Maria Tomba: “Volevo scappare dal dolore e ho fatto pensieri autodistruttivi. Oggi ho ritrovato la mia voce”

Dopo l'esperienza a Sanremo (rigorosamente in pigiama) Maria Tomba presenta a Gay.it il suo primo album "Requiem (per un sogno)": "Un viaggio interiore alla ricerca della propria voce".

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Maria Tomba intervista
Maria Tomba è stata tra le Nuove Proposte di Sanremo 2025 e ha pubblicato il disco d'esordio "Requiem (per un sogno)" che a Gay.it ha descritto come un viaggio emotivo alla ricerca della propria voce interiore anche attraverso il dolore.
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Il pubblico l’ha conosciuta dapprima a X Factor 2023, dove è arrivata sino alla finale, poi a Sanremo 2025 dove ha gareggiato tra le Nuove Proposte con il brano Goodbye (Voglio Good Vibes). Maria Tomba ora si mette in gioco con il suo primo album, Requiem (per un sogno) pubblicato il 14 febbraio per Isola degli Artisti/Ada Music Italy.

Sbaglia chi pensa di trovare nel progetto unicamente l’ironia e la spensieratezza con cui Maria Tomba si è presentata nel talent show di Sky o sul palco dell’Ariston con i suoi inseparabili pigiami. Il disco è una vera e propria discesa nei meandri più bui del proprio cuore. Un viaggio emotivo che non lascia indietro alcuna tappa, nemmeno quelle più dolorose ma necessarie. Sul finale, però, si torna a rivedere una luce in fondo al tunnel. A Gay.it la cantante classe 2002 ha presentato l’opera prima e ha fatto un tuffo nei ricordi della sua infanzia, riportando a galla dolci ricordi ma anche esperienze che l’hanno segnata.

Maria Tomba, da Sanremo al primo album

A un mese da Sanremo è passata la sbornia del Festival?

È stata una settimana molto intensa, però la più bella della mia vita fino a questo momento. È durata troppo poco! Si dormiva pochissimo, ma me l’avevano detto. Mi sono ripresa eccome, ho dormito tanto.

Un mese anche dal tuo primo album Requiem (per un sogno). Un titolo solenne, ma pure tetro.

Si rifà a un film che ho visto mentre scrivevo l’album, “Requiem for a dream”, con Jared Leto. Una pellicola molto disturbante che parla di dipendenze. Mi ci sono ritrovata perché tratta anche il tema dell’alienazione come modo per scappare dalle difficoltà e dal dolore, cosa che ho fatto pure io in un primo momento. Il film è suddiviso in stagioni ma non c’è la primavera, ha un finale amaro, invece nel disco c’è la speranza, la rinascita. È un viaggio interiore alla ricerca della propria voce.

Anche tu con questo disco volevi essere disturbante?

Volevo far riflettere di più su alcuni aspetti. Mi è capitato di parlare anche con le amiche di quanto si tenda a scappare davanti al dolore. A me è capitato dopo la morte di mio papà. Inizialmente reprimevo la sofferenza, rigettavo persino la musica perché era una cosa che mi legava particolarmente a lui. A furia di tenere tutto dentro e dire “Sto bene” sono implosa e pensavo non ci fosse più niente da fare. Quando non vedi la luce in fondo al tunnel ti senti completamente persa. Scavare dentro di sé fa male ma porta a una consapevolezza che prima non si aveva.

Nel brano Van Gogh si arriva a pensare che la via d’uscita sia la fine definitiva. Sono pensieri che hai fatto pure tu?

L’ho scritto a 19 anni nel bel mezzo di quel periodo cupo. Mi sentivo costantemente imprigionata, cercavo in tutti i modi di evadere, volevo andarmene ma allo stesso tempo ero paralizzata da quello che stavo provando. Ho fatto quei pensieri in diversi momenti, e scrivere quella canzone è stata una liberazione, un grido d’aiuto che ho fatto alle persone che mi circondavano.

E poi?

Sono riuscita a trovare la luce. È difficile, però come dico spesso l’unica persona che ti può salvare sei tu. Anche la scelta di andare in terapia – benché tutti possano darti consigli – deve partire da te.

La musica dicevi che è stata terapeutica.

Molto, ma in generale l’arte e adoperare la propria creatività. È importante vivere una vita creativa, rifuggire la monotonia.

Qual è stato l’evento che ti ha permesso di rinascere?

Per diversi mesi dopo il lutto che ho vissuto non ascoltavo più musica e avevo deciso di fare la neuroscienziata, poi una mia amica mi ha convinta ad andare insieme ai “Seat Music Awards” all’Arena di Verona anche se non ne avevo voglia. Ho sentito Fiorella Mannoia cantare “Il peso del coraggio” e ho iniziato a piangere. Lì mi è scattato qualcosa dentro. Oppure quando ho fatto i provini per “X Factor”: stavo facendo ingegneria chimica, ma ero scontenta perché sentivo che il mio cuore andava da un’altra parte. A quel punto ho detto basta a ingegneria e dopo 3 settimane ho ricevuto la chiamata dal programma.

E non hai più ripreso gli studi?

Quelli scientifici no, ma studio da privatista armonia e composizione, pianoforte e canto. Vorrei arrivare a comporre, dato che sono fan delle colonne sonore.

La disillusione dopo X Factor

In Dirty no parli delle disillusioni del successo e del rovescio della medaglia dell’industria dell’intrattenimento. È quel che ti è successo dopo X Factor?

Sì. Ero molto ingenua, non sapevo niente dell’industria musicale. Vengo da un paesino piccolissimo e in famiglia nessuno fa questo lavoro. Sono stata catapultata nel mondo dei talent che è diverso dall’industria discografica. La cosa che hanno in comune sono i meccanismi molto veloci e l’influenza dei social. Dopo “X Factor” mi ero creata delle aspettative, era come avere del fumo davanti agli occhi che non ti fa accorgere di ciò in cui ti vai a imbattere. Dipende anche dalle persone di cui ti circondi. Allo stesso tempo le “mazzate” che ho preso mi hanno dato più consapevolezza di questo mondo e piano piano sto imparando. Anche essere una ragazza all’interno dell’industria musicale…

Cosa vuol dire?

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Che quando esprimi la tua opinione in maniera ferma e decisa puoi essere vista come aggressiva. Nelle classifiche e nelle line up dei festival c’è ancora poca rappresentanza femminile, però le artiste che ho avuto modo di conoscere sono veramente in gamba, stanno parlando di questa situazione e qualcosa si sta muovendo.

Quanto è difficile mantenere la propria identità in un’industria spesso guidata da standard rigidi, sia musicali che estetici?

Io me ne frego, non ho mai dato tanto peso al fattore estetico. Ho cercato di creare la mia estetica ed esprimere quello che ho dentro. Anche il fatto di indossare il pigiama sul palco è un modo per dire che quello che vogliamo comunicare viene da dentro, la sicurezza non dipende da cosa si indossa o da ciò che dicono gli altri.

Maria Tomba da bambina
Maria Tomba in uno scatto da bambina insieme ai genitori. “Collego la mia infanzia a una stagione in particolare, l’estate, perché è stata molto gioiosa” ci ha raccontato.

Maria Tomba e l’esperienza del bullismo

Quali giudizi ti hanno fatto soffrire di più in passato?

Quando ero più piccola i commenti legati al fatto che ero robusta mi hanno portato ad avere un rapporto complicato col mio corpo. Mi chiamavano “elefante”. Sto ancora lavorando sulle mie insicurezze, però non mi identifico in esse. Anche il fatto di essere vista come stravagante inizialmente mi faceva sentire un pesce fuor d’acqua e sbagliata. Poi ho scoperto che il mio non avere peli sulla lingua viene dal fatto che in famiglia mi hanno sempre detto di non nascondermi dietro ruoli e maschere.

In quei momenti chiedevi aiuto o hai vissuto tutto da sola?

I miei genitori mi sono stati molto vicini. Quando mi chiudevo in me stessa capivano che c’era un problema visto che di solito ero chiacchierona e vivace, quindi mi sollecitavano a parlare, poi chiaro che quella che si doveva difendere quando in classe mi facevano la punta della matita sulla sedia ero io.

Cioè?

È capitato che temperassero la matita sopra la mia sedia, oppure mi hanno invitato a un compleanno per pietà perché mio papà aveva il cancro, poi mi guardavano male tutto il tempo e stavo da sola. Cose orribili, ma crescendo sono stata fiera di me stessa e di come mi sono comportata. L’altro giorno ho visto “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, quanto ho pianto! Mi sono tanto riconosciuta nella situazione di Andrea.

Ti sei presa qualche rivincita su quei bulli ora che stai costruendo un tuo percorso musicale?

Qualche compagno di classe delle medie mi ha scritto: “Brava te l’avevo detto che eri portata”, quando in realtà nei video che mio papà mi faceva mentre cantavo si vede un gruppetto che rideva e mi perculava. Ho risposto: “Grazie” con un cuoricino, perché non sono una persona che porta rancore.

A parte questi episodi, che ricordi hai della tua infanzia?

Sono ancora molto in contatto con la me bambina, sono legata al creare come quando si era bambini, senza sentirsi giudicati. È un po’ come mi sento sul palco, libera, poi fuori da lì ho le mie fragilità come tutti. Collego la mia infanzia a una stagione in particolare, l’estate, perché è stata molto gioiosa. Vivendo in campagna andavo a giocare nel parchetto col fango e i gatti randagi. L’adolescenza invece mi ricorda più l’autunno, non a caso in inglese autunno si dice “fall”, caduta…

Ora in che stagione ti senti?

Tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, e penso ci starò ancora per un po’.

Oltre le apparenze

Tornando a Sanremo, a proposito di Goodbye (Voglio Good Vibes) hai detto che parla dell’andare oltre le apparenze. Se con te ci si fermasse a quelle che cosa si perderebbe?

La prima impressione è il fatto che sono solare e trasmetto energia, ma dietro c’è di più, anche una Maria più profonda, a cui piace la letteratura, che ha tanti interessi. Siamo tutti fatti di luce e ombra, fermandosi alla superficie si perde quello che è più difficile da scovare. Come quando si costruisce una relazione di qualsiasi tipo, ci vuole tempo per scoprire una persona.

Hai già avuto modo di entrare in contatto con un pubblico queer?

Sì anche con un sacco di drag. Una di loro mi ha scritto per dirmi che avrebbe performato la mia canzone! È una bellissima comunità e un mondo estremamente colorato, poi io sono una che non si etichetta: ogni tanto mi confronto con la generazione di mia mamma e vedo quanto siamo distanti anche linguisticamente parlando.

Hai trovato affinità tra te e la comunità?

Mi sono confrontata con tante persone che hanno passato situazioni molto difficili, spesso costrette a nascondere quello che effettivamente sono. C’è una frase che mi è rimasta impressa, detta da una di loro e che racchiude il senso di ciò che abbiamo in comune: “Le lacrime sono state il seme di quello che poi è stato l’arcobaleno”.

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