La violenza di genere è nel quotidiano, bisogna decostruire il sistema

Spostare la narrazione giornalistica dall’emergenza alla quotidianità, smascherare la violenza che non si vede, per decostruire un fenomeno che è sistemico. Cos'è "Una volta un uomo", il podcast di ThePeriod e perché è necessario.

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Ogni giorno, la cronaca racconta femminicidi e violenze, trasformandoli in fredde statistiche, numeri anonimi che scivolano via in pochi giorni. Si parla di “emergenza femminicidi”, si amplificano casi sensazionalizzati, sbattuti in prima pagina con la spettacolarità di un film horror. Ma così facendo, le tragedie appaiono come eventi lontani, isolati, su cui sembra impossibile intervenire.

Quello che in molti non comprendono – o meglio, rifiutano spesso di comprendere, è che il problema ha una radice quotidiana, pervasiva, ben più insidiosa. Quella che si nasconde dietro gesti e parole apparentemente innocui, quella che le donne sono state costrette a normalizzare. È il sessismo diventato norma sociale e che relega le sue vittime a un silenzio cieco e rassegnato.

Una volta un uomo“, il nuovo podcast prodotto da thePeriod e condotto da Corinna De Cesare e Valentina Farinaccio, si propone proprio di smascherare la violenza che non si vede, senza parlare di emergenza, ma di fenomeno sistemico.

Disponibile dal 22 novembre 2024 su tutte le piattaforme, il progetto non si accontenta di mettere in fila denunce, ma offre un racconto collettivo che illumina gli angoli bui di una società che troppo spesso chiude gli occhi.

Attraverso testimonianze crude e potenti, il podcast rivela ciò che accade prima degli abusi fisici, psicologici o economici: gli sguardi intrusivi, le frasi non richieste, le battute sessiste pronunciate con leggerezza. Un viaggio necessario per comprendere che la violenza non si manifesta solo nei suoi atti estremi, ma cresce e prospera in un humus culturale che la rende accettabile, invisibile, persino normale.

Ne abbiamo parlato proprio con Corinna De Cesare, ideatrice del progetto, per approfondire come il progetto intenda ribaltare il modo in cui si parla di violenza di genere in Italia, a partire dal giornalismo per arrivare alle narrazioni quotidiane che plasmano la percezione collettiva.

Come è nato il progetto e in che modo sperate di portare attenzione su un argomento che, soprattutto sui social, in Italia risulta ancora molto controverso?

Il progetto nasce da un’esigenza precisa: spostare la narrazione giornalistica dall’emergenza alla quotidianità. Spesso dimentichiamo che i media hanno un ruolo cruciale nella prevenzione della violenza sulle donne, una responsabilità riconosciuta anche a livello internazionale. Pensiamo, ad esempio, alla Convenzione di Istanbul, che sottolinea come il linguaggio usato dai media non si limiti a descrivere la realtà, ma contribuisca a plasmarla.

Negli ultimi anni, abbiamo visto quanto la narrazione giornalistica abbia influenzato negativamente la percezione delle donne, spesso sminuendole o invisibilizzandole. Anche quando raggiungono traguardi significativi, come le Olimpiadi, vengono ridotte a etichette come “regina” o “amica di”.

Michela Murgia descriveva questo fenomeno come la “mammizzazione” del giornalismo: le donne sono raccontate quasi esclusivamente in funzione del loro ruolo materno, persino se guidano istituzioni come la Banca Centrale Europea o la Commissione Europea. Un esempio lampante è Ursula von der Leyen, il cui successo viene spesso accompagnato da riferimenti ai suoi sette figli, piuttosto che ai suoi meriti professionali.

Una rappresentazione è strettamente legata alla cultura sessista in cui viviamo e influenza direttamente il modo in cui la società percepisce le donne. I media, infatti, riflettono e rafforzano questi stereotipi, che sono alla base della piramide della violenza. È importante ricordare che il femminicidio, pur essendo il tragico apice di questa piramide, non nasce dal nulla. Alla base troviamo comportamenti quotidiani e radicati nella cultura, come il sessismo, gli stereotipi e fenomeni apparentemente “minori” come il catcalling. Salendo nella piramide, si arriva poi al linguaggio d’odio, che online colpisce le donne 1,5 volte più degli uomini, spesso con attacchi personali e diretti.

 

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Parliamo di questa piramide.

Ne abbiamo avuto prova lampante, ad esempio, durante l’ultima campagna elettorale negli Stati Uniti. Trump ha sempre fatto leva su atteggiamenti sessisti, legittimando in qualche modo, sia sui social sia nella società, la diffusione di contenuti degradanti nei confronti delle donne. Il che dimostra quanto il giornalismo debba lavorare anche sulla cultura, perché molte di queste dinamiche si basano su bias inconsci. Ed è proprio questa inconsapevolezza a rendere i pregiudizi così difficili da scardinare.

Abbiamo iniziato il nostro lavoro circa due mesi fa, raccogliendo testimonianze dalle nostre lettrici tramite i social e la newsletter. Le risposte sono state una valanga: storie, commenti e frasi provenienti dai contesti più disparati. Dalla sala d’attesa di uno studio medico alla strada, passando per i colloqui di lavoro, le donne continuano a essere vittime di una cultura sessista che incide profondamente sulla loro autostima e sicurezza.

Per esempio, ci è stata raccontata la storia di una ragazza che, durante una visita radiologica, è stata molestata dal medico, il quale le ha chiesto di farsi tastare anche il seno.  O ancora, il venditore che, vedendo una donna comprare un termosifone, le ha chiesto: “Non hai nessuno che ti scalda la notte?”.

Questi episodi non sono casi isolati: sono il riflesso di una cultura pervasiva che condiziona pesantemente la vita quotidiana delle donne, rendendole spesso insicure. Questo riguarda anche le persone transgender, come ci ha raccontato Fumettibrutti durante il podcast. Ha condiviso un episodio della sua adolescenza, quando un poliziotto l’ha fermata per chiederle il numero, spaventandola a morte. Ciò che emerge da queste testimonianze è una consapevolezza comune tra le donne: troppo spesso viviamo con la sensazione di essere a rischio.

Per raggiungere questi livelli è però necessaria una vera e propria deumanizzazione della figura della donna.

È proprio così. E infatti, le donne continuano a essere oggettivate e sessualizzate in ogni contesto della loro vita, compresi quelli professionali. Lo abbiamo visto in casi come il MeToo nell’industria pubblicitaria, dove sono emerse chat in cui i colleghi riducevano costantemente le donne a meri oggetti sessuali. Questo ha un impatto devastante sulla percezione che le donne hanno dello spazio che attraversano e, di conseguenza, sulla loro sicurezza.

Un esempio emblematico è il femminicidio di Giulia Cecchettin, avvenuto un anno fa. Nonostante l’indignazione suscitata, nulla è cambiato. Al suo funerale, molte ragazze tenevano in mano le chiavi di casa, un gesto che racchiude una realtà quotidiana: le chiavi non servono solo ad aprire la porta, ma diventano uno strumento di autodifesa. Questo riflette la paura che proviamo quando torniamo a casa di notte, magari incrociando un uomo che porta a spasso il cane. È una paura radicata, alimentata dalla percezione di insicurezza che deriva dall’ambiente in cui viviamo.

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Recentemente, uno studio ha evidenziato una differenza sostanziale nel modo in cui uomini e donne osservano lo spazio che attraversano. Agli uomini è stato chiesto di percorrere un sentiero: guardavano semplicemente davanti a loro, concentrati sulla strada. Le donne, invece, osservavano anche le zone laterali e periferiche, cercando potenziali pericoli tra i cespugli o nelle aree buie. Questo dato è impressionante e conferma quanto il senso di allerta sia costantemente presente nella vita delle donne.

Ecco perché, quando torniamo a casa tardi, teniamo le chiavi in mano o il telefono pronto per ogni emergenza. Le chiavi non sono più solo un oggetto quotidiano, ma possono trasformarsi in un’arma. È sconvolgente dover arrivare a questi estremi per sentirci un minimo al sicuro.

Come possiamo però comunicare, in modo incisivo, non solo che i doppi standard colpiscono prevalentemente le donne, ma che danneggiano anche gli uomini?

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Il coinvolgimento degli uomini è fondamentale per combattere una società sessista e misogina, che alimenta stereotipi che danneggiano anche gli uomini, perché li privano della possibilità di esplorare pienamente la propria emotività e di sviluppare empatia. Lorenzo Gasparini, ad esempio, sottolinea l’importanza di far comprendere agli uomini che, sebbene la colpa di determinate azioni sia personale, la responsabilità è collettiva. Gli uomini devono quindi ascoltare, riflettere e impegnarsi a cambiare le cose, anziché distaccarsi dicendo: “Non mi riguarda, io non sono violento”.

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Ridurre questa cultura non è solo nell’interesse delle donne, ma anche degli uomini. Su TikTok e altri social, molte giovani americane lanciano appelli per aderire al “4B Movement”, un movimento nato in Corea del Sud in cui le donne scelgono di evitare sesso eterosessuale e matrimonio per sfuggire ad abusi e discriminazioni.

Dopo l’elezione di Trump, le donne stanno reagendo con paura e azioni di autodifesa. È emblematica la corsa all’acquisto di pillole abortive come il Plan B, un fenomeno che ha registrato un boom persino maggiore rispetto a quando fu rovesciata la sentenza Roe v. Wade.

Ciò che dobbiamo fare come società è invertire questa tendenza, responsabilizzando anche gli uomini. Non è più accettabile che di fronte a discussioni sulla violenza di genere molti uomini si mettano sulla difensiva, dicendo: “Anche a me una donna ha fatto qualcosa”. Questo tipo di atteggiamento tende a negare che la violenza contro le donne sia un fenomeno sistemico e strutturale, non un’emergenza isolata.

Quando abbiamo annunciato il nostro podcast su LinkedIn, il post è stato preso d’assalto da uomini che negavano la gravità del problema o che tentavano di ridimensionarlo. È un esempio di quanto sia difficile accettare che la violenza di genere non riguardi singoli episodi, ma una dinamica trasversale, radicata in ogni ambito della società e che ci coinvolge tutti, indipendentemente dal genere.

Per questo è fondamentale cambiare il discorso: non si tratta di una “guerra dei sessi”, ma di un impegno comune per smantellare una cultura che normalizza la violenza in ogni aspetto della nostra vita.

Perché “Una volta un uomo…” è una frase che, in fondo, una donna pronuncia sempre almeno una volta nella vita.

Sì, perché parliamo di violenza sistemica e anche istituzionale. Dire alle donne di “tenere gli occhi aperti” o di “stare attente” non basta, e non è mai bastato. Abbiamo seguito questi consigli, ma i femminicidi e le discriminazioni non si sono fermati. La violenza di genere non è solo fisica, ma si manifesta in ogni fase della nostra vita: nel lavoro, nella famiglia, nella società. È un sistema che ormai considera tutto questo “normale” e che, davanti alle nostre denunce, ci liquida con un “state esagerando”.

I dati sulla violenza contro le donne, però, parlano chiaro. Pensiamo, ad esempio, al carico di cura familiare, che ricade quasi esclusivamente sulle donne.

Questo porta oltre 44.000 donne in Italia a lasciare il lavoro dopo aver avuto un figlio, perché si trovano improvvisamente a dover gestire una responsabilità immensa, data per scontata dalla società. La maternità diventa il momento in cui emergono con forza tutte le contraddizioni di un sistema che non ha mai investito seriamente in un progresso culturale e sociale capace di redistribuire equamente i carichi di cura tra uomini e donne.

Queste dinamiche si intrecciano anche con il gender pay gap. Quando le donne, a parità di mansioni, guadagnano meno dei loro colleghi uomini, le conseguenze si riflettono sulle scelte di vita. È quasi inevitabile che, di fronte a congedi parentali o alla necessità di ridurre l’orario di lavoro, siano le donne a fare un passo indietro. Rinunciare a una parte dello stipendio pesa meno se il salario è già inferiore a quello del partner. È un circolo vizioso che non si limita alla sfera privata, ma è il risultato di un sistema che discrimina e perpetua disuguaglianze.

Con il podcast, cerchiamo di raccontare questa realtà. Non per vittimizzare, ma per smontare pezzo per pezzo un sistema che discrimina e opprime le donne, rendendolo visibile a chi continua a negarne l’esistenza.

Parliamo delle ospiti del podcast.

Certo! Abbiamo cercato di esplorare tanti settori e campi diversi, coinvolgendo ospiti che potessero offrire prospettive uniche. Ad esempio, nel mondo dei fumetti abbiamo avuto Fumettibrutti, mentre per la letteratura Carolina Capria ci ha raccontato le sue esperienze. Sul tema dello sport femminile, Alice Pignagnoli, portiera di una squadra di calcio, ci ha svelato quanto sia radicato il sessismo, persino in dettagli apparentemente insignificanti come le divise: i pantaloncini sono tagliati per adattarsi al corpo maschile, rendendo evidente che lo sport femminile viene ancora trattato come un’appendice di quello maschile.

Alice ci ha parlato anche delle strutture sportive, spesso inadatte e poco sicure per le atlete. Ad esempio, in uno stadio dove aveva giocato, mancavano persino le porte delle docce. Questi dettagli sembrano marginali, ma raccontano una realtà ben più ampia. Lo sport femminile, infatti, è un microcosmo che riflette la violenza sistemica.

Dai casi come quello di Larry Nassar negli Stati Uniti, al recente scandalo Rubiales nel calcio spagnolo, fino alle denunce delle ginnaste italiane contro la diet culture e le violenze verbali, emerge un sistema che perpetua abusi. E spesso anche le stesse atlete, cresciute in un ambiente patriarcale, finiscono per interiorizzare e replicare questi comportamenti.

Non dimentichiamo che essere donna non significa automaticamente essere immuni da stereotipi o sessismo, come dimostra il nostro contesto sociale e politico. È un sistema millenario, profondamente radicato, che non si smantella in pochi decenni. Questo è ciò che abbiamo voluto raccontare attraverso le storie delle nostre ospiti, mostrando quanto gli stereotipi e il sessismo siano strutturali.

Carolina Capria, ad esempio, ci ha condiviso un episodio emblematico: durante la presentazione di un libro per bambini, un bambino di appena 7-8 anni le ha detto, con candore: “Sai che sei brava per essere una femmina?”. Questo dimostra come certi pregiudizi siano inculcati fin dalla più tenera età, nonostante si parli tanto di generazioni future che cambieranno il mondo. Ma come possono farlo, se a 13 anni assistiamo già a femminicidi, come nell’ultimo caso di Piacenza? Oppure, se nelle scuole continuano episodi come gli insulti omofobi durante la proiezione del film Il ragazzo dai pantaloni rosa?

Abbiamo discusso anche di comicità con Laura Formenti, analizzando quanto gli stereotipi siano stati abusati in questo ambito. La comicità, spesso, utilizza gli stereotipi perché sono semplici e immediati, ma contribuiscono a rafforzare i pregiudizi. Forse dovremmo imparare a ridere degli stereotipi, piuttosto che con essi.

Infine, una menzione speciale va a Giulia Mei, la guest star del podcast. La sigla, Bandiera, è un suo pezzo straordinario che è diventato virale dopo la sua partecipazione a X Factor. È un brano potentissimo che rappresenta perfettamente ciò che significa vivere da donna oggi. In una parte del testo dice: “Voglio essere libera di non portare o portare un velo, di truccarmi tantissimo, di non depilarmi per mesi, di uscire la sera e tornare da sola senza paura persino del tipo della spazzatura“. È una frase che racchiude il senso di pericolo costante di cui discutiamo nel podcast.

Io e Valentina Farinaccio, le conduttrici del progetto, abbiamo scelto Bandiera proprio perché la sentiamo come un inno universale per tutte noi. È un messaggio forte, potente, che speriamo possa arrivare a tutte le donne.

© Riproduzione riservata.

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