A oltre quarant’anni dalla sua approvazione, la legge 164 è quasi un reperto storico. Quella norma del 1982, pionieristica all’epoca, aveva certo donato per la prima volta alle persone trans italiane un riconoscimento legale, ma lo aveva fatto rinchiudendo la questione in una visione binaria e patologizzante.
Ora, però, la realtà è scivolata oltre quei confini angusti: le persone trans sono parte viva e visibile di ogni aspetto della società – nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle istituzioni – e rappresentano una comunità dinamica che non può essere ridotta ai rigidi vincoli imposti da una legge invecchiata.
Nel frattempo, paesi come la Spagna, la Germania e Malta hanno trasformato il diritto di autodeterminazione di genere in un principio fondamentale, abbattendo i requisiti indecorosi che da noi sussistono tutt’oggi.
Ma non è solo nelle leggi che questo divario si sente: nella vita quotidiana, nelle università, nei luoghi di lavoro, iniziative come le carriere alias, i contratti inclusivi, il welfare aziendale aperto alla comunità LGBTQIA+ e i programmi DEI hanno aperto la strada a nuove forme di riconoscimento. In assenza di una riforma strutturale, sono i movimenti locali, le associazioni, e persino alcuni enti pubblici a tracciare i contorni della società del futuro, a dimostrazione che il cambiamento non solo è possibile, ma è già tangibile, concreto.
A offrire uno sguardo approfondito e a tratti tecnico su queste contraddizioni, in vista del TDOR di quest’anno, è Roberta Parigiani, avvocata e portavoce Movimento Identità Trans, a cui abbiamo posto una domanda fondamentale: cosa significa oggi costruire una legge che rispecchi le istanze delle persone trans, capace di farsi eco della realtà attuale?
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INTERVISTA A ROBERTA PARIGIANI, AVVOCATA E PORTAVOCE DEL MIT
Erano gli anni ’80, precisamente l’82, quando fu approvata la legge 164 sulla transizione di genere. È stato un passo epocale, perché per la prima volta si parlava delle persone trans anche nel contesto giuridico italiano. Ai tempi, però, la situazione era ben diversa. Com’è cambiata, negli anni, la comprensione e la percezione dell’identità trans, sia dal punto di vista giuridico che sociale, in Italia?
Probabilmente sì, le persone trans non sono più viste come marginali o legate unicamente al lavoro sessuale: oggi sono parte integrante della società, visibili nella vita quotidiana, lavorano e vivono insieme a tutti. Questa maggiore visibilità ha portato a un progressivo riconoscimento dei nostri diritti, pur nella logica limitante per cui i diritti si “guadagnano” solo attraverso la partecipazione economica. Si è presa coscienza del fatto che le persone trans sono presenti in molti contesti, dalle scuole ai posti di lavoro, fino alla vita pubblica e al matrimonio. Abbiamo cominciato a chiederci che fine fa il matrimonio di una persona che effettua una transizione di genere. Di conseguenza, alcune normative hanno iniziato a riflettere questa realtà.
Per esempio, i contratti collettivi nazionali (CCNL) hanno introdotto le “carriere alias”, già previste in scuole e università e recentemente riconosciute anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza 143. Le amministrazioni stanno finalmente adattando le normative, seppure con lentezza e legate a una visione conservatrice. Tuttavia, nonostante questi progressi, la normativa di base è ancora ferma a una legge datata, incentrata sulla transizione di genere e senza un reale aggiornamento.
Abbiamo visto come in Spagna, Germania, Belgio e Malta si sia approvata l’autodeterminazione di genere, che permette alle persone trans di scegliere autonomamente sulla propria vita. Quali sono, secondo te, le principali differenze tra queste nuove leggi – come l’ultima, molto avanzata, approvata in Germania – e quali sono i fattori che bloccano un cambiamento simile in Italia?
Allora in Italia si vede un certo dinamismo a livello locale – dagli enti locali, dalle università, dal mondo del lavoro – ma questo non arriva ancora a una normativa nazionale. Questo movimento, però, ha comunque un peso: offre un quadro realistico al legislatore nazionale, dimostrando che il riconoscimento di identità alias, per esempio, è già realtà in molti contesti.
E, in fondo, l’ordinamento giuridico non è “crollato” per questo; le università non si sono smantellate per aver introdotto le carriere alias, e la stabilità giuridica è rimasta. Insomma, il messaggio per il legislatore è che esiste già una base solida da cui partire.
Per quanto riguarda la Germania, uno dei motivi per cui lì si è arrivati all’autodeterminazione di genere è perché esisteva già da tempo una tutela delle soggettività intersex. Questi paesi avevano già riconosciuto l’incostituzionalità di norme che imponevano un genere alle persone intersex, anche quando questo genere non corrispondeva alla loro realtà, nemmeno biologicamente. È stato un po’ il “cavallo di Troia” per scardinare il binarismo di genere.
In Italia, invece, siamo indietro su questo fronte. Non esiste una normativa specifica nemmeno per le persone intersex. La nostra unica legge riguardante l’identità di genere è ancora la 164 del 1982, che all’epoca era una delle prime in Europa e rivoluzionaria. Ma è rimasta l’unico riferimento normativo per l’identità delle persone trans e, purtroppo, viene estesa anche alle persone intersex, senza aggiornamenti significativi.
Ogni volta che la legge 164 è arrivata alla Corte Costituzionale, si è adattata solo in piccole parti, lasciando intatta la struttura di fondo. Anche recentemente, con il ricorso di Bolzano, che ha portato alla sentenza 143 della Corte Costituzionale, si è riconosciuta l’esistenza delle identità non binarie. Tuttavia, la Corte ha detto che è compito del legislatore intervenire, e il nostro ordinamento non è ancora pronto a recepirle.
Dobbiamo guardare in faccia la realtà: la mancanza di una riforma in Italia non dipende né dalle sentenze né dagli enti locali, ma da una volontà politica che purtroppo, finora, è mancata.
Sia a destra che a sinistra, questa resistenza alla modifica della legge 164 è stata un tema centrale anche ben prima dell’insediamento del governo Meloni. Se ne parla nei Pride da tempo, e sembra ormai evidente che ci sia un bisogno di aggiornamento nell’ordinamento che regola i percorsi affermativi. Come mai, secondo te, questo cambiamento non è ancora avvenuto? Cosa frena davvero la modifica della legge?
Credo che, fondamentalmente, manchi ancora la volontà politica per superare un fraintendimento di fondo: l’idea che i diritti civili, come quelli legati all’autodeterminazione, siano qualcosa di diverso rispetto ai diritti sociali, economici e lavorativi.
La sinistra, storicamente, ha sempre difeso con forza temi come il diritto al lavoro o il diritto all’abitare, ma non ha incluso con la stessa priorità i diritti civili, come l’autodeterminazione dell’identità di genere o il diritto alla piena gestione del corpo.
In altri paesi, invece, questa distinzione è stata superata: i diritti civili sono riconosciuti come parte integrante della vita delle persone. Qui, però, la sinistra ha trascurato il fatto che le stesse persone che rivendicano i diritti di autodeterminazione sono anche quelle che possono trovarsi a lottare per il lavoro, per una casa, per una vita dignitosa. Ignorando queste istanze, da un lato non si risponde a bisogni concreti, e dall’altro si perde un’importante fetta dell’elettorato.
E quindi sì, ci troviamo con un governo che ottiene la maggioranza, ma quella maggioranza rappresenta solo il 50% di chi si è espresso. È inevitabile: se una parte dell’elettorato non si sente riconosciuta o si vede invalidata nelle sue richieste di autodeterminazione, come il diritto al proprio corpo o al fine vita, a un certo punto smette di votare perché non si sente più rappresentata.
Il risultato è che la sinistra finisce con l’avere meno potere rispetto alla destra. E anche quando la sinistra quando la destra viene eletta, non sono le sue componenti più riformiste a prevalere, ma quelle più influenzate dall’ala cattolica, che spesso considera alcuni diritti come diritti “di serie B”. Così, una parte importante della comunità e delle istanze politiche ad essa legate rimane esclusa dal Parlamento.
Tornando alla legge 164. Partiamo con un breve riassunto su come funziona attualmente e su cosa, secondo te, andrebbe cambiato per allinearla agli standard minimi ormai adottati nei paesi occidentali più progressisti.
Facciamo una premessa. La legge 164 del 1982 nasce in un contesto storico molto specifico. È importante ricordare che fu richiesta e ottenuta grazie alle lotte delle persone trans, principalmente donne trans, che negli anni ’70 avevano iniziato a rivendicare il diritto al riconoscimento della propria identità.
Quelle prime battaglie furono guidate da donne che, dopo aver affrontato interventi chirurgici di affermazione di genere all’estero, tornavano in Italia e si trovavano di fronte a un ordinamento che non le riconosceva.
Possiamo dire che la “Stonewall” italiana, per così dire, avvenne alla fine degli anni ’70, e portò il legislatore a rispondere a questa specifica istanza. Recepì un percorso di affermazione di genere fortemente medicalizzato, basato su un intervento chirurgico e strutturato in modo binario, dove la corporalità aveva un ruolo centrale. All’epoca, infatti, si parlava di “transizione” più che di “affermazione di genere”, con un corpo che veniva “cisgenderizzato” in un certo senso.
Quindi, letteralmente da A a B.
Esatto, proprio così. Questo è ciò che il legislatore ha recepito e cristallizzato. Tuttavia, col tempo, le istanze delle persone trans sono cambiate, e grazie alla giurisprudenza è stato possibile superare l’obbligo dell’intervento chirurgico. Nel 2015, ad esempio, ci sono state due sentenze gemelle della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale che hanno eliminato l’obbligo della sterilizzazione chirurgica.
Le corti hanno stabilito che, essendo la legge generica e riferendosi solo ai “caratteri sessuali”, non è necessario che siano quelli primari: è sufficiente un mutamento ormonale irreversibile. Tuttavia, si rimane comunque in un contesto di medicalizzazione, con un focus sui caratteri sessuali e sulla loro modifica, anche se solo ormonale.
Questa modifica non è però stata un intervento diretto del legislatore, ma è avvenuta per via giurisprudenziale. La lettera della legge, in realtà, non è cambiata di una virgola dal 1982. Il problema è che, per quanto possiamo tentare di correggere o interpretare questa legge, la struttura di partenza resta inadeguata. Se cerchiamo di adattarla alle nuove esigenze con delle “martellate” qua e là, non riusciremo mai a ottenere un quadro normativo davvero inclusivo e funzionale.
Quindi, in sostanza, bisognerebbe rifare la legge da zero, cancellare la 164 e costruirne una nuova.
Paradossalmente l’abbiamo già fatto. La legge 164 nasce per consolidare un quadro ben preciso: quello delle donne trans che, all’epoca, andavano all’estero, si sottoponevano a operazioni e tornavano in Italia trovando un ordinamento che le ignorava.
Non si trattò di modificare una legge precedente; fu creata una legge nuova, in risposta a quelle esigenze specifiche, e per molti versi fu una vittoria straordinaria. Ma il contesto è cambiato, e anche le necessità sono diverse. È giunto il momento di rifare tutto da capo e riscrivere una legge che recepisca le nuove istanze, perché qualsiasi modifica alla 164 resterà sempre legata a quella visione limitata e datata.
Oggi, il discorso è diverso: non parliamo più solo di percorsi di transizione, ma di un contesto che comprende transfemminismo, femminismo intersezionale, e la richiesta di autodeterminazione è molto più ampia. Se ci limitiamo ad aggiornare la vecchia legge, continueremo a non rappresentare la nostra prospettiva attuale. La nostra comunità oggi chiede un’autodeterminazione a 360 gradi: non si tratta solo di persone trans, ma anche di persone con utero, di chi vuole avere accesso alla GPA, all’interruzione volontaria di gravidanza, o di chi desidera decidere sul fine vita.
Negli anni ’70 il Parlamento recepì un contesto che parlava di transizione binaria da A a B. Oggi parliamo di libertà di gestione del proprio corpo e della propria identità. Quindi, quello che serve non è una legge che parli solo delle persone trans, o delle persone con utero, o del fine vita: serve una legge che riguardi tutte e tutti, che riconosca il diritto di ogni persona a disporre del proprio corpo come desidera.
Il compito dello Stato, infatti, non è quello di darci direttive o limitazioni in questo ambito, ma di fornirci gli strumenti per esercitare le nostre libertà in modo sicuro, senza entrare in conflitto con i diritti altrui. Questa legge dovrebbe basarsi sulla scienza medica, sulle risorse economiche di un paese come il nostro, che è uno stato del mondo occidentale con una disponibilità di mezzi adeguata, e dovrebbe offrire supporto a tutti, indipendentemente dalla cittadinanza o dal contesto di provenienza.
Questa, per me, sarebbe la vera riforma della legge 164: una legge che includa tutt*. Altrimenti, rischiamo di fare un passo avanti in un ambito e dimenticare intere parti di popolazione in un altro.
Quindi, in sostanza, una “legge 164 2.0” sarebbe, prima di tutto, un sdoganamento della libertà individuale di base sulla gestione del proprio corpo a tutti i livelli.
Esattamente. Il corpo trans, in un certo senso, è un corpo politico proprio per questo motivo: rappresenta visibilmente l’idea che il corpo sia una tela che ognuno ha il diritto di plasmare secondo le proprie esigenze. La nostra battaglia oggi non riguarda più solo il superamento della medicalizzazione o della chirurgia, come accadeva per chi negli anni ’70 doveva recarsi all’estero per questi interventi. La nostra battaglia attuale è attraversata dal transfemminismo e dal femminismo intersezionale e chiede, in modo chiaro, il riconoscimento della libertà del corpo e dell’identità.
Noi chiediamo allo Stato di adattarsi alle esigenze degli individui, non il contrario. Come dicevi, la rivendicazione di oggi della comunità trans è che il corpo appartiene a chi lo vive, l’identità è di chi la possiede, e vogliamo una legge che ci includa tutte e tutti, senza lasciare nessuno indietro, nella piena libertà.
Allora sì, potremmo tornare a essere un punto di riferimento per l’Europa e per il mondo, proprio come lo siamo stati con la legge 164, che fu una delle prime. Non saremmo più relegati a seguire ciò che fanno Germania o Spagna, ma saremmo noi a guidare, con un ordinamento che riconosce la libertà come valore centrale. E non è un’utopia, è una possibilità concreta.
Anche se, in questo momento, il contesto globale sui diritti civili non sembra andare nella direzione migliore, purtroppo.
È vero. Con queste derive sempre più conservative, è chiaro che la libertà individuale non viene considerata una priorità; anzi, sembra un aspetto da ridimensionare. Ma noi dobbiamo ragionare in un’ottica di lungo periodo. Dopotutto, la resistenza nasce sempre da un atto di ribellione: qualcuno che, in un regime repressivo, decide di fare il primo passo. Così è iniziata ogni lotta.
La sintesi politica di cui parliamo potrebbe non realizzarsi domani, ma se non iniziamo ora a costruirla, continueremo a perdere terreno. Non possiamo più permetterci di accontentarci di singole conquiste, come ad esempio il matrimonio egualitario sotto un governo di centro-destra, e rimandare il resto. La nostra battaglia deve riguardare la libertà e l’autodeterminazione di corpi, vite e identità in modo completo. Solo così potremo creare un’alleanza forte e storica, un grande blocco che possa anche influenzare le elezioni.
Già, anche perché una popolazione frammentata su questi temi è molto più vulnerabile, e rischia di perdere diritti in un attimo, proprio come sta succedendo adesso.
Esatto. Ogni lotta portata avanti singolarmente resta inevitabilmente una battaglia minoritaria. Ma quando tutte le lotte si uniscono, diventano una forza inarrestabile. Per questo dico che non possiamo guardare alla Germania solo per la sua legge sui diritti trans (che peraltro viene ancora definita “legge sui transessuali”, con un linguaggio datato) o prendere dalla Svizzera le normative sul fine vita, e dal Canada quelle sulla GPA. Non dobbiamo limitarci a prendere ispirazione da frammenti sparsi: siamo perfettamente in grado di ripensare il nostro ordinamento, come abbiamo fatto in passato con il diritto di famiglia e il diritto del lavoro. È il momento di farlo di nuovo, per riconoscere pienamente l’autodeterminazione.
Ogni volta che applaudiamo una singola norma estera, rischiamo di dimenticare i discorsi che facciamo quando parliamo di femminismo intersezionale, di transfemminismo e della comunanza nelle lotte. È facile perdere di vista l’insieme, il concetto di “Non una di meno” che ci spinge a considerare tutti i diritti e le rivendicazioni. Dobbiamo mantenere questa visione collettiva: una riforma integrale, dove i diritti delle persone trans e della comunità LGBTQIA+ siano un tassello di un sistema che include tutti.




Ci rinuncio. Almeno ci ho provato a spiegarlo. Provo a ripetermi con altre parole: anche se passasse la legge, la costituzione italiana non ha riscontro biologico. Chi verrà infastidito dall'organizzazione legale si organizzerà diversamente. Così come un uomo non si preoccuperà di aver scritto donna sulla carta di identità, nessuno si preoccuperà, in caso di necessità, di escludere chi non gli va a genio. Per omofobia non si è mai inteso questo, se almeno i trans facessero il pappagallo agli omosessuali all'infinito almeno lo facessero bene.