Un letto su ruote, in piena Fifth Avenue, trabocca di donne che si baciano. Sfilano tra i grattacieli, con uno slogan chiaro, diretto, scandaloso: “Lesbians Lust for Power”. È il 1993, New York City, e questa immagine — ancora oggi impressa nella memoria di chi c’era — inaugura una nuova stagione della visibilità lesbica. Non più una presenza sommessa all’interno dei Pride mainstream, non più una nota a margine nelle lotte femministe: la Dyke March nasce da qui, da un’esplosione di desiderio, politica e sfida.
La sua origine è tutta americana, radicata nei primi anni Novanta, quando nei Pride ufficiali dominavano i corpi maschili, spesso bianchi e cis; nelle marce delle donne, la specificità lesbica veniva relegata dentro formule generiche, talvolta imbarazzate. Le lesbiche erano ovunque, ma raramente nominate. E quando lo erano, “dyke” — camionista, insulto — era la parola sputata in faccia con più disprezzo. Ma l’insulto, come spesso accade nelle storie di resistenza queer, è diventato emblema. Dagli anni ’70, molte attiviste hanno iniziato a riappropriarsi di quel termine, trasformandolo in dichiarazione identitaria e arma politica. Da lì l’idea: chiamare “Dyke March” una marcia di sole lesbiche, un gesto sovversivo di potenza e consapevolezza.
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La prima Dyke March a New York
Il 24 aprile 1993, alla vigilia della storica Marcia su Washington per i diritti LGBTQIA+, ventimila donne lesbiche si ritrovarono a Dupont Circle. L’organizzazione era firmata Lesbian Avengers, gruppo nato l’anno prima a New York con l’obiettivo dichiarato di combattere l’invisibilità lesbica “con creatività, coraggio e senso dell’umorismo”. Volantini radicali, un appello intitolato Calling All Lesbians, parole di fuoco: “alzatevi dal letto, uscite dai bar, scendete in strada”. Ed è esattamente quello che accadde.
La marcia fu un evento memorabile, e non solo per il numero imprevisto di partecipanti. Washington vide sfilare, tra le altre, un’enorme vagina di cartapesta, portata in spalla da un collettivo di Filadelfia: un’irriverente scultura femminista che metteva al centro il corpo, l’organo sessuale, la forza creatrice. Perché anche “portare la vagina in strada” era un atto di liberazione. Ma furono soprattutto le fiamme a rimanere incise nella storia: le Lesbian Avengers, armate di cherosene, eseguirono performance di fire-eating lungo il corteo, sputando fuoco sotto gli occhi di migliaia di donne. Una risposta simbolica all’attentato incendiario che un anno prima, in Oregon, aveva ucciso Hattie Mae Cohens e il suo amico gay Brian Mock. “Il fuoco non ci consumerà — lo prendiamo e lo facciamo nostro”.

Da lì, l’onda si propagò. Giugno 1993: Dyke March a New York City, ancora una volta autogestita e priva di autorizzazione, rivendicata come diritto costituzionale alla protesta. Le immagini del “bed on wheels” con lo slogan “Lesbians Lust for Power” fecero il giro dei media alternativi. San Francisco non fu da meno: diecimila partecipanti e un’enorme bomba fittizia come metafora della rabbia e dell’energia esplosiva delle lesbiche. Anche Atlanta rispose presente. Una dopo l’altra, le città americane iniziarono a marciare. Da allora, ogni Dyke March ha i suoi rituali, le sue figure simboliche, le sue leggende. A San Francisco, da decenni, la marcia si apre con le Dykes on Bikes: motocicliste lesbiche in giacca di pelle che attraversano la città su Harley-Davidson ruggenti. Sono loro ad aver registrato legalmente la parola “dyke”, rivendicandone l’uso orgoglioso.

E poi ci sono i fuochi. Dopo Washington, le esibizioni di fire-eating sono diventate rito. In diverse Dyke March americane — soprattutto a New York — le marce si concludono con il circle of fire: le Lesbian Avengers in cerchio, che sputano fiamme al cielo notturno mentre la folla intona cori di liberazione. Ma come ogni movimento vivo, anche la Dyke March ha attraversato frizioni e contraddizioni. A San Francisco, nel 2018, un piccolo gruppo di attiviste trans-escludenti cercò di infiltrarsi nel corteo con cartelli ostili. La risposta fu netta: “Trans women are women”, urlò la folla, isolando il gruppo. Una presa di posizione chiara: le Dyke March non sono solo lesbiche — sono queer, transfemministe, radicali e inclusivissime. Chiunque abbia vissuto, corpo e desiderio che rientrano nel campo dell’identità dyke, è il benvenuto. Le barriere essenzialiste non trovano casa in una marcia nata per rompere le regole.
E poi ci sono le invisibilità ostinate. Dopo la seconda Dyke March newyorkese del 1994, la stampa mainstream tacque. Solo il New York Times accennò all’evento. L’indifferenza fu letta come conferma di un’abitudine antica: anche quando le lesbiche marciano, fanno rumore, si baciano in mezzo a Manhattan, non sono considerate notizia. Fu una battaglia anche ottenere il riconoscimento da parte delle stesse organizzazioni LGBTQIA+ mainstream. Persino GLAAD, nel 25º anniversario di Stonewall, dimenticò di menzionare la Dyke March in un comunicato ufficiale — e dovette correggersi dopo le proteste delle attiviste. Eppure, da quell’aprile del 1993, qualcosa è cambiato per sempre. La Dyke March si è fatta lessico, un modo di stare al mondo, una genealogia di corpi politici che hanno scelto di esistere pubblicamente, senza mediazioni. È il ruggito delle Dykes on Bikes, la carezza esplicita di due donne su un letto mobile, la fiamma sputata in segno di rivolta.
Dyke March, spirito politico e differenze rispetto ai Pride
Sin dall’inizio, la Dyke March ha però scelto deliberatamente di non essere un Pride. O meglio: ha scelto di non esserlo nel modo in cui i Pride sono diventati. Se negli anni Settanta la parata LGBTQ+ era un atto rivoluzionario, negli anni Novanta — proprio mentre le Dyke March muovevano i primi passi — la retorica del Pride cominciava a piegarsi all’estetica della festa autorizzata, del carro sponsorizzato, della celebrazione accessibile anche a chi, fino a un attimo prima, voltava lo sguardo dall’altra parte. La Dyke March, invece, restava esattamente dove doveva stare: ai margini. E ne faceva il proprio punto di forza.
A New York, per esempio, la Dyke March sfila da più di trent’anni senza chiedere il permesso. Nessuna autorizzazione, nessun dialogo con la polizia, nessun compromesso. Ogni anno, il sabato prima della grande parata del Pride — quella con i carri, gli sponsor e i discorsi dei politici — migliaia di donne, persone queer e non binarie attraversano Manhattan con i piedi per terra e la rabbia in tasca. È un atto di disobbedienza civile, ma soprattutto è una dichiarazione di indipendenza da una narrazione gaycentrica, bianca, maschile e omologata. Le Dyke March esistono poi esclusivamente per chi si riconosce nella parola “dyke” — termine fluido, irriverente, rivendicato, che abbraccia identità lesbiche, bisessuali, trans, non binarie, queer, senza gerarchie o etichette rigide. Marcia chi si sente parte di una genealogia che ha fatto della marginalità un terreno di potere. Non ci sono carri, né palchi, né influencer pagate per sorridere sotto i riflettori. In testa, solo uno striscione sorretto dalle organizzatrici.

L’atmosfera è quella di una festa arrabbiata, o di una rabbia che sa danzare. Cartelli scritti a mano, slogan contro l’eteronormatività, contro il patriarcato, contro i meccanismi invisibili che ancora oggi soffocano le vite lesbiche. Un volantino storico delle Lesbian Avengers lo diceva senza mezzi termini: “Celebrare le nostre bellissime e diverse vite lesbiche, sottolineare la nostra presenza nella comunità, protestare contro la discriminazione, le molestie, la violenza”. Tutto è ancora troppo, tristemente, attuale. Tutto è ancora urgente e necessario in ogni angolo del globo.
Così come le alleanze. Fin dalla prima marcia del 1993, sono le reti ad aver fatto la differenza: come quella con l’ACT UP Women’s Network, rete femminile del movimento contro l’AIDS, che portò in piazza donne che sapevano bene cosa significasse combattere non solo contro un virus, ma contro l’indifferenza istituzionale, la colpevolizzazione dei corpi, l’esclusione delle vite queer dalla narrazione dominante.
L’intersezionalità non è del resto un orpello teorico per le dykes, ma carne e memoria. Le Dyke March hanno sempre saputo che la liberazione lesbica non può esistere senza quella delle persone nere, delle persone trans, delle migranti, delle povere. E che ogni diritto conquistato rischia di essere revocato se non si costruisce un fronte largo. Non è un caso che tra i cartelli sfilati nel 2024 a New York comparissero scritte in arabo ebraico, che chiedevano la fine dell’occupazione in Palestina.

Come non è un caso che nel 2017, a Chicago, le organizzatrici chiesero ad alcune partecipanti di non sventolare bandiere arcobaleno con la stella di David, ritenute troppo simili alla bandiera israeliana. La scelta generò un dibattito acceso: le accuse di antisemitismo furono respinte dal collettivo, che rivendicò una posizione antisionista in solidarietà con la liberazione palestinese, all’interno di un quadro politico coerente con l’opposizione a tutte le forme di oppressione.
La diffusione globale delle Dyke March
Dal 1993 in poi, la Dyke March è diventata gradualmente una grammatica collettiva, una modalità condivisa e replicabile di resistenza, visibilità e affermazione. Il suo modello — orizzontale, non autorizzato, non sponsorizzato, ma intensamente politico — ha iniziato a propagarsi da una costa all’altra degli Stati Uniti, sedimentandosi nelle città come un rito necessario, l’unico in grado di ridare centralità a chi per troppo tempo era stata considerata laterale persino nel proprio movimento.
Ogni anno, nel weekend del Pride, il sabato è spesso consacrato alla Dyke March. New York, San Francisco, Atlanta: le pioniere. Ma poi Chicago, Boston, Seattle, Los Angeles e un elenco che si allunga di anno in anno. A Chicago, dove la marcia si tiene almeno dal 1996, viene definita “meno commerciale e più attenta alla diversità etnica” rispetto alla parata ufficiale, a conferma di un’intuizione: che la visibilità lesbica non può prescindere dall’intersezionalità. A San Francisco, il corteo che parte ogni anno da Dolores Park è ormai leggenda urbana.
Anche il Canada ha fatto propria questa eredità. A Toronto, la prima vera Dyke March moderna risale al 1996 e da allora è parte integrante del calendario ufficiale del Pride — accanto alla Trans March e alla Pride Parade. Le precorritrici dell’81 a Vancouver e Toronto, che avevano osato scendere in piazza gridando “Le lesbiche sono dappertutto”, vengono oggi ricordate come le madri simboliche di un’eredità finalmente coltivata. Le Dyke March canadesi — da Vancouver a Montreal — mettono al centro temi come l’omofobia sistemica, il razzismo contro le donne lesbiche nere e indigene, i diritti delle famiglie queer.
In Europa, la Dyke March è arrivata con qualche ritardo, ma ha trovato terreno fertile nel nuovo millennio, spesso intrecciandosi con reti transfemministe già esistenti. In Germania, la marcia lesbica di Berlino — che si svolge ogni anno dal 2013 nel quartiere queer di Kreuzberg — ha innescato un effetto domino: Amburgo, Colonia, Heidelberg, Oldenburg, Monaco, Francoforte, Hannover. Oggi oltre venti città tedesche ospitano marce Dyke coordinate da una rete informale ma solidissima, alimentata da canali digitali autogestiti, come la pagina Instagram che raccoglie date, manifesti e parole d’ordine. Non c’è bisogno di un organo centrale, perché la forza delle Dyke March sta nella loro disseminazione anarchica e autodeterminata.

Nel Regno Unito, Londra ha ospitato la sua prima Dyke March nel 2012, e da allora ogni anno a giugno si ripete il rito. Il tratto distintivo londinese è l’attenzione alle soggettività multiple che si muovono nello spettro lesbico e queer: butch, femme, non-binary, trans, migranti, rifugiate. Sin dalla prima edizione, sono stati coinvolti collettivi come Safra Project — che riunisce donne musulmane LBT — a dimostrazione di quanto la visione politica della Dyke March non possa essere separata da una prospettiva decoloniale.
Anche la Francia ha raccolto la sfida. Il 25 aprile 2021, alla vigilia della Giornata di Visibilità Lesbica, circa 10.000 persone hanno attraversato Parigi in quella che è stata riconosciuta come la prima Dyke March francese di grande portata. A organizzarla il collettivo Lesbian Collages, che ha riempito le strade di slogan, corpi, tamburi, desideri. Quarantuno anni dopo la prima marcia lesbica parigina del 1980, le attiviste sono tornate a gridare rivendicazioni rimaste dolorosamente attuali: accesso universale alla procreazione medicalmente assistita per le coppie lesbiche, protezione giuridica per le famiglie omogenitoriali, fine delle discriminazioni strutturali. L’esperienza è diventata annuale, dando origine a nuove Marche Lesbienne in diverse città francesi, in prossimità del 26 aprile. Un nuovo calendario simbolico si è inscritto nel cuore della République. In Irlanda, Dublino ha registrato una Dyke March già nel 1998, sotto il nome “Second International Dyke March”. Un evento piccolo ma significativo, oggi parte del calendario ufficiale del Dublin Pride. Segnali di un tessuto in fermento che, pur tra mille ostacoli, continua a trovare spazio.
Nel Sud globale, la Dyke March ha assunto forme ancora più determinate. A Città del Messico, la prima Marcha Lésbica si tenne il 21 marzo 2003, con centinaia di donne in marcia dal Monumento alla Rivoluzione fino allo Zócalo. Le parole delle organizzatrici erano chiarissime: “Per noi, la Marcia Lesbica è una importante dimostrazione di visibilità perché punta a frantumare stereotipi e pregiudizi”. L’esperimento messicano ha ispirato altre realtà in America Latina: a Buenos Aires, dove la marcia lesbica ha trovato casa tra le strade della capitale argentina; a San Paolo, dove il movimento Dyke March Brasil si è inserito con forza nel contesto delle lotte femministe nere e popolari, e più in generale all’interno dei Pride latinoamericani, trasformandoli dall’interno.

La Dyke March in Italia: contesto e prime iniziative
Fino a tempi recenti, l’Italia sembrava però essere rimasta ai margini di quella mappa mondiale che, negli anni, ha visto nascere e moltiplicarsi Dyke March in ogni angolo del pianeta. Non che mancassero attivismo, corpi, rabbia o desiderio: tutt’altro. Ma per molto tempo, nel nostro paese, la visibilità lesbica ha faticato a guadagnarsi lo spazio della marcia, del corteo, della presa pubblica della strada. Le parole, i corpi e le lotte delle lesbiche italiane sono esistite. Ma non sempre sono state viste.
Già negli anni Settanta, nell’ambito del femminismo italiano, erano emersi collettivi lesbici autonomi. Nomi come FUORI Lesbiche, le Lesbiche del Manifesto a Roma, Telefono Rosa a Milano raccontano una genealogia precisa, militante, radicale. Erano gruppi che portavano la soggettività lesbica all’interno dei movimenti delle donne, spesso tra reticenze e resistenze, con la forza di chi sapeva di non potersi aspettare legittimazione da nessuno. Le lesbiche italiane, come altrove, hanno dovuto lottare due volte: per farsi spazio nei movimenti femministi e per non essere annientate nei movimenti gay dominati da uomini.

Negli anni Novanta, la nascita dell’Arcigay nazionale fu accompagnata da un nuovo protagonismo lesbico. È del 1996 la fondazione di Arcilesbica, la prima grande associazione nazionale a occuparsi esplicitamente di diritti e visibilità delle donne lesbiche. Fu un passo importante, che tuttavia non bastò a colmare il divario strutturale tra la presenza politica lesbica e quella, sempre più egemonica, del mondo gay maschile. Le rivendicazioni lesbiche, in Italia, continuarono a essere spesso relegate in convegni, seminari, rassegne culturali, spezzoni minoritari all’interno dei Pride. Non esisteva ancora, nel nostro paese, una marcia lesbica autonoma e separatista sul modello delle Dyke March americane.
A cambiare lentamente le cose fu, anche da noi, il calendario. Dal mondo ispano-americano arrivò — quasi in sordina — la Giornata della Visibilità Lesbica del 26 aprile. Una data che ha cominciato a sedimentarsi nel tessuto italiano grazie a piccoli eventi locali, dibattiti, flash mob, proiezioni, momenti comunitari. A Milano e Bologna, città da sempre centrali nelle mobilitazioni queer e transfemministe, la ricorrenza è diventata un’occasione per portare la parola “lesbica” fuori dall’autocensura e dentro lo spazio pubblico. Non erano ancora marce, ma erano segnali.
Nel febbraio 2019, nel pieno del Pride Month, a Bologna si tenne “Lesbicx”: un grande convegno nazionale lesbico e queer, promosso da collettivi transfemministi come Lesbiche Bologna e ComunicAttive. Un evento generativo: per la prima volta, decine di gruppi e realtà lesbiche si ritrovarono per costruire uno spazio di parola e di festa, senza mediazioni, senza maschere, senza autorizzazioni morali da chiedere. In quell’incontro, molte intuirono che qualcosa stava cambiando.

Nello stesso periodo, il movimento Non Una Di Meno — esploso in Italia dal 2016 — offrì un ulteriore spazio di elaborazione collettiva. Le manifestazioni femministe, sempre più partecipate e politicizzate, cominciarono a riempirsi di striscioni e cartelli lesbici. Libertà sessuale, autodeterminazione, alleanze transfemministe, critica al sistema patriarcale: tutte parole chiave che risuonavano con forza nei corpi delle donne lesbiche, troppo a lungo ridotte a eccezione o macchietta. Le piazze italiane si stavano finalmente aprendo alla possibilità di una visibilità lesbica non subordinata. Tutto questo — i collettivi storici, i convegni, i piccoli eventi del 26 aprile, le assemblee transfemministe — è stato il terreno fertile su cui si è innestata la svolta del 2025.
La prima Dyke Mar ch italiana: Roma 2025
Solo nel 2025, dopo decenni di resistenze frammentate, l’Italia vedrà finalmente sfilare la sua prima Dyke March ufficiale. La data scelta non è casuale, né il luogo: il 26 aprile — Giornata Internazionale della Visibilità Lesbica — Roma ospiterà la prima marcia lesbica italiana. Un evento storico, trent’anni esatti dopo quella prima scintilla accesa dalle Lesbian Avengers a Washington nel 1993.
Roma, d’altronde, diventerà in quei giorni il crocevia simbolico del movimento lesbico europeo. Dal 23 al 26 aprile 2025, la capitale ospita la IV Conferenza Europea Lesbica (EL*C), momento di confronto tra attiviste provenienti da tutto il continente e dall’Asia centrale. Sarà proprio la Dyke March, aperta alla cittadinanza, a chiudere la conferenza, portando in strada le voci, i corpi e le visioni emerse durante i lavori assembleari.
Fin dall’autunno 2024, oltre cinquanta realtà — tra associazioni storiche, collettivi transfemministi, gruppi queer autogestiti, soggettività individuali — hanno lavorato per immaginare e costruire l’evento. Tra le promotrici, attiviste di lunga esperienza come Natascia Maesi, presidente di Arcigay, e Chiara Piccoli, presidente di Alfi, al fianco di rappresentanti di Arcigay e una fitta rete di collettivi provenienti da tutta Italia. È questa alleanza trasversale — generazionale, politica, territoriale — a garantire che la Dyke March romana non sia una vetrina, ma una presa di parola collettiva e rappresentativa. A marciare saranno donne lesbiche giovani e meno giovani, madri non riconosciute dallo Stato, persone trans e non binarie che si riconoscono nell’esperienza lesbica, militanti dei centri antiviolenza, e tutte quelle soggettività che — finora — non hanno mai trovato uno spazio realmente proprio.
Il contesto non ha bisogno di essere spiegato: lo conosciamo bene. L’Italia del 2025 è attraversata da un’offensiva politica e culturale – a partire dallo stesso esecutivo Meloni per poi riversarsi a castata su istituzioni e amministrazioni a tutti i livelli – che ha messo nel mirino tutto ciò che non rientra nei parametri eteronormativi e patriarcali del potere. Le famiglie omogenitoriali cancellate dalle anagrafi. Le madri lesbiche private della responsabilità genitoriale. L’aborto ostacolato, reso inaccessibile. Le persone trans e non binarie sistematicamente ignorate, ostacolate, criminalizzate.
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“La Dyke March non è una parata. È una forma di resistenza politica”, hanno dichiarato Maesi e Piccoli a nome del comitato promotore. “Marciamo come lesbiche, in tutte le nostre identità e intersezioni, per reclamare spazio, potere e voce in un paese che per troppo tempo ci ha rese invisibili. Questa non è solo una marcia: è un atto collettivo di insubordinazione, di memoria, di desiderio. Un movimento lesbico, transfemminista, queer, antifascista, antirazzista, per la giustizia climatica”. In queste parole — intense, nette, plurali — si ritrova l’eco delle prime Dyke March statunitensi, declinata però sulle urgenze italiane: visibilità, certo, ma anche rabbia, cura, alleanza.
Il concentramento è fissato per le 15:30 in Largo Aosta. Le organizzatrici hanno lavorato con attenzione anche sugli aspetti pratici. Sono previsti servizi di accessibilità per persone con disabilità motorie e sensoriali, così come una rete di volontarie per la sicurezza (le cosiddette “safety”) lungo tutto il percorso.
Il manifesto politico ricalca le parole madri delle Lesbian Avengers del 1993 e le rilancia, attualizzandole al presente italiano, con la forza di chi non ha più intenzione di aspettare. La visibilità lesbica — quella vera, non quella caricaturale, né concessa — diventa l’asse centrale da cui tutto prende forma. “Decidiamo di scendere in piazza come lesbiche, con tutte le nostre differenze, declinazioni, intersezioni”, si legge nel testo pubblicato sul sito ufficiale. “Per riprenderci il potere dei nostri amori, delle nostre visioni, della nostra rabbia, delle nostre intelligenze, della nostra storia e delle nostre radici”.
Le richieste sono chiare, nette, radicate nel presente: riconoscimento dei figli delle famiglie arcobaleno, misure concrete contro la violenza omolesbobitransfobica, difesa dell’aborto libero e accessibile in tutte le regioni, una legge efficace contro i crimini d’odio — dopo l’affossamento amaro del DDL Zan —, diritti per le persone trans e non binarie, percorsi sanitari dignitosi, accesso garantito al cambio anagrafico. Ma anche giustizia sociale, ambientale, razziale, in un’ottica che rifiuta ogni compartimento stagno e tiene insieme tutti i fronti della liberazione.
Così, la prima Dyke March italiana si impone come evento storico non solo per ciò che inaugura, ma per ciò che dichiara. Colma un vuoto lungo decenni, portando anche nel nostro paese quella tradizione di lesbian pride radicale che nel 1993 aveva incendiato Washington. Ma soprattutto, lancia un messaggio inequivocabile: le lesbiche italiane non sono più disposte a essere fantasmi silenziosi, o presenze accessorie nelle agende altrui. Diventano — finalmente — soggetto politico visibile, combattivo, alleato.