Sono passati dieci giorni dalla Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne, e già quel silenzio che segue le grandi celebrazioni comincia a farsi sentire. Ieri, una sentenza ha condannato Filippo Turetta all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Cecchettin. Una giustizia parziale, che ha lasciato fuori l’aggravante dello stalking, come se quel tassello fosse trascurabile. È così che la violenza di genere, ancora una volta, viene trattata in Italia: un’emergenza sporadica, un episodio slegato da qualsiasi logica più profonda. Ma la realtà ci mostra tutt’altro.
La realtà è fatta di numeri, come quelli che l’ISTAT ci restituisce impietosamente. 3,5 milioni di donne, pari al 16,1% della popolazione femminile tra i 16 e i 70 anni, hanno subito atti persecutori. Nel primo semestre del 2024, il fenomeno ha visto un’impennata 6% rispetto all’anno precedente. Le donne sono il 74% delle vittime, ma meno del 14% di loro denuncia. Paura di non essere credute, di non essere protette, di peggiorare la situazione. Paura che spesso si rivela più potente della stessa violenza.
Roberta Parigiani, avvocata e attivista del Movimento Identità Trans, ha però deciso di sfidarla. Negli ultimi giorni ha vissuto sulla propria pelle l’angoscia di essere perseguitata. Quaranta chiamate anonime in un giorno, un telefono che non smette di squillare. Quando risponde, dall’altra parte della cornetta c’è uno sconosciuto che non si ferma alle molestie verbali a sfondo sessuale, ma arriva alla minaccia di morte: “So dove abiti. Vengo a Siena e ti faccio a pezzettini”.
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Ma Roberta non si lascia zittire e condivide tutto sui social. “Quello che potevo fare l’ho fatto” dice in un reel “Ho denunciato, era un atto dovuto. Ma soprattutto ho condiviso, ho collettivizzato questa cosa, che tra le due è ciò che più mi fa sentire un po’ serena e un po’ più tutelata.” La sua è una chiamata a raccolta, non una richiesta d’aiuto. E la risposta arriva: una rete di solidarietà a dimostrazione del fatto che, almeno in parte, il cambiamento culturale che invochiamo da anni esiste già. Ma non è ancora sufficiente.
L’aggressore è stato identificato, almeno così sembrerebbe. Si tratta di un uomo già noto alle autorità, che aveva già importunato Parigiani in passato ed era poi condannato per stalking nei confronti di un’altra donna. Oggi è ai domiciliari, scenario che, per assurdo, suona come il più rassicurante. Un sorvegliato speciale ha poche probabilità di trasformare le sue minacce in realtà. Ma una donna perseguitata non può mai fidarsi delle probabilità: chiederà comunque una misura restrittiva.
Nel frattempo, però, la sua vita non cambia. O meglio, non nel modo in cui il suo persecutore avrebbe voluto. “Le mie abitudini resteranno esattamente le stesse, i miei impegni non subiranno alcuna modifica, e la mia quotidianità non verrà stravolta da questa situazione” spiega. “Non lascerò che questa modalità predatoria prevalga, né che i deliri di chi si crede in diritto di minacciare o fare del male trovino spazio. Continuerò il mio percorso, magari con un’attenzione in più, ma senza rinunciare a nulla”.
La violenza di genere in Italia
Il Ministero dell’Interno ha rilevato che, nel 2023, su un totale di 263 omicidi volontari, 109 hanno riguardato donne. Di questi, 93 sono avvenuti in ambito familiare-affettivo e, in particolare, 63 per mano del partner o dell’ex partner.
Come aveva spiegato Corinna De Cesare nella nostra intervista in merito al suo nuovo podcast sulla violenza di genere, tuttavia, l’espressione fisicamente violenta della sopraffazione patriarcale non è altro che la punta di un iceberg ben più profondo. Un iceberg composto da atteggiamenti, linguaggi e pratiche che trovano terreno fertile in un sistema culturale ancora incapace di riconoscere alla donna pari dignità.
La violenza di genere è nel quotidiano, bisogna decostruire il sistema
Il femminicidio è solo il gesto più eclatante di una cultura che riduce le donne a ruoli prestabiliti, le svaluta e le isola. Prima di un pugno ci sono parole che feriscono, gesti che umiliano, un silenzio che soffoca. La violenza psicologica, economica e simbolica è l’humus in cui si radica quella fisica, rendendola inevitabile in un contesto che normalizza la sopraffazione. Non è un caso che, secondo l’Istat, il 31,5% delle donne italiane abbia subito almeno una forma di violenza nel corso della vita.
Ed è proprio qui che si inserisce il discorso sulla prevenzione, un tema spesso relegato a discorsi superficiali, ma che rappresenta l’unica strada per affrontare la radice del problema. Non basta punire, serve educare. Serve un lavoro capillare nelle scuole, nei luoghi di lavoro, e persino nelle famiglie. Ma, come spiegava la stessa Roberta Parigiani in un’intervista a Gay.it, serve che tutte le battaglie – da quella per l’autodeterminazione, per i diritti trans, per la parità di genere – si intrecciano diventino intersezionali:
” Ogni lotta portata avanti singolarmente resta inevitabilmente una battaglia minoritaria. È facile perdere di vista l’insieme, il concetto di “Non una di meno” che ci spinge a considerare tutti i diritti e le rivendicazioni. Dobbiamo mantenere questa visione collettiva”.

