Dopo l’appello per un nuovo riformismo lanciato dalle pagine de Il Foglio (e di Gay.it) da Alessio De Giorgi e Anna Paola Concia, pubblichiamo la risposta e le argomentazioni di Guglielmo Giannotta, persona trans e attivista LGBT+.
Il 3 febbraio 2025, l’ex Parlamentare Anna Paola Concia e l’ex direttore di Gay.it Alessio De Giorgi, hanno pubblicato un’appello sul Foglio nel quale, riflettendo sul dualismo cratico tra parcellizzazione dei diritti e diritti universali e, allo stesso tempo, massimizzazione delle istanze e sintesi delle stesse – hanno esortato la comunità LGBT ad applicare una misura, intesa come riduzione antitetica al massimalismo, nel rivendicare le istanze.
Il pezzo di oggi si propone di sviluppare un’analisi critica all’appello lanciato da Concia e De Giorgi, proporzionale e allo stesso tempo ribaltante rispetto alla richiesta ab origine di coscienza critica. Non si intende quindi ragionare qui né in termini semplicistici né tantomeno in termini polarizzati e polarizzanti, procedendo verso una riflessione critica tout court che sappia discutere e ridiscutere le riflessioni come le sentenze avanzate nell’appello.
Poiché si cita est modus in rebus, partirei proprio dall’analisi della misura intesa come il formato utilizzato per divulgare l’appello. Si è qui scelto il formato giornalistico di giornale, che impone delle limitazioni di spazio che a mio avviso non permettono di sviluppare, come invece si dice di voler fare nell’incipit del testo, un serio e argomentato ragionamento critico rispetto alle istanze che si vogliono portare. Il testo mette molti concetti sul tavolo, senza lo spazio per l’approfondimento di nessuno. Si pone l’attenzione più volte su come i social media e le piattaforme digitali più in generale abbiano semplificato la comunicazione e la capacità di elaborare un pensiero e una trattazione complessa, eppure all’interno del pezzo i concetti sono portati in maniera estremamente sintetica, quasi sloganistica: non si entra dentro alle cose, esattamente nella stessa misura, o modus, con il quale non lo si fa sui social.
L’appello per sua natura è una forma che rimanda a un approfondimento in altra sede e in altro luogo, ma se si chiede una riflessione tramite l’appello e si decide di pubblicarlo a mezzo stampa e non, al contrario, contattare internamente e direttamente, ad esempio, le realtà del Movimento verso le quali esso è rivolto, allora non si può richiedere un’argomentazione di risposta, che sia o non sia essa una contro-argomentazione, degna della complessità di ragionamento critico che questo Movimento merita.
Un appello incita a un dialogo, che mai prima di questo momento, almeno negli oltre miei 8 anni di militanza in associazioni, è stato avanzato né da Concia né da De Giorgi, direttamente come indirettamente, in nessuna forma e mezzo.
Se si vuole citare Orazio e rimandare quindi a un ideale di equilibrio di forma, misura e proporzione, è bene che il pezzo, nella misura, sia impeccabile, esaustivo e coerente rispetto alle richieste.
Partendo quindi da una premessa di tipo formale, perché a mio avviso la forma, le parole, ma soprattutto il modo in cui vengono scelte e veicolate è fondamentale per il corretto sviluppo di un ragionamento che vuole porsi come critico, passerei ora al contenuto, andando a sviluppare quell’approfondimento concettuale e analitico che nell’appello, purtroppo – ed è stata a mio avviso un’occasione persa – è mancato.
I temi avanzati nell’appello possono essere sintetizzati in:
- Incapacità del Movimento contemporaneo di generare consenso e coinvolgimento civile in relazione alle cause LGBT+
- Contrapposizione tra un Movimento di piazza che chiede diritti e un Movimento digitale contemporaneo che lotta per chi ha il personal brand più forte oppure per chi riesce ad ottenere più interazioni sui propri contenuti («quanto duri e puri apparire o quanti like ottenere nelle dirette social»)
- Incapacità di questo Movimento di elaborare istanze che tengano conto del contesto e del quadro nazionale, facendo semplicemente un lavoro di importazione acritica delle tesi anglosassoni, in particolare americane
- Una tendenza del Movimento contemporaneo ad agire una sorta di cancellazione del libero pensiero critico, tacciandola di omofobia o transfobia
- Un Movimento Pride che si preoccupa di avere tante persone che partecipano all’evento ma che tiene fuori la piattaforma politica di istanze, delle quali le stesse persone presenti ai Pride non sono a conoscenza e che non sarebbero comunque in grado di comprendere
- Un’analisi – permettetemi molto parziale e generica – della situazione geopolitica contemporanea in relazione ai nostri diritti
Procederò con lo stesso ordine di analisi dei temi affrontati:
Tramite un parallelismo cronologico tra il 2015-2016, ovvero gli anni della discussione prima e dell’ottenimento poi delle unioni civili, e gli anni a noi contemporanei, si asserisce che il Movimento, che qui chiamerò per semplicità, “delle unioni civili”, fosse un «movimento di popolo, perché popolare», indicando come quel Movimento – a differenza, si lascia intendere, di quello contemporaneo – fosse stato in grado, chiedendo diritti universali, di generare consensi ingenti a livello numerico della cittadinanza tutta, che infatti in quegli anni si mobilitava massivamente per scendere in piazza a sostegno di quella che poi diventerà la legge sulle unioni civili.
Si sostiene che invece, al contrario, la ragione principale per la quale ad oggi il Movimento non riesca a portare quei numeri nelle piazze sia che esso negli anni si sia parcellizzato nelle istanze, ma si sia massimalizzato nelle richieste, chiedendo tutto, subito e allo stesso tempo.
Tuttavia mi chiedo: è possibile spiegare un fenomeno così complesso con questa motivazione esclusiva?
A mio avviso mancano dei pezzi: la situazione è ben più complessa e richiede una lettura del quadro del Movimento ben più articolata di questa.
L’analisi non tiene conto di più fattori, a cominciare dal clima politico: per quanto banale, Concia e De Giorgi sembrano dimenticare che mentre le unioni civili si sono ottenute in un clima politico nel quale il Partito Democratico, ma più in generale il centrosinistra (non affronterò qui la riflessione sulla tipologia di centrosinistra, ma soprattutto di sinistra, perché non è questa la sede) era al Governo da anni e con il più alto consenso, sia nazionale che europeo, il Movimento contemporaneo si sta muovendo in un quadro nel quale non solo è impossibile chiedere alcun tipo di diritto, universale o parcellizzato che sia, per la nostra comunità che è uno dei principali mirini della propaganda governativa attuale, ma si ritrova a dover giocare una battaglia che potremmo, sempre di più con il passare dei mesi, definire a tutti gli effetti di Resistenza.
L’analisi è fallace a mio avviso e trova la sua ragione principale, prima ancora che nel Movimento, nella situazione politica e geopolitica contemporanea. È difficile mobilitare la popolazione civile con una generale censura dei mezzi di comunicazione di massa, una costante inibizione delle piazze, un DDL sicurezza che va a limitare il diritto di manifestazione in pubblica piazza.
Un aspetto che ho trovato con dispiacere molto poco presente nell’appello è il quantitativo, molto scarso, di esempi portati a sostegno delle tesi.
A me sembra molto evidente come la ragione primaria sia la situazione governativa e come la tesi nell’appello in questo caso sia indotta dalla carenza di un’analisi più approfondita.
Se la ragione centrale fosse stata la parcellizzazione delle istanze e non la richiesta di istanze universali a giocare una divergenza nella partecipazione civile di piazza, la discussione del DDL Zan, che avvenne anni dopo, tra il 2019 e il 2021, non sarebbe stata altrettanto partecipata.
Si potrebbe dire che la battaglia per la legge contro le discriminazioni sia in realtà da intendersi proprio come un esempio chiaro di richiesta di diritti universali, eppure il disegno di legge ha sempre incluso tutto, tutti e subito dall’inizio della sua presentazione all’affossamento. Nonostante questo quadro di massimizzazione, il sostegno civile, esattamente come per le unioni civili, c’era: l’affossamento non è avvenuto fuori dall’aula.
Poiché infine si vuole parlare del quadro italiano e si esorta a non importare tesi e riferimenti legati al quadro trans-oceanico, è bene sottolineare che sul piano del diritto l’unico disegno di legge che sia stato presentato successivamente alle unioni civili è quello della legge contro le discriminazioni. In Italia, il Movimento non ha presentato né cercato di far presentare alcun disegno di legge per il riconoscimento del terzo genere, i bagni di genere neutro, il matrimonio egualitario, la legalizzazione della GPA. Se, in Italia, il Movimento avesse veramente voluto prendersi tutto e subito, avrebbe iniziato ben prima dell’avvento di questo Governo a proporre disegni di legge di questo tipo. Eppure, al momento nessuno di questi risulta depositato.
Sulla base di cosa stiamo quindi dicendo che c’è stata una parcellizzazione delle rivendicazioni in termini di diritti?
Diverso è invece l’aspetto culturale, verso il quale percepisco anche io, dall’interno, una tendenza a incamerare tesi anglosassoni approcciate in modo acritico e che non tiene sicuramente conto del contesto nazionale. Tuttavia, da quel che mi sembra d’intendere dall’appello, l’oggetto della vostra trattazione sul tema è la comunità tutta.
A mio avviso nell’appello si pone un po’ arbitrariamente una o una sommatoria di attribuzioni in termini estremamente semplicistici. Chi ha importato queste tesi sul piano culturale? La comunità tutta, gli attivisti, i divulgatori, le persone trans che non attraversano in alcun modo gli spazi del Movimento: chi?
In ACET, l’associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere, che ho il piacere di presiedere in questo momento, gli autori più letti sono Monica Romano, Mirella Izzo, Porpora Marcasciano, Pina Bonanno, Paola Astuni, Romina Cecconi, Leslie Feinberg, Diana Nardacchione. ACET si occupa proprio di politica e di cultura.
Chiedo nuovamente quindi: chi? Ci si riferisce nell’appello anche alle organizzazioni di vario tipo, che poi alla fine costituiscono il Movimento? E se si, sulla base di cosa? Io in ACET non ho mai ricevuto un contatto da parte di nessuno dei due autori: forse, se le associazioni le abitaste, avreste modo di poter asserire, sulla base di dati e in modo molto più argomentato, qual è il quadro di un Movimento contemporaneo, che mi sembra l’oggetto centrale del vostro appello, ma che non mi sembra abitiate né tantomeno conosciate.
Se ci si riferisse invece alle persone della comunità in generale e quindi non alle persone che abitano gli spazi associativi, allora vi risponderei che sicuramente c’è una mancanza di coscienza collettiva, di ragionamento critico e che c’è invece spesso un’importazione acritica di testi anglosassoni; vi risponderei che purtroppo in questo momento le figure teoriche italiane che sappiano elaborare delle tesi nuove e applicabili in Italia sono ferme a vent’anni fa e che c’è bisogno, forse, che le associazioni si dedichino più alla cultura e meno ai servizi.
Allo stesso tempo, servirebbero anche finanziamenti, perché una realtà come la nostra, che fa cultura e politica senza alcun tipo di servizio, non la vuole finanziare nessuno in Italia, proprio perché di servizi non ne ha.
Per cambiare una cultura e una coscienza collettiva, servono spazi che possano lavorare in questo senso: se questi spazi sono osteggiati a Destra come a Sinistra, la cultura chi la cambia? La coscienza chi la costruisce?
A me sembra una conseguenza naturale di questo quadro mancante di strumenti culturali la deliberata volontà di cancellazione di una pluralità di pensieri, dell’importanza del conflitto, inteso come strumento sintetico proattivo, come infine della cancellazione del separatismo.
Come mi sembra una naturale conseguenza di questo quadro a-culturale civile l’attuale stato di vertenza del sistema Pride italiano, ma non solo italiano. Il che, si ben intenda, non ha a che vedere, per me, con la presenza degli sponsor, che servono, in mancanza di fondi istituzionali, a coprire la gestione di un evento così grande, ma ha a che vedere con la capacità dei Pride, che trovo anacronistica in questo momento storico, di portare sul palco più istanze politico-culturali e meno artistico-performative, anche a scapito della partecipazione civile.
Non la farei tuttavia una questione così semplice: rifletterei anche sul fatto che, in un clima politico di censura come quello contemporaneo, benché sia una scelta che non condivido, investire maggiormente sull’artistico-performativo nel palinsesto in favore di una maggiore partecipazione che porta i Pride attuali ad avere milioni di partecipanti nel nostro Paese ogni anno, renda la scelta di struttura portata avanti dal sistema dei principali Pride italiani propedeutica a dare l’idea che i nostri temi siano più sentiti dalla cittadinanza di quello che la Destra comunichi.
È un’illusione? Può darsi, come può darsi di no. Può essere che i Pride contemporanei stiano lavorando sulla sensibilizzazione mainstream della popolazione civile, totalmente diseducata alle nostre tematiche, come può essere che sarà un’operazione fallimentare e che le persone verranno, balleranno, se ne andranno e nulla di quanto detto sul palco rimarrà.
Io preferirei il rischio della discesa dei numeri di partecipazione in favore di un Pride più politico, ma non sento di biasimare le centinaia di volontari che ogni giorno dell’anno lavorano per la realizzazione di un evento così complesso, che porta una visibilità ai nostri temi che nessun altro momento dell’anno riesce a riprodurre, nemmeno embrionalmente.
Forse, mi viene da pensare, che se si investisse sulle attività culturali tutto l’anno, si fornirebbero alle persone gli strumenti per leggere e comprendere quei manifesti dei Pride che oggi, purtroppo, non legge quasi nessuno.
Ma questo non ritengo sia un lavoro che possa fare un evento come quello del Pride.
Passando infine alla situazione geopolitica, c’è sicuramente un’ondata nera estremamente preoccupante; ondata che vede noi persone trans il capro espiatorio del XXI secolo. È evidente che le persone trans siano il mirino principale di queste destre, perché al contrario dei migranti sono poche e, al contrario delle donne sono dai più odiate in quanto esistenti.
Non a caso, i primi provvedimenti di tutte le destre estreme dei Paesi che avete citato nell’appello e anche di altri, come la Bulgaria, che avete omesso di citare, vertono, tra le minoranze, su di noi.
Io trovo al contrario che la legge che regolamenta l’esistenza delle persone trans come la legge sulle unioni civili nel nostro Paese siano a rischio, quanto più ora che abbiamo una Presidente del Consiglio che risulta la principale alleata di Trump in Europa, il quale, verso di noi, ha già creato un precedente di dismissione.
Se il problema fossero state le schwa e i bagni genderless e la gpa persino negli Stati Uniti, Trump si sarebbe limitato a rimuovere la x sui documenti, non sarebbe andato oltre, cancellando la possibilità di cambiare i documenti per tutte le persone trans anche in senso binario e, ad esempio, obbligando le donne trans ad essere detenute in carceri maschili.
Io sono rimasto piacevolmente sorpreso al contrario dal Movimento italiano, che per la prima volta, in questi tempi bui, al divide et impera del Governo, ha risposto compatto, sulla linea del DDL Zan, comunicando che se si tocca una sigla della comunità si tocca la comunità tutta. Probabilmente perché ancora conserva la memoria storica dei totalitarismi novecenteschi, che impongono il partire dall’anello più debole per risalire la scala del privilegio.
Ne approfitto per lanciare anche io un appello a tutte le persone della comunità concrete e pragmatiche: anche quando si pensa che sia la soluzione più rapida, divide et impera non è mai la soluzione.
In questi momenti bui, reinvestiamo sulla cultura e sulla politica, in una chiave degna della complessità che meritiamo.
Guglielmo Giannotta
attivista LGBT+
Il massimalismo fa male alla causa LGBT. Appello per un nuovo riformismo
Ma quale massimalismo, vogliamo solo giustizia: chi divide (come sul ddl Zan) è complice
“Nessun massimalismo LGBT, le nostre rivendicazioni vanno spiegate”
