Budapest paralizzata dalle proteste contro legge anti-Pride e governo Orban – VIDEO

Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per difendere lo Stato di diritto e opporsi alla deriva filorussa dell'Ungheria. Dall’Europa, la rete LGBTQIA+ rilancia: non bastano le parole, servono azioni concrete contro i regimi nascenti nel cuore dell'UE.

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Il 28 giugno, la comunità LGBTQIA+ ungherese tornerà per le strade, una decisione coraggiosa che ha trovato immediato sostegno da parte di movimenti e attivisti in tutta Europa.
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Lo scorso martedì 25 marzo, migliaia di ungheresi sono tornati in piazza per opporsi alla nuova stretta autoritaria del governo filorusso e anti-diritti di Viktor Orbán. L’ultima misura approvata dal Parlamento, in tempi lampo, vieta di fatto lo svolgimento dei Pride e introduce nuove limitazioni al diritto di assemblea, confermando un disegno repressivo che colpisce direttamente le libertà individuali. I manifestanti hanno bloccato tre ponti e diverse arterie principali della capitale, rispondendo con una mobilitazione di massa a un provvedimento che segna l’ennesimo passo nella progressiva erosione dello Stato di diritto nel cuore dell’Unione Europea, e rifiutando categoricamente l’avvicinamento dell’Ungheria alla Russia di Vladimir Putin.

L’ultima legge anti-LGBTQIA+, approvata in tutta fretta dal Parlamento ungherese, è arrivata a pochi giorni da alcune dichiarazioni di esponenti del partito di governo, che avevano invitato gli organizzatori del Budapest Pride a “non perdere nemmeno tempo a organizzare nulla”. Il testo vieta qualsiasi manifestazione che possa essere considerata “contraria alla tutela dei minori”, ma nella pratica, impedisce l’organizzazione del Pride e consente – in maniera del tutto irregolare secondo la direttiva europea – l’utilizzo di tecnologie di riconoscimento facciale per individuare e sanzionare gli attivisti. Un’operazione di censura preventiva che affonda le sue radici nella retorica familista del Fidesz, ormai sempre più impermeabile a ogni richiamo ai diritti civili e alle libertà fondamentali.

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A rispondere per prima, con una dichiarazione ferma e senza esitazioni, è stata la direzione del Budapest Pride: nessun passo indietro, la marcia si farà. Il 28 giugno, la comunità LGBTQIA+ ungherese tornerà per le strade, una decisione coraggiosa che ha trovato immediato sostegno da parte di movimenti e attivisti in tutta Europa. Nelle scorse settimane, si è manifestato davanti alle ambasciate ungheresi a Vienna, Dublino, Barcellona, Milano, Parigi e Copenaghen. Presìdi simbolici, certo, ma anche un modo per riaffermare una presenza politica transnazionale che non ha intenzione di accettare lo smantellamento silenzioso dello Stato di diritto.

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E c’è chi si sta organizzando per esserci davvero. Tra questi, Europa Radicale, che ha preso parola via Instagram per annunciare la propria partecipazione al Pride di Budapest: “Le leggi fasciste di Orbán non possono vivere nell’Unione Europea dello Stato di Diritto. Saremo il 28 giugno al PrideBudapest, accanto alla comunità LGBT+”.

 

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Anche la risposta dell’associazionismo LGBTQIA+ europeo è stata immediata e compatta. A fianco del Budapest Pride si sono schierati i principali collettivi del continente, da Belgrado a Bruxelles, da Ljubljana a Košice. A esprimere solidarietà, anche realtà transnazionali come InterPride, IGLYO, EuroPride.

 

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Nel frattempo, Forbidden Colours – ONG europea a tutela dei diritti LGBTQIA+ – insieme alla rete europea RECLAIM ha avviato una campagna pubblica per chiedere un intervento concreto da parte della Commissione Europea. A meno di 100 giorni dal Pride, le due organizzazioni hanno inviato una lettera ufficiale a Bruxelles, chiedendo l’adozione di misure urgenti per sospendere la legge ungherese e l’apertura di una nuova procedura legale contro il governo Orbán. Il messaggio che accompagna l’appello è chiaro: ci servono azioni, non tweet.

 

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