Ma quale massimalismo, vogliamo solo giustizia: chi divide (come sul ddl Zan) è complice

Michele Albiani, attivista LGBTIAQ+, consigliere comunale PD a Milano, risponde all'appello per un nuovo riformismo di De Giorgi e Concia.

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LGBT Massimalismo o Riformismo Michele Albiani Partito Democratico
Michele Albiani, attivista LGBTIAQ+ e consigliere comunale PD a Milano, risponde all'appello per un nuovo riformismo di Alessio De Giorgi e Anna Paola Concia
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Dopo l’appello per un nuovo riformismo lanciato dalle pagine de Il Foglio (e di Gay.it) da Alessio De Giorgi e Anna Paola Concia, pubblichiamo la risposta e le argomentazioni di Michele Albiani, attivista LGBTIAQ+ e consigliere comunale del Partito Democratico a Milano.

Gentilissimə,

ho letto con attenzione il vostro appello, che si presenta come un’esortazione alla “ragionevolezza” e al “pragmatismo” nel percorso per il riconoscimento dei diritti LGBTQ+. Tuttavia, la vostra posizione, lungi dall’essere una riflessione lucida su strategie politiche, sembra piuttosto un invito al compromesso al ribasso, a una normalizzazione dell’inerzia e a una retorica che finisce per avallare, seppur indirettamente, le narrazioni reazionarie.

Accusate il movimento LGBTQ+ di essersi smarrito in battaglie marginali, di aver adottato “slogan importati da oltreoceano” e di aver frantumato il consenso popolare con richieste eccessive. Ma chi decide quali battaglie siano “troppo”? Chi stabilisce che una richiesta di dignità e riconoscimento sia un lusso invece che un diritto?

Denunciate la richiesta di riconoscere la genitorialità nelle coppie omosessuali maschili come se fosse un tema “importato”, un eccesso rispetto alle lotte tradizionali per i diritti. Ma la realtà è un’altra: le famiglie LGBTQ+ esistono da sempre, anche in Italia. Non è una moda, né una forzatura ideologica: è la vita di tantə che da anni chiedono tutele per sé e per i propri figli. Non stiamo copiando nulla, stiamo solo chiedendo che la legge riconosca ciò che nella società è già presente. Lo stesso vale per la tutela delle persone transgender e non binarie: non sono rivendicazioni recenti o esotiche, ma realtà che per troppo tempo sono state invisibilizzate.

Per anni, nel nome della “moderazione”, siamo statə invitatə ad accontentarci di diritti concessi con il contagocce, accettando la logica del meno peggio. Oggi, grazie alle rivendicazioni che definite “massimaliste”, le persone transgender hanno maggiore visibilità, si parla di identità di genere con meno tabù, e temi come la genitorialità LGBTQ+ e la tutela delle famiglie omogenitoriali sono finalmente al centro del dibattito pubblico. Questo non è radicalismo: è progresso.

Denunciate il rischio di alimentare la reazione conservatrice, come se il problema fosse la nostra stessa esistenza e non il rigurgito di intolleranza che ci attacca. Ma la storia ci insegna che i diritti non avanzano mai senza resistenze. Se oggi alcune forze politiche cercano di smantellare i traguardi raggiunti, la soluzione non è annacquare le nostre rivendicazioni per apparire più “presentabili”, bensì resistere con ancora più forza.

Affermate che la lotta per i diritti deve essere popolare. Concordo. Ma popolare non significa annacquare i contenuti per non turbare le sensibilità altrui. Significa includere, sensibilizzare e creare un movimento in cui tuttə possano sentirsi rappresentatə e tutelatə.

Ciò che descrivete, più che una spinta riformista, sembra una sorta di “nazionalismo” interno alla comunità, dove alcune lotte vengono considerate più nobili e meritevoli di consenso rispetto ad altre, e dove pezzi di comunità vengono messə contro altrə nel nome di una presunta strategia vincente. Ma nessunə vince quando a essere sacrificati sono i diritti di alcunə per la comodità di altrə.

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Semmai, questo è il momento di rimanere unitə come comunità, senza lasciarci dividere da chi vorrebbe metterci l’unə contro l’altrə. Non è tempo di guardare alle divergenze o di proteggere il proprio piccolo spazio, ma di riconoscere che ogni battaglia per i diritti è parte di una lotta comune. Se ci frammentiamo, se lasciamo indietro chi è più espostə alla discriminazione e alla violenza, non stiamo scegliendo il pragmatismo: stiamo solo facendo il gioco di chi vorrebbe vederci arretrare.

Però non possiamo dimenticare un fatto fondamentale: chi ha scritto questa lettera su Il Foglio è stata complice dell’affossamento del DDL Zan, la più importante proposta di legge contro i crimini d’odio, che riguardava soprattutto le donne, peraltro. Le conseguenze di quell’affossamento le vediamo ogni giorno nelle strade, nelle scuole, nei luoghi di lavoro: violenza verbale e fisica sempre più sdoganata, discriminazioni impunite, aggressioni che diventano notizie di cronaca quotidiana. Eppure, allora come oggi, ci veniva detto che “bisognava mediare”, che “bisognava rinunciare a qualcosa per non spaventare il consenso”.

Il risultato dell’avvelenamento di quel dibattito? La sicurezza per la nostra comunità è diminuita.

Per questo voglio lanciare un appello a chi legge: non abbiate paura di esporvi. Se avete il privilegio di sentirvi al sicuro, usatelo per supportare chi non ha questa fortuna. La comunità LGBTQ+ è fatta di esperienze diverse, e ognunə può contribuire a suo modo: scrivendo, manifestando, parlando con familiari e amicizie, difendendo una persona cara o colleghə, non accettando compromessi al ribasso. Chi ha ottenuto un diritto ieri non può dimenticare chi ancora lo sta lottando oggi, anche perché non sappiamo a chi toccherà domani.
Il silenzio e l’inazione non ci proteggeranno mai.

La storia non si muove per concessioni paternalistiche, ma per il coraggio di chi non accetta di farsi dire che è “troppo presto” per pretendere diritti. Ecco perché non ci fermeremo.
Né ieri, né oggi, né mai.

Michele Albiani
Consigliere Comunale PD (Presidente della Commissione Sicurezza, Coesione Sociale e Politiche della Notte)

 

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