La Cina sempre più protagonista nel panorama tecnologico globale. Dopo il successo esplosivo di RedNote, piattaforma social che, in seguito al ban di TikTok, è rapidamente passata dall’essere un’alternativa di ripiego a punto di riferimento per lo scambio culturale tra Oriente e Occidente, negli ultimi giorni è stata la startup Deep Seek a scuotere il mondo della tecnologia e della finanza. L’azienda ha annunciato un investimento straordinario per sviluppare la sua nuova piattaforma di intelligenza artificiale, destinata a ridefinire gli equilibri del settore.
Non è infatti solo la sua incredibile potenza computazionale a preoccupare i mostri sacri dell’IA generativa. Deep Seek ha dimostrato di poter ottenere risultati straordinari utilizzando un numero significativamente inferiore di chip rispetto ai competitor statunitensi, sferrando un colpo durissimo a giganti come NVIDIA, il cui valore in Borsa è crollato di oltre il 17%.
Anche altre società leader come Oracle, Microsoft e Alphabet hanno subito forti perdite, e persino il Vaticano è intervenuto sulla questione, invitando a un uso responsabile delle nuove tecnologie per preservare l’intelligenza umana. Ma cos’è Deep Seek e cosa la rende così rivoluzionaria? Ma soprattutto, perché fa così paura agli Stati Uniti?
Cos’è Deep Seek?
Deep Seek è una startup cinese nata nel 2023, con l’obiettivo dichiarato di diventare un punto di riferimento globale nel campo dell’intelligenza artificiale generativa – tecnologia chiave, ormai pervasiva in tutti i settori sin dal lancio del rivoluzionario ChatGPT.
Fondata da un team di esperti guidati da Liang Wenfeng, ha saputo sviluppare un’architettura IA innovativa e straordinariamente efficiente: il suo modello di punta, DeepSeek-V3, ha già suscitato l’interesse di analisti e sviluppatori per il modo in cui combina potenza di calcolo, efficienza e costi contenuti.
Il cuore tecnologico di Deep Seek è basato su un approccio innovativo, chiamato Mixture of Experts (MoE). Un sistema che permette di attivare solo le parti del modello necessarie per completare un determinato compito, riducendo drasticamente il consumo di risorse hardware senza sacrificare le prestazioni. Grazie a questa strategia, la piattaforma ha dimostrato di poter competere con i colossi dell’IA occidentale, utilizzando un numero di chip molto inferiore rispetto ai modelli statunitensi. Se ci mettiamo anche che, in tempi recenti, la Cina sta tentando – riuscendoci – di smarcarsi dall’egemonia della TLC Taiwanese nella produzione di chip, potremmo dire che il predominio occidentale nel campo delle tecnologie legate all’intelligenza artificiale – e non solo – stia iniziando a mostrare segni di declino.
Anche perché la strategia di Deep Seek implica un elemento apparente trascurabile, ma in realtà importantissimo: l’open source. A differenza di molti competitor, la startup ha scelto di rendere pubbliche molte delle sue tecnologie, stimolando la collaborazione all’interno della comunità scientifica e tecnologica. Un’apertura che, unita alla sua avanzata architettura, ha fatto di Deep Seek una minaccia diretta per aziende come OpenAI e Meta, spingendo alcuni analisti a considerarla il “most dangerous player” nel panorama globale dell’intelligenza artificiale.
Cosa fa Deep Seek?
Proprio come ChatGPT, anche DeepSeek-V3 eccelle in diversi ambiti, tra cui il ragionamento matematico complesso, la programmazione automatizzata e persino la comprensione del linguaggio naturale. Ma ciò che ChatGPT non ha – o meglio ha, ma in una versione molto più rudimentale – è il sistema “catena di pensiero”, che consente al modello di scomporre i problemi complessi in passi logici più semplici, migliorando notevolmente la precisione e l’efficacia nelle risposte.
Non per nulla, Deep Seek è infatti già stata adottata in Cina per migliorare la logistica, la gestione delle risorse e persino la medicina personalizzata. L’azienda sta inoltre lavorando su progetti di traduzione automatica in tempo reale, con l’obiettivo di abbattere le barriere linguistiche nei settori della diplomazia e del commercio internazionale.
La censura su Deep Seek
Non è però tutto oro quello che luccica. Nonostante l’innegabile innovazione tecnologica e l’efficienza dimostrata, DeepSeek porta con sé ombre difficili da ignorare, soprattutto quando si parla di censura e privacy. Alcuni ricercatori e analisti hanno evidenziato che i modelli della startup cinese mostrano filtri evidenti su temi politicamente sensibili. In pratica, il sistema tende a evitare risposte dirette o dettagliate su argomenti come i diritti LGBTQIA+, le proteste antigovernative o eventi storici controversi come Piazza Tiananmen. Lo stesso accade con questioni legate al Tibet, allo Xinjiang e, più in generale, alle politiche del Partito Comunista Cinese.
Limitazioni che non si fermano neanche ai temi strettamente politici: test indipendenti hanno dimostrato che anche domande più tecniche, come quelle sul ruolo della Cina nelle emissioni globali o sulle implicazioni economiche delle sue politiche industriali, ottengono risposte vaghe o incomplete.
Secondo gli osservatori, DeepSeek potrebbe dunque diventare un potente strumento di soft power, in grado di modellare il flusso di informazioni all’interno e all’esterno della Cina.
