al potere che non è mai una buona idea sottovalutare la forza liberatrice di una canzonetta.
