Questa settimana, la Corte di Cassazione ha riconosciuto come legittimo – e anzi, necessario – l’uso della dicitura neutra “genitori” nei documenti d’identità dei minori, al posto dell’imposizione binaria “padre e madre” voluta nel 2019 da Matteo Salvini. Una sentenza storica, se non altro per la dignità che restituisce – almeno sulla carta – a tante famiglie. è infatti importante specificare che la sentenza non abroga definitivamente la legge – come la propaganda di destra vorrebbe far credere – ma crea un precedente importante per chiunque vorrà fare ricorso in futuro.
A vincere, materialmente, sono state Martina Castagnola e Giulia Filibeck, due madri romane che hanno scelto di non cedere a quella bugia imposta per legge, e di impugnarla fino al grado più alto della giustizia italiana. Il loro ricorso – sostenuto dall’avvocata Susanna Lollini – è stato accolto, in via definitiva. Per la loro famigliaè la fine di un’umiliazione burocratica che negava l’evidenza.
Ma è bastato un post su Instagram per mostrare quanto il cammino resti accidentato per il riconoscimento dei diritti LGBTQIA+ nel nostro paese. Dopo le prevedibili reazioni avverse della Lega, la foto dell’intervista a Martina e Giulia pubblicata da Repubblica – una madre, l’altra madre, e il piccolo Gabriele tra le braccia – è infatti stata travolta da un’ondata di commenti d’odio.
Alcuni, come sempre, fingono di argomentare: “Genitore è solo chi genera”. “I figli nascono da uomo e donna, la natura non si cambia”. “Firma di chi ne fa le veci, come c’era sulla mia pagella nel ’52”. Ma dietro ogni presunta riflessione si nasconde il solito refrain: discredito, rabbia, disinformazione. Poi ci sono quelli che non mascherano nemmeno più: “Sti gran cazzi”, “una porcata”, “ma andate a cagare”. In poche ore, la sezione commenti del post si è trasformata in un’eco-camera tossica, alimentata da un algoritmo che sa bene che l’indignazione genera clic, e che l’odio – purché espresso con frequenza e veemenza – è sempre premiato.
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Succede così da anni, e ogni volta ci si domanda: può davvero una minoranza di voci rancorose sovrastare tutto il resto? La risposta sta nei numeri, ma anche nella qualità delle interazioni: le campagne d’odio sono ormai sempre più organizzate, virali, e agiscono come una macchina perfettamente oliata. Ogni parola neutra – “genitori” – diventa un affronto alla “natura”, ogni conquista civile un “capriccio di sinistra fucsia”. L’odio non si limita a esprimere un dissenso: nega, cancella, offende.
Eppure, resta un fatto: una vittoria è una vittoria. La Cassazione ha parlato chiaro. Le famiglie arcobaleno non sono un’invenzione ideologica, ma una realtà giuridica, affettiva, sociale. E ogni volta che questa realtà viene riconosciuta, resta un passo avanti che l’odio non può più cancellare.
Sentenza storica sulle famiglie arcobaleno: ecco da chi è partito tutto
“Una grandissima soddisfazione. Una sentenza che finalmente restituisce diritti ai nostri figli e mette fine all’incredibile obbligo di definirsi padre quando sei una madre, o viceversa”. Martina Castagnola parla finalmente con serenità nell’intervista di Repubblica. Non ci sono trionfalismi, nella loro storia. Solo la stanchezza e la determinazione di chi ha combattuto per essere riconosciuto come ciò che già è. Assieme alla moglie, Giulia Filibeck, ha fatto ricorso contro il decreto voluto da Salvini nel 2019, che imponeva l’uso di “padre” e “madre” anche per i figli di coppie omogenitoriali. Una forzatura violenta, burocraticamente assurda, che costringeva una delle due madri – o dei due padri – a firmare come “l’altro”.
“Il giorno in cui siamo andate a rinnovare la carta d’identità di nostro figlio, nella quale figuravamo entrambe come genitori, abbiamo scoperto che una di noi due avrebbe dovuto firmare nella casella “padre”“, racconta Martina. Gli impiegati, dice, provarono a trovare una scappatoia. “Ricordo gli impiegati e le impiegate della circoscrizione, noi viviamo a Roma, che in tutti i modi cercavano di aiutarci, ben coscienti dell’assurdità di quella imposizione. Si erano scervellati nella ricerca di una via d’uscita, ma Salvini aveva fatto cambiare anche il sistema informatico”.
Alla fine, per evitare la violenza di firmare qualcosa di falso, decisero di rinunciare. “Abbiamo scelto di chiedere il passaporto per nostro figlio, perché su quel documento potevamo firmare, entrambe, come genitori. Però non poteva finire così. Abbiamo chiesto all’avvocata Susanna Lollini, che già ci aveva seguite nel percorso della stepchild adoption dei nostri figli, di assisterci“.
Il resto è una battaglia legale durata anni. Tre gradi di giudizio. Tre vittorie. E tre ricorsi da parte dello Stato. “Ora la Cassazione ha detto la parola definitiva. Vorrei aggiungere che ci siamo rifiutate di sottoscrivere un documento, platealmente falso, che ci avrebbe potuto procurare seri problemi legali“. Anche il linguaggio ha un peso. Vedere una firma femminile sotto la voce “padre”, dice Martina, non era solo grottesco. “Più che strano, falso. Come effettivamente era“.
Nel frattempo, mentre la burocrazia cancellava, la vita andava avanti. “Il periodo è difficile, ma nella nostra esperienza l’ostilità è spesso arrivata più dalla burocrazia e dalla politica che dalla società nella quale viviamo ogni giorno. I nostri figli sono ben inseriti a scuola, nessun problema con i genitori dei loro compagni“. La decisione di ricorrere alla stepchild adoption, pur nella sua assurdità, è stata l’unica garanzia di sicurezza giuridica. “Io che sono la mamma non biologica ho dovuto adottare i miei stessi figli. Malgrado tutto, la strada più sicura“.
Il percorso non è stato semplice. Ma nemmeno impossibile. “Per il primo bambino l’iter è stato lungo e costoso, ma abbiamo incontrato persone intelligenti e senza pregiudizi. Ci sono voluti tre anni. Per il secondo figlio il tempo è stato assai più breve, perché il team che doveva valutarci era lo stesso“. Adesso, con la sentenza, sanno di aver aperto la strada ad altre famiglie. “Questo era il nostro intento, ma ci vorrà tempo prima che la burocrazia cambi i moduli e il sistema informatico. Forse per un po’ ci toccherà andare in giro con la sentenza della Cassazione in tasca, quando chiederemo la carta d’identità per i nostri bambini“. Ma il punto è che non si torna più indietro. “Questo segnale, che va in senso contrario rispetto alla discriminazione delle nostre famiglie, è davvero una bella soddisfazione“.
