Ungheria, divieto dei Pride: l’ONU chiede il ritiro della legge, l’Europa protesta

Gli organizzatori non arretrano di un passo: la marcia, a Budapest, si farà. Intanto, la comunità internazionale guarda con allarme all’ulteriore stretta imposta dal governo Orbán.

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Divieto ai Pride d'Ungheria: l'Unione Europea si avvia alla procedura di infrazione verso il governo di Orban.
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Il Budapest Pride non ha alcuna intenzione di arretrare. Nonostante la legge appena approvata dal Parlamento ungherese vieti intrinsecamente le marce dell’orgoglio, arrivando ad autorizzare – illegalmente – l’uso del riconoscimento facciale per sanzionarne i partecipanti, gli organizzatori hanno annunciato che il 28 giugno la marcia si terrà comunque. Come se quella legge non esistesse. E forse è proprio questo il punto: trattare un provvedimento autoritario per ciò che è, ovvero un attacco politico alla libertà di espressione e di esistenza, prima ancora che un atto giuridico pienamente legittimo.

Approvata in tempi record con 136 voti favorevoli e appena 27 contrari, la nuova legge ungherese – sostenuta dal partito Fidesz di Viktor Orbán e dai Cristiano Democratici – modifica i regolamenti sull’assemblea pubblica per vietare qualsiasi evento ritenuto in contrasto con la cosiddetta “protezione dei minori. Un pretesto già ampiamente usato in passato per censurare la visibilità LGBTQIA+ nei media e nelle scuole, e che ora viene impiegato per soffocare ogni forma di mobilitazione pubblica, colpendo simbolicamente e concretamente la comunità queer.

Ma il tentativo di reprimere il movimento ha generato l’effetto contrario. La reazione è stata immediata, compatta e transnazionale: il Budapest Pride è stato travolto da messaggi di solidarietà, le ambasciate ungheresi sono diventate palcoscenico di proteste in tutta Europa, e perfino le Nazioni Unite hanno preso posizione, esprimendo profonda preoccupazione per la svolta autoritaria del governo ungherese e invitando Orbán a ritirare immediatamente il provvedimento.

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Nelle strade di Budapest la tensione si respira già da settimane. Un build-up esploso lo scorso martedì, quando in sede di approvazione dell’ennesima inquietante legge repressiva da parte del governo ultraconservatore di Viktor Orban, i deputati dell’opposizione hanno protestato con fumogeni colorati in Parlamento, mentre fuori – tra bandiere arcobaleno e cartelli scritti a mano – centinaia di persone hanno iniziato a far sentire la propria voce.

 

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Ma è al di fuori dei confini nazionali che la protesta ha assunto un respiro paneuropeo. “La voce degli ungheresi arriva lontano e lontano!”, scrive il Budapest Pride in un post Instagram, ringraziando le comunità LGBTQIA+ e gli alleati che stanno organizzando manifestazioni davanti alle ambasciate ungheresi in tutta Europa. Già si è scesi in piazza a Vienna, Dublino, Barcellona, Milano, Parigi e Copenaghen.

 

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La pietra angolare del movimento dell’orgoglio nel nostro continente è la solidarietà paneuropea”, sottolineano gli attivisti. Ed è proprio grazie a reti di alleanze costruite in trent’anni di lotte condivise che oggi la risposta può essere tanto veloce quanto determinata.

L’appello è anche per il futuro: “Ci auguriamo che il maggior numero possibile di loro sarà con noi per le strade di Budapest il 28 giugno!”. A precedere la marcia ci sarà anche una conferenza internazionale sui diritti umani, che attirerà attivisti, esperti e rappresentanti della società civile da tutto il continente.

Nel frattempo, però, il clima resta pesante. “Ultimamente abbiamo ricevuto sempre più commenti di odio sotto i nostri post”, denuncia il team social del Pride ungherese, impegnato a rimuovere insulti e minacce nel tentativo di mantenere uno spazio sicuro e positivo su piattaforme che hanno ormai smesso di garantire anche il minimo livello di moderazione a tutela delle minoranze vulnerabili. Ai follower viene chiesto non solo di segnalare l’hate speech, ma anche di lasciare commenti solidali, “così che l’algoritmo continui a mostrarci a più persone come voi”. Sotto attacco da più fronti, ma decisi a non fare passi indietro, gli organizzatori del Pride lo ribadiscono con uno slogan che ha il sapore di una promessa: “L’orgoglio era, l’orgoglio è, l’orgoglio sarà”.

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Le istituzioni internazionali prendono posizione: “Un attacco ai diritti fondamentali”

La determinazione della comunità LGBTQIA+ ungherese nel non piegarsi alla legge di Orbán ha però trovato il sostegno internazionale immediato anche da parte di istituzioni e organizzazioni per i diritti umani, mobilitatesi per condannare senza ambiguità la terrificante deriva autoritaria imboccata dall’Ungheria.

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Tra le prime a reagire c’è stata l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che tramite una dichiarazione ufficiale ha espresso profonda preoccupazione per la salute democratica del Paese. Per l’Alto Commissariato per i diritti umani, Volker Türk, si tratta di una normativa che introduce “restrizioni arbitrarie e discriminatorie” contro le persone LGBTIQ+, ledendo il loro diritto alla libertà di espressione, alla privacy e alla riunione pacifica. A preoccupare l’ONU è in particolare l’uso autorizzato di tecnologie di sorveglianza e riconoscimento facciale per identificare e punire i partecipanti ai Pride, un meccanismo di controllo che – si legge nella nota – “non dovrebbe mai essere applicato in modo discriminatorio o contro persone che partecipano pacificamente a un’assemblea”.

Il riferimento non è casuale. La legge ungherese, oltre a criminalizzare la semplice partecipazione a eventi dell’orgoglio, introduce l’utilizzo di tecnologie biometriche invasive con finalità sanzionatorie, e lo fa in un contesto – quello di una manifestazione pacifica – in cui il diritto europeo impone invece la massima tutela. Secondo quanto stabilito dal nuovo regolamento sull’intelligenza artificiale, l’AI Act, approvato nel marzo 2024, l’impiego del riconoscimento facciale negli spazi pubblici è vietato in via generale, salvo eccezioni rigidamente definite: per individuare vittime di crimini gravi, prevenire minacce terroristiche imminenti o identificare persone sospettate di reati gravi, e solo previa autorizzazione giudiziaria. Nulla che possa giustificare, dunque, l’uso di queste tecnologie nei confronti di cittadinə che esprimono pacificamente la propria appartenenza a una comunità.

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Türk ha dunque esortato il governo ungherese ad abrogare non solo questa legge ma anche tutte le altre misure che discriminano sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. “Le autorità – ha dichiarato – devono impegnarsi concretamente a contrastare i livelli altissimi di intolleranza, discriminazione e bullismo che colpiscono in particolare bambinə e adolescenti LGBTIQ+, in linea con gli obblighi internazionali in materia di diritti umani”.

Una condanna netta è arrivata anche dall’Unione Europea, attraverso la voce di Hadja Lahbib, Commissaria per l’Uguaglianza, che ha definito la legge “una violazione flagrante dei diritti umani e ha sottolineato come il diritto alla riunione pacifica sia un pilastro democratico da difendere ovunque, a maggior ragione all’interno dell’Unione. Non è la prima volta che le politiche del governo Orbán entrano in rotta di collisione con i principi comunitari: l’Ungheria è infatti già oggetto di una procedura per violazione dello stato di diritto, aperta da Bruxelles in merito alla legge contro la “popaganda gay” nel 2021 e tuttora in corso. Ma questa volta la provocazione sembra avere superato una soglia simbolica, toccando un diritto inalienabile: la libertà di associazione. Una linea rossa che, nelle parole del presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez, “l’Europa non dovrebbe permettere di oltrepassare”.

Sul fronte della società civile, Amnesty International ha denunciato apertamente il provvedimento, definendolo “un attacco diretto ai diritti della comunità LGBTQIA+ e avvertendo che l’uso del riconoscimento facciale per colpire manifestanti pacifici potrebbe avere un effetto agghiacciante sulla libertà di espressione in tutto il paese. “Nessuno dovrebbe temere di essere multato, schedato o sorvegliato semplicemente per aver sfilato in nome dei propri diritti”.

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