Il DL Sicurezza sarà presto legge. Approvato definitivamente il 4 aprile, il controverso provvedimento che il governo presenta come risposta all’urgenza di “ordine pubblico” e “tutele rafforzate per le forze dell’ordine” ridisegna ufficialmente — in senso restrittivo — il perimetro del dissenso, la natura del conflitto sociale, il rapporto stesso tra cittadinanza e autorità.
Il testo riprende la gran parte dei contenuti già presenti nel disegno di legge “Sicurezza”, annunciato nel novembre 2023, approvato dalla Camera lo scorso settembre, ma poi impantanato in Senato anche a causa delle riserve espresse dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella su alcune delle misure più controverse. Di fronte allo stallo parlamentare, il governo ha scelto la strada del decreto-legge per blindare il provvedimento: un escamotage tecnico che, pur essendo previsto solo per casi di necessità e urgenza, consente l’entrata in vigore immediata alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – prevista per i prossimi giorni – con l’obbligo di conversione entro 60 giorni. È stato lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ad ammettere che l’obiettivo era “dare tempi certi” all’approvazione, aggirando le dinamiche fisiologiche del dibattito parlamentare.
Ed effettivamente, era l’unico modo per legittimare un approccio autoritario: il testo interviene con mano pesante proprio là dove lo Stato dovrebbe saper ascoltare prima di reprimere: nelle pieghe del disagio, nell’urgenza abitativa, nella povertà femminile, nelle migrazioni forzate, nelle rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici di settori poco riconosciuti, come quello della cannabis light, di fatto smantellato. Attivisti ed organizzazioni per i diritti umani lo denunciano da mesi: non è una legge pensata per tuttə, ma contro alcunə.
DL Sicurezza: la criminalizzazione del dissenso
Bloccare una strada — come fanno da anni attivistə climaticə o studentə in mobilitazione — non sarà dunque più un illecito amministrativo. Diventa reato penale, punibile fino a due anni di carcere. E se l’azione avviene in forma collettiva, la risposta dello Stato si fa ancora più dura. Chi lancia vernice lavabile su una sede istituzionale, chi scrive uno slogan su un monumento, chi imbratta un muro per richiamare attenzione su una causa ignorata, rischia ora fino a tre anni di reclusione e 12.000 euro di multa.
Nel nuovo elenco di aggravanti, confermata anche quella per i reati commessi contro “infrastrutture strategiche” — una categoria elastica che può includere tutto, dal cantiere del Ponte sullo Stretto alla linea dell’alta velocità. Un’altra aggravante riguarda i cosiddetti “luoghi sensibili”, come stazioni, aeroporti, mezzi pubblici.
Viene inoltre ampliata la misura del DASPO urbano — un provvedimento solitamente associato al mondo del tifo calcistico — che in questo decreto viene esteso anche al contesto delle manifestazioni pubbliche. La novità più preoccupante riguarda il fatto che potrà essere applicato non solo a chi è stato condannato, ma anche a chi è semplicemente stato denunciato, senza alcuna sentenza di colpevolezza. Basterà, cioè, un sospetto formalizzato per impedire a una persona di accedere a determinate aree della città — come piazze, stazioni, vie del centro — per un periodo di tempo determinato.
Non serve che il decreto menzioni esplicitamente il Pride: basta leggere tra le righe per capire che il terreno giuridico che si sta preparando è pericolosamente scivoloso. L’esempio lo offre l’Ungheria di Orbán, il cui impianto autoritario costruito negli anni tassello per tassello ha portato recentemente a un iter di approvazione lampo per la legge che vieta le manifestazioni a tematica LGBTQIA+. In Italia non siamo ancora a quel punto, ma è facile intravedere le intenzioni primarie di quel che un giorno questa destra vorrà concretizzare. Se oggi infatti il Governo reprime la diffusione di contenuti queer nelle scuole e nelle università, e al contempo autorizza la repressione di manifestazioni ostili, cosa succederà quando una manifestazione LGBTIAQ+ proverà ad andare nella direzione della disobbedienza civile?
Secondo associazioni LGBTIAQ+ italiane “restringere la libertà di manifestare significa, in questo momento, calpestare le nostre vite”. Inoltre, il decreto prevede un inasprimento delle pene per reati commessi durante le manifestazioni e amplia il DASPO urbano, ossia il divieto di accedere a determinati luoghi pubblici. Queste misure potrebbero potenzialmente influenzare l’organizzazione di eventi pubblici, inclusi i Pride .
DL Sicurezza, più tutele per le forze dell’ordine anche in caso di abusi
Nel frattempo, il decreto introduce anche un rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine, che da oggi potranno:
- portare armi anche fuori servizio, senza necessità di licenza;
- ottenere fino a 10.000 euro di rimborso per le spese legali, in qualsiasi fase del procedimento;
- continuare a lavorare anche se imputati, salvo casi eccezionali.
In parallelo, si amplia l’uso delle bodycam, richieste da tempo da molte associazioni per i diritti umani e viste anche come uno strumento di trasparenza. Ma chi controllerà le immagini? Dove verranno archiviate? Per quanto tempo? Le garanzie non sono ancora definite. Il rischio è quello di una protezione selettiva: chi indossa una divisa viene difeso, anche quando sbaglia. Chi protesta viene controllato, anche quando ha ragione. E chi subisce un abuso spesso rimane solo.
DL Sicurezza, le altre misure repressive e anti-povertà
Non è un caso che tra le misure del decreto trovino spazio interventi pensati per colpire con chirurgica precisione alcune delle fasce sociali più vulnerabili:
- si introduce la possibilità di applicare pene detentive anche alle donne incinte o con figli piccoli, perfino per reati di lieve entità. Una scelta che ribalta l’orientamento della giurisprudenza e della stessa cultura giuridica europea, che ha sempre cercato di proteggere i legami familiari nei casi di marginalità e povertà.
- si vieta in modo pressoché totale il commercio della cannabis light, cancellando con un tratto di penna un intero comparto economico che, negli ultimi anni, aveva generato migliaia di posti di lavoro, spesso in contesti rurali o giovanili, e che operava in piena legalità. Rimane solo la produzione di semi.
- si introduce un nuovo reato di occupazione arbitraria, che criminalizza chi, non avendo alternative, prova a trovare un tetto sopra la testa. Famiglie, precariə, senzatetto: il diritto all’abitare si trasforma così in un rischio penale.
È stato invece attenuato, per ora, il contestato divieto di vendita di SIM telefoniche a persone migranti prive di permesso di soggiorno, una norma che avrebbe avuto effetti devastanti sul diritto alla comunicazione e sulla possibilità, per molti, di mantenere contatti con le proprie famiglie o con servizi di assistenza. Ma il principio resta: colpire chi vive ai margini, tutelare chi ha già potere.
