Keshet, intervista ad Ariel Heller: “A Gaza è strage, crimini del governo di Israele. Il Pride è casa nostra”

Dopo il discusso Roma Pride abbiamo intervistato il presidente di Keshet Europa, associazione di ebrei LGBTQIA+ italiani, tra dissidi interni al movimento, critiche a Netanyahu, sostegno ai palestinesi e la divisione sulla parola 'genocidio' che ha portato alla spaccatura tra attivisti.

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Keshet, intervista ad Ariel Heller: "A Gaza è strage, crimini del governo di Israele. Il Pride è casa nostra" - Keshet Italia ed Europa Ariel Heller - Gay.it
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Il “caso” Keshet Italia/Roma Pride ha interessato l’opinione pubblica per settimane, prima della ‘pace’ raggiunta alla vigilia della partecipatissima manifestazione di sabato 20 giugno.

Tutto è nato il mese scorso, quando il Comitato Roma Pride ha negato il carro all’unica associazione lgbtqai+ ebraico italiana per la mancata sottoscrizione del manifesto politico in cui si parlava esplicitamente di “genocidio” a Gaza da parte del governo di Israele. Sono seguite accuse e controaccuse, che hanno coinvolto il movimento, la comunità e la politica nazionale, tra raccolte firme, fantomatiche censure e precisazioni, perché il Pride è per sua natura aperto a tutte e tutti e nessuno può escludere chicchessia dal parteciparvi.

Di quello che è stato e che sarà, visto e considerato che Keshet Italia è ufficialmente entrato a far parte del Comitato Roma Pride, ne abbiamo discusso con Ariel Heller, presidente di Keshet Europa.

Keshet, intervista ad Ariel Heller: "A Gaza è strage, crimini del governo di Israele. Il Pride è casa nostra" - Keshet Italia Ariel Heller - Gay.it
Keshet Europa, Ariel Heller

Partiamo dalla giornata di sabato, dopo settimane di tensione com’è stato il vostro Roma Pride?

“Il nostro Roma Pride è stato difficile, ma abbiamo voluto dare un segnale di unità al movimento. Per noi era molto importante partecipare, l’abbiamo fatto per il Pride, per riappacificare gli animi, anche se a volte sembrano ancora essere molto turbolenti. Non è stato un Pride facile perché eravamo praticamente militarizzati, e questa è una cosa che non vorremmo mai vedere all’interno dei Pride italiani, però a quanto pare era ed è l’unica soluzione per la nostra comunità di partecipare in sicurezza all’interno di una manifestazione del genere. Questo dovrebbe allarmarci, il fatto che nel 2026 le persone ebree LGBT per partecipare,mper portare i propri corpi nelle strade di Roma, debbano essere protette dalle forze dell’ordine. È un segnale che ci fa capire come l’Italia, così come l’Europa, non affronti i suoi problemi di razzismo e di antisemitismo, anche all’interno dei movimenti di giustizia sociale. Se auspichiamo dai governi una tutela della democrazia, dovremmo cercare di tutelarla partendo dalla nostra comunità, questo significa tutelare la pluralità, la democrazia, tutelare le minoranze”.

Non vi siete domandati se all’origine di questa improvvisa distanza con parte del movimento e della comunità possa esserci la vostra mancata presa di posizione nei confronti del genocidio in atto a Gaza. Perché continuare a negarlo?

“Noi non neghiamo nulla. Ci sono due questioni. La prima è che la nostra organizzazione è un’organizzazione ebraica LGBT italiana. 
E come tale non abbiamo le competenze per definire se questo sia un genocidio o meno, noi ci occupiamo di discriminazioni intersezionali delle persone LGBTQIA+ in Italia. La seconda questione è che noi non stiamo dicendo che Israele non possa commettere un genocidio, può commetterlo come tutti gli altri Stati al mondo, quello che stiamo dicendo è che non abbiamo le competenze per poterlo affermare. Non abbiamo mai negato la crisi umanitaria in atto a Gaza, c’è una crisi, saremmo inumani se non pensassimo una cosa del genere. Ovvio che è in atto una strage, un massacro. Israele sta commettendo dei crimini, questo è evidente. Quello che diciamo è che la parola genocidio crea una relazione ben precisa con il popolo ebraico, che porta molti a dire “vedi gli ebrei stanno commettendo la stessa cosa che hanno subito”. Così facendo si sposta il piano dall’accusa al governo israeliano, al governo di Netanyahu, al governo di Ben-Gvir, al governo di Smotrich, che sono governi di estrema destra verso la quale noi abbiamo preso le più dovute distanze. Ma quella parola crea una relazione specifica con il popolo ebraico e quello che succede diventa evidente durante i Pride, quando le persone ci chiamano terroristi, assassini, fanno i saluti nazisti, i segni della pistola. Questo è quello che succede, si attribuisce a noi come comunità una responsabilità per l’azione di un governo estero e questo non è accettabile, è una pura forma di antisemitismo che il movimento deve essere capace di combattere e contrastare. Lo ripeto, noi non stiamo negando nessuna crisi umanitaria, ma come comunità LGBTQIA+ cerchiamo da sempre di fare attenzione alle parole, penso ai pronomi, alla carriera alias, alle definizioni che compongono le lotte della nostra comunità, l’identità di genere, il sesso biologico, l’orientamento sessuale. E allora perché quando la comunità ebraica LGBT cerca di fare attenzione alle parole che ci impattano, su come i conflitti esteri stiano impattando sulle esperienze italiane, non veniamo ascoltati? Perché solo le persone ebree non possono essere ascoltate quando fanno attenzione al linguaggio? Questo ci deve far riflettere”.

Il termine ‘genocidio’ nei confronti di quello che accade a Gaza non cade però dall’alto. In un rapporto diffuso due giorni fa intitolato ‘L’essenza dell’infanzia è stata distrutta’, investigatori indipendenti delle Nazioni Unite hanno osservato che l’intensità e la natura sistematica delle operazioni militari israeliane ha provocato un numero “senza precedenti” di morti, feriti e traumi tra i minori palestinesi. Parlando ufficialmente di genocidio.

“Il governo di Israele sta sicuramente compiendo degli atti genocidari, ma compiere degli atti genocidari non vuol dire compiere un genocidio. Non è l’ONU che deve esprimersi in tal senso, ma è la corte penale internazionale che ancora non ha dato il proprio il giudizio. Non è che io sto dicendo che non sia così”.

A fine 2024 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia respinse la richiesta di archiviazione di Israele decidendo di procedere nella verifica delle accuse di genocidio mosse dal Sudafrica contro Tel Aviv nell’ambito della guerra a Gaza, chiedendo ad Israele di “evitare un genocidio”. Si attende il responso definitivo della Corte.

“Ma non vuol dire che sia in atto un genocidio. Anche noi chiediamo a Israele di evitare un genocidio, ma è una cosa così scontata, non siamo inumani, non gioiamo per la morte di nessuno. Israele nasce come un posto di liberazione, una speranza per un qualcosa di diverso. Noi non ci aspettiamo che Israele si macchi di tutto questo, siamo stati i primi a condannare quello che ha fatto Itamar Ben-Gvir, quello che ha fatto Bezalel Smotrich, ci mancherebbe. Però il punto è che qui tutto sembri girare attorno all’uso di una parola. Noi prendiamo una posizione ben netta e solidale con il popolo palestinese, e lo voglio ripetere, riaffermare 20.000 volte, perché noi siamo solidali con il popolo palestinesi e le sue sofferenze. Ma sembra che non vada mai bene se non si usano le parole che vengono imposte. Ma le parole hanno un peso, dobbiamo usarle con con moderazione, dobbiamo essere attenti al loro uso”.

Questa frattura nasce dalla vostra mancata sottoscrizione del manifesto politico del Roma Pride 2026, decisione che ha portato all’esclusione del vostro carro. Nessuno ha però mai negato la vostra partecipazione alla parata, che è da sempre aperta a tutte e tutti. C’è chi vi ha accusato di aver strumentalizzato il tutto, ma ti domando, perché pretendere di essere pienamente coinvolti in una manifestazione se non se ne condivide il suo manifesto politico?

“Perché il Pride noi l’abbiamo costruito, siamo stati presenti sin dalla nascita di Keshet, ma ancor prima come singoli attivisti. Questa manifestazione continua ad essere importante per noi, continua a essere una manifestazione che lotta per noi, non possiamo esimerci da questo nel prendere posizioni che sono non condivise. Il carro per noi non era solo una questione di visibilità, ma era anche una questione di sicurezza, com’è stato abbastanza evidente anche quest’anno, nonostante siamo contenti dell’accordo che siamo riusciti a raggiungere con il Roma Pride. Un accordo di ascolto, un accordo di dialogo, un accordo in cui ci si torna a parlare, ci si tornerà a capire. La nostra comunità deve sostentare la pluralità e la democrazia all’interno dei movimenti, questo deve essere uno dei pilastri del nostro lavoro da qui ai prossimi anni, perché questo non comprende solo la comunità ebraica LGBT ma comprende tutte le altre minoranze all’interno del nostro movimento che vengono silenziate o che vengono oscurate. Il Pride fa parte del del nostro DNA, è la nostra lotta, non accettiamo di essere buttati fuori da un Pride che è nostro. Il Pride non è solo di chi esprime posizioni di maggioranza, il Pride nasce anche dalla lotta delle persone minorizzate, dalle persone più rigettate dalla società. È anche nostro in virtù di questo che dobbiamo continuare a essere presenti, a lottare all’interno del movimento”. 


Il comitato Roma Pride ha ieri diffuso un comunicato in cui ha espresso piena solidarietà ai membri di Keshet che sono stati vittime di intimidazioni e violenze nel corso della parata e al ragazzo che ha ricevuto insulti antisemiti in metro solo per indossare la kippah, parlando di “comportamenti inaccettabili che non rappresentano in alcun modo i valori del Roma Pride, nato per affermare diritti, libertà, inclusione e rispetto delle differenze”. E anche voi di Keshet avete espresso sostegno ai ragazzi e ragazze di Gender X e al trenino di Famiglie arcobaleno, attaccati con spray urticanti. Tutto risolto, frattura sanata?

“Parlare di frattura sanata è difficile, però è un percorso di dialogo importante. Un percorso che sono sicuro porterà qualcosa di buono. Siamo davvero molto contenti di questo accordo, siamo molto speranzosi, ci sarà un dialogo con tutte queste organizzazioni, anche noi non ci tiriamo indietro dall’essere solidali con con chi riceve violenze e minacce. Anche quando ci sono momenti di tensione questo è lo spirito della nostra organizzazione, siamo pronti sempre al dialogo ma soprattutto siamo solidali con chi riceve queste forme di violenza che non possono far parte del movimento del Pride”.

Per tornare allo choc degli spray urticanti, Gender X ha parlato di “attacco squadrista” da parte di un “un gruppo di sionisti”. Come replicate a queste accuse?

“È una cosa abbastanza grave, innanzitutto dovrebbero definire che cosa si intenda per “sionisti”, perché qui pare che ognuno abbia la propria definizione. Per fare un’accusa del genere dovrebbero avere delle prove, perché va bene essere solidali, ma questo non vuol dire che si possa così a prescindere pescare dal cesto e decidere chi sia stato, visto che non si ha contezza di chi abbia compiuto quell’atto. Accusare così le persone, cercare di alimentare dell’odio verso di noi, perché gira che ti rigira i sionisti finiscono per essere quelli di Keshet Italia, anche se noi non ci siamo mai definiti in tal modo. Ecco perché chiedo di fare attenzione al linguaggio, alle parole, che hanno un peso e ricadono su di noi anche nel momento in cui noi non ci siamo mai definiti in quel modo. Quindi chi sono i sionisti? Quelli di Keshet. Ma noi eravamo praticamente sorvegliati a vista, per tutta la parata, c’era la polizia, c’erano i volontari del Mario Mieli che ringrazio. Tutti sanno in che modo abbiamo partecipato alla parata, non posso sapere chi sia stato a spruzzare lo spray urticante ma non siamo responsabili per tutti gli ebrei del mondo. Speriamo solo che nessuno della nostra comunità si sia macchiato di un orrore tale”.

Per essere chiari, qual è la posizione di Keshet Italia nei confronti di Benjamin Netanyahu e del suo governo?

“Di assoluta condanna, quello che ha fatto Ben-Gvir con la Kippah in testa, sono tutte azioni che macchiano gli ebrei in tutto il mondo, è un qualcosa che ci fa veramente rabbrividire. Per tutti noi vedere un ministro israeliano passeggiare in quel modo davanti a persone ammanettate, inginocchiate, è un degrado morale, è un qualcosa che da ebreo della diaspora mi ferisce profondamente perché per me Israele non è questo, è un luogo nato dall’idea che il popolo ebraico sapesse cosa significhi essere umiliato, disumanizzato, privato della dignità. Quello che ha fatto Ben-Gvir e quello che fa il governo israeliano non è solamente moralmente sbagliato, ma è politicamente devastante. 
Perché regala l’immagine peggiore di Israele, trascinando ancora una volta tutti gli ebrei del mondo dentro le conseguenze delle sue azioni. Questo per noi è inaccettabile, sappiamo cosa succede quando immagini del genere vengono diffuse, lo vediamo ogni giorno. Cresce l’odio, cresce l’antisemitismo che colpisce persone che con quelle decisioni non hanno nulla a che fare”. “E per noi contano poco anche le prese di distanza tardive di alcuni ministri di Netanyahu, perché da anni tutto questo è stato normalizzato”.

La strumentalizzazione politica che si è fatta del caso Keshet/Roma Pride ha visto un sostegno politico bipartisan e una destra italiana sugli scudi, con Mario Adinolfi in piazza della Repubblica sabato pomeriggio con la bandiera di Israele. Quella stessa destra che nega diritti, alimenta odio e discriminazione, presenta proposte di legge divisive nei confronti della comunità. Tutto ciò a voi di Keshet non disturba minimamente, non vi sentite usati?

“È una domanda abbastanza complessa. Io trovo Adinolfi un provocatore, perché lui è una persona omofoba, la sappiamo. Detto ciò, penso che le bandiere non rappresentino i governi, come la bandiera palestinese non rappresenta Hamas la bandiera israeliana non rappresenta Netanyahu, e questo deve essere ben chiaro. Noi ci sentiamo buttati nel tritacarne, poi ognuno ha le proprie posizioni, noi siamo rappresentati dalle nostre azioni, non dalle azioni degli altri”.

Il vostro ingresso all’interno del Comitato Roma Pride ha smosso opinioni contrastanti all’interno del Movimento. Cosa vi aspettate da qui ad un anno, quando il Roma Pride tornerà in strada con un nuovo manifesto politico che voi stessi dovrete prima scrivere ed eventualmente successivamente sottoscrivere?

“Siamo in democrazia, quello che sarà sarà. Noi contribuiremo con le nostre voci a far sì che questo manifesto rispecchi l’interezza della comunità. Questo era mancato fino ad oggi, il dialogo con la comunità ebraica. Se viene a mancare il dialogo e la plurarità è un problema, questo accordo fa rientrare Keshet nella discussione, poi vedremo quel che succederà. Parteciperemo con postura critica. Già altre organizzazioni lo fanno, non vedo il problema. Io sono sicuro che nel momento in cui ci sarà dialogo ci inizieremo a capire, inizieremo a comprendere che nessuno vuole i palestinesi morti, nessuno vuole il male di ogni popolo oppresso. Siamo qui tutti per la liberazione di tutti i popoli e soprattutto siamo qui per lottare per i diritti della nostra comunità. 
Questo deve essere il nostro orizzonte e dobbiamo essere uniti, non farci dividere dalle destre che oggi non vedono l’ora di vedere queste crepe nel nostro movimento. Dobbiamo essere uniti e combattere per i diritti della nostra comunità”.

Archiviato il Roma Pride, nel weekend ci saranno i Pride di Napoli e Milano. Keshet ci sarà, avrete un carro, ci sono stati problemi?

“Ricordiamo ovviamente quanto accaduto l’anno scorso, con le violenze subite dal nostro presente Raffaele Sabbadini al Napoli Pride. Ma l’organizzazione del Napoli Pride è sempre molto solidale con noi, vogliamo ringraziare tutti gli organizzatori, perché questo per noi è veramente importante che ci sia una presa di posizione tale. Voglio ringraziare Antonello Samino che è un attivista con la con la A maiuscola, che non non cede sulle discriminazioni verso ogni comunità minorizzata e discriminata. Al Milano Pride non penso che quest’anno riusciremo ad esserci, ma il messaggio che vogliamo mandare è che sicuramente vogliamo essere all’EuroPride di Torino 2027, cercare un’apertura per la partecipazione”.

Vorrete essere all’EuroPride con un carro? Avete già iniziato a dialogare con il Comitato Torino Pride?

“Assolutamente sì, con il nostro carro, ma non tanto in virtù della nostra visibilità bensì per una questione di sicurezza, perché quello che abbiamo vissuto quest’anno è stato veramente difficile. Non vogliamo che si ripeta. Non c’è stato ancora alcun approccio, sono in contatto con EPOA, ma è un discorso che si farà a fine stagione Pride 2026. Ora siamo tutti molto presi”.

Cosa rispondi a chi accusa Israele di pinkwashing, ovvero di usare una facciata di finta inclusività e diritti LGBTQIA+ per ripulire l’immagine di un regime?

“Premesso sempre che noi siamo ebrei italiani, quindi con Israele c’entriamo poco o niente, voglio dire che il Tel Aviv Pride, così come il Pride da Gerusalemme, sono Pride di natura politica, sono Pride che avvengono in contesti di guerra, in una società dove le persone LGBT continuano a combattere e a contrastare un governo di estrema destra per l’uguaglianza, per la dignità, per la libertà. Quello che manca in questa discussione è il riconoscimento delle persone israeliane LGBT, che esistono. Le loro esperienze, le loro vite, le loro lotte, quello che ottengono viene semplicemente ignorato o ridotto a uno strumento di discussione che è legato a questioni politiche. Nasce così questo sentimento secondo cui tutti i progressi che vengano fatti dalle persone LGBT, dalla comunità LGBT, in Israele, siano solo pinkwashing e non il risultato di decenni di attivismo, di advocacy, di sacrifici personali. È assurdo che qui in Europa persone e attivisti del movimento LGBT depotenzino il lavoro fatto da loro colleghi in Israele limitandosi ad etichettare tutto come pinkwashing. Se otteniamo risultati qui in Europa sono delle grandi conquiste, se succede in Israele è propaganda. Questo è un riduzionismo che cancella le persone LGBT israeliane, la legittimità del loro lavoro e riduce la lotta per i diritti civili in Israele, dove lo ripeto c’è un contesto molto difficile. Israele sembra un paradiso per le persone LGBT ma non lo è, anche lì le persone LGBT continuano a lottare. Riconoscere l’autenticità delle lotte della comunità LGBT israeliana non vuol dire associarsi alle politiche del governo israeliano. Parliamo dei diritti delle persone israeliane”.

A mente fredda, dopo settimane di polemiche in arrivo anche dall’interno del movimento e della comunità, avete provato a fare autocritica? Avrete sbagliato qualcosa anche voi?

“Noi l’autocritica la facciamo tutti i giorni, però non si può addossare sempre le colpe alle minoranze all’interno del nostro movimento. Mi sembra che proprio non veniamo ascoltati, e credo che abbia una radice che va ben oltre noi. C’è un problema di puro antisemitismo, non c’è altra altra ragione, perché tutte le altre comunità vengono ascoltate, nel momento in cui dicono di vivere la transfobia, il razzismo, ma se lo dicono gli ebrei stanno facendo le vittime. Quando una comunità minoritizzata dice “guardate che state avendo delle posizioni antisemite, razziste, omobitransfobiche”, la risposta non dovrebbe essere “eh no, non sono razzista, non sono antisemita”. Non è così che funziona, dovremmo poterci sedere attorno ad un tavolo e cercare di capire dove stia andando la comunità. Però sembra che ormai l’antisemitismo lo debbano definire le persone non ebree, questa è l’unica forma di discriminazione che può essere definita dalle altre persone che non vivono l’antisemitismo. Dovrebbe farci riflettere”.

Ma c’è anche da fare una distinzione chiara. Criticare un’azione, un comportamento, una mancata presa di distanza, un governo in carica, non significa necessariamente essere antisemiti.

“Certo che no, ovviamente, ma qui si torna sempre alla questione di Israele. Le azioni del governo israeliano hanno delle ricadute sulle persone ebree che vivono qui, che vivono in Europa, che non hanno alcuna relazione con lo Stato di Israele. Non votano in Israele, perché noi votiamo in Italia. Appena Israele entra in guerra o fa qualcosa di criticabile le ricadute le sentono gli ebrei in Europa, lo vediamo con le azioni che coinvolgono le sinagoghe, i nostri centri culturali, i nostri eventi devono essere sorvegliati h24 dalle forze dell’ordine. Questa non è libertà. 
Questo non è vivere liberi in Europa. La solidarietà alle persone ebree arriva da ben pochi. I primi ad essere arrabbiati con il governo di Israele siamo noi, i primi a essere incaz*ati neri siamo noi, perché tutto quello che fanno ricade in particolar modo su di noi, ebrei d’Europa. Dobbiamo cercare di staccarci da questa relazione, da questo filo che si crea tra Israele e gli ebrei che vivono in diaspora. 
Noi non siamo responsabili dei comportamenti e delle azioni del governo di Israele, così come tutti gli italiani non sono responsabili di quello che fa il governo Meloni”.

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