Presentata in Senato la prima Dyke March italiana e la IV Conferenza Europea Lesbica

Contro repressione, cancellazioni e derive illiberali, il movimento lesbico europeo chiama alla mobilitazione dal cuore delle istituzioni italiane: “La politica spesso ci esclude. Ma questo spazio dimostra che possiamo farci ascoltare. E che non ci faremo più cancellare”.

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Nel biennio 2024-2025, EL*C, organizzatrice dell'evento, ha sostenuto con 200.000 euro sei associazioni lesbiche italiane, grazie a fondi internazionali destinati al rafforzamento dei movimenti locali.
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Su iniziativa della senatrice Alessandra Maiorino (M5S), questo pomeriggio il Senato della Repubblica ha ospitato la conferenza stampa di presentazione della IV Conferenza Europea Lesbica*, promossa da EL*C – EuroCentralAsian Lesbian Community. Un appuntamento dal fortissimo valore simbolico, che ha saputo dare riconoscimento politico ed istituzionale a una soggettività da sempre marginalizzata nel discorso politico italiano e nel linguaggio delle istituzioni.

La conferenza, che si terrà a Roma dal 23 al 26 aprile 2025, porterà nella capitale oltre 700 attiviste da tutta Europa e dall’Asia Centrale. In concomitanza con la Giornata Internazionale della Visibilità Lesbica, è prevista per il 26 aprile anche la prima Dyke March italiana: un corteo transfemminista, lesbico, queer, antifascista e antirazzista che attraverserà il centro di Roma, da Piazza Vittorio Emanuele II a via dei Fori Imperiali.

 

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IV Conferenza Europea Lesbica: una risposta all’invisibilizzazione

Abbiamo deciso di fare la nostra quarta conferenza biennale proprio a Roma”, ha dichiarato Silvia Casalino, co-direttrice esecutiva di EL*C. “Perché da oltre un anno questo governo sta attaccando con forza i diritti delle lesbiche e delle persone trans, a partire dalla cancellazione della seconda madre sui certificati di nascita fino all’opposizione sistematica all’autodeterminazione”.

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L’Italia è oggi – a livello europeo e non solo – osservata con crescente preoccupazione da chi si occupa di diritti umani. Il governo Meloni – hanno sottolineato le organizzatrici – è ormai diventato modello per la destra reazionaria che in Europa e altrove (Stati Uniti inclusi) adotta strategie legislative e discorsive fondate sull’attacco ai diritti delle donne, delle persone LGBTQIA+ e delle minoranze per nascondere le proprie ambizioni autoritarie. “Pochi giorni fa è stato vietato il Pride a Budapest, e questo tipo di iniziative trova legittimazione anche nelle narrazioni portate avanti in Italia. A Bruxelles, dove lavoriamo ogni giorno, vediamo con chiarezza gli effetti di queste pressioni sull’intera Unione”.

Nel biennio 2024-2025, EL*C ha sostenuto con 200.000 euro sei associazioni lesbiche italiane, grazie a fondi internazionali destinati al rafforzamento dei movimenti locali. “Costruiremo strategie transnazionali di solidarietà lesbica per rafforzare il nostro potere collettivo”.

IV Conferenza Europea Lesbica: le voci della politica

Accanto alle organizzatrici, hanno preso parola diverse esponenti politiche italiane. A partire dalla senatrice Alessandra Maiorino, che ha fortemente voluto portare la conferenza stampa all’interno del Senato: “Se c’è una risposta possibile all’agenda oppressiva degli ultraconservatori, quella risposta non può che venire dalle donne. E in particolare dalle donne lesbiche, che sono sempre le prime a perdere diritti quando lo spazio democratico si restringe”.

Maiorino ha ricordato anche il recente report del Consiglio d’Europa sulla condizione delle donne lesbiche e della comunità LGBTQIA+, elaborato dalla Commissione Uguaglianza di cui fa parte. “La persecuzione istituzionale che le madri lesbiche stanno subendo in Italia è intollerabile. E lo è ancora di più il silenzio del nostro Paese di fronte a provvedimenti come il divieto del Pride a Budapest imposto da Orban”.

Nel suo intervento, ha letto un estratto del manifesto della Dyke March del 26 aprile:

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Il patriarcato non riuscirà mai a cancellarci, né ad addomesticarci”.

Dure anche le parole di Marta Bonafoni, coordinatrice della segreteria nazionale del Partito Democratico, che ha voluto legare l’incontro a un’altra emergenza: “Ci ritroviamo a parlare di discriminazione e patriarcato proprio nel giorno in cui due giovanissime ragazze, Sara Campanella e Ilaria Sula, sono state uccise dai loro ex. Questo ci impone di guardare con lucidità a ciò che sta accadendo: la violenza è strutturale, e cresce quando lo Stato arretra”.

Bonafoni ha denunciato la sistematica dismissione degli strumenti di prevenzione, ricordando come un emendamento votato dalle opposizioni due leggi di bilancio fa — che prevedeva 40 milioni per la prevenzione della violenza — non sia mai stato attuato dal governo. “Nel frattempo, assistiamo all’avanzata di un disegno di legge sulla sicurezza che rischia di essere trasformato in decreto, cancellando ogni spazio di confronto parlamentare”.

La sua lettura politica è chiara: “La marcia si arricchisce continuamente di nuove ragioni per esistere. Serve una battaglia intersezionale che unisca diritti civili e sociali. Parliamo di sanità pubblica, diritto all’aborto, percorsi di affermazione di genere, matrimonio egualitario. E sì, è tempo che questo Paese approvi finalmente una legge contro l’omolesbobitransfobia”. 

Una marcia per tutte: la prima Dyke March italiana

Oggi, finalmente, la parola lesbica non è più un insulto. È una parola su cui si può fare confronto ed elaborazione politica, su cui si possono prendere impegni” ha dichiarato Marilena Grassadonia, in qualità di responsabile dell’Ufficio LGBT del Comune di Roma, della sezione diritti di Sinistra italiana, ma anche di attivista e donna lesbica, consapevole del peso simbolico che ha avuto portare questo tema in una sede istituzionale. L’esponente di AVS ha tuttavia invitato a non fermarsi alla dimensione simbolica: “Dobbiamo continuare a resistere, certo. Ma dobbiamo anche costruire. Lavoriamo già oggi a una piattaforma condivisa che il prossimo governo progressista potrà fare propria fin dal primo giorno”. 

Grassadonia ha elencato con precisione i punti più gravi dell’attuale offensiva reazionaria: dai certificati anagrafici impugnati per le famiglie lesbiche, alla presenza di associazioni antiabortiste nei consultori, fino agli attacchi ai percorsi di affermazione di genere.È una crociata ideologica. E dobbiamo opporci con strumenti politici concreti, elaborati insieme, come stiamo facendo oggi”.

La Dyke March del 26 aprile sarà dunque il culmine di questo percorso: la prima marcia lesbica italiana, a trent’anni esatti dalla storica manifestazione delle Lesbian Avengers a Washington. Il comunicato stampa del comitato organizzatore — firmato da Natascia Maesi e Chiara Piccoli — la definisce “un atto di resistenza collettiva. Un’alternativa radicale alla violenza istituzionale e sociale che ci circonda”.

Marciamo come lesbiche, in tutte le nostre identità e intersezioni, per reclamare spazio, potere e voce in un Paese che per troppo tempo ci ha rese invisibili”, scrivono le portavoce. “Questa non è solo una marcia, è un momento politico, transfemminista, queer, antifascista e per la giustizia climatica”.

A chiusura della conferenza, Silvia Casalino ha voluto ribadire il senso politico di tutto questo percorso. “Non è scontato essere qui oggi. La politica spesso ci esclude. Ma questo spazio — conquistato con determinazione — dimostra che possiamo farci ascoltare. E che non ci faremo più cancellare”.

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