24 i femminicidi, lesbicidi e trans*icidi dal’inizio dell’anno: l’emergenza che non fa notizia

La narrativa resta quella dell’eccezione e del "caso limite". Ma mentre si attende il prossimo, i discorsi d’odio e di incitamento alla violenza si moltiplicano sui social, nelle aule istituzionali, nel dibattito pubblico. Più aggressivi e contagiosi che mai.

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La violenza, da sempre, è il sintomo di una strategia culturale precisa, portata avanti con subdolo rigore. Oggi, però, quella strategia non ha più intenzione di nascondersi.
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All’inizio di aprile, l’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi di Non Una di Meno segnala già 24 vittime. Otto al mese, in media. Numeri che, da soli, dovrebbero far tremare il linguaggio e le fondamenta di ogni dibattito pubblico. E invece, come accade da sempre, si aspetta il “caso eclatante” per rimettere al centro ciò che resta un nodo irrisolto: la violenza di genere.

Ma i dati raccontano un’altra storia. Parlano di corpi femminili e trans, lesbici e queer, schiacciati da una carneficina sistemica, metodica, tollerata. E di una società che continua a descriverla come un’anomalia, un’emergenza, un imprevisto. Quando invece è l’esito logico – e previsto – di un sistema che della violenza ha fatto un’architettura culturale e politica.

Dei 24 casi già registrati nel 2025, 16 sono femminicidi a tutti gli effetti: donne uccise da mariti, compagni, ex, padri, fratelli, o in contesti segnati da una matrice patriarcale evidente. A questi si aggiungono due suicidi di donne, uno di un uomo trans, uno di una persona non binaria, quattro casi in fase di accertamento e almeno altri 16 tentati femminicidi.

 

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Se il mainstream se ne occupa solo quando il caso è eclatante e i dettagli sono morbosi, è necessario nominare tutto, per non perdere nulla. Perché la violenza che uccide non è mai neutra, colpisce in modo selettivo. Prende di mira i corpi che disobbediscono, le identità che sfuggono al controllo, gli orientamenti che non si piegano alla riproduzione forzata della famiglia patriarcale. Quando un uomo uccide una donna, non è “la fine di una storia d’amore”, come ci vorrebbe far credere la narrativa dominante. È la conferma della regola: il desiderio maschile deve possedere, e tutto ciò che si sottrae a questo potere va annientato. Per questo parlare di lesbicidi e trans*cidi non è solo necessario: è urgente.

Eppure, oggi, basta nominare l’intersezionalità che subito riemerge il refrain dei “deliri woke, delle “minacce alla virilità nazionale” travestite da “teoria gender”. I risultati di questa isteria costruita si misurano nei cimiteri. Del resto, la violenza, da sempre, è il sintomo di una strategia culturale precisa, portata avanti con subdolo rigore. Oggi, però, quella strategia non ha più intenzione di nascondersi. La si ritrova nei talk show del prime time, negli editoriali scandalizzati da una pubblicità queer, nelle crociate parlamentari contro l’educazione affettiva e nei linciaggi digitali contro chi osa autodeterminarsi. La retorica reazionaria ha trovato casa – e legittimazione – in ogni spazio pubblico.

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Omofobia, misoginia e victim blaming sui social di Emanuele Compagno, ex avvocato difensore di Filippo Turetta

Lo confermano anche i numeri. Secondo la Mappa dell’Intolleranza 8, pubblicata a marzo 2025 dalla Rete Contro l’Odio, la misoginia rappresenta oggi il 50% dei discorsi d’odio online. Un’impennata inquietante, che si accompagna all’odio crescente verso le persone LGBTQIA+. Perché le estreme destre si muovono sempre in branco: sessismo, razzismo, omo-lesbo-bi-transfobia sono facce della stessa ideologia violenta, che reprime l’educazione per legittimare l’oppressione. 

Uno studio pubblicato a gennaio 2025 sulla rivista Social Inclusion ha analizzato il funzionamento della manosphere italiana: un ecosistema digitale in cui proliferano contenuti antifemministi, omotransfobici e misogini. Al suo interno convivono gruppi interconnessi come i Men’s Rights Activists, gli incel (celibi involontari che attribuiscono la propria infelicità alle donne), i MGTOW (“Men Going Their Own Way”, uomini che rifiutano ogni rapporto con l’altro sesso), fino ai Pick-Up Artists, che trasformano la seduzione in una tecnica manipolatoria e profondamente sessista. Mentre il 3 aprile si scendeva in piazza per chiedere giustizia per Ilaria Sula e Sara Campanella, vittime dell’ennesima violenza patriarcale, in molte di queste comunità online si elogiavano i loro assassini, e si incolpava l’universo femminile. 

Ma se la violenza è sistemica, anche la risposta dev’essere collettiva. Non Una di Meno lo sa bene: il 12 e 13 aprile, l’assemblea nazionale convocata a Genova servirà a fare il punto, riorganizzarsi, dotarsi di nuovi strumenti. Il 26 aprile sarà invece il momento della prima Dyke March italiana: una marcia lesbica che attraverserà Roma con orgoglio e rabbia, “non per chiedere spazio, ma per prenderlo”.

E poi ci sarà il 17 maggio: la Giornata Internazionale contro l’Omolesbobitransfobia. Quest’anno, sarà anche una mobilitazione nazionale LGBTQIA+ contro il governo Meloni. Più di cinquanta sigle hanno già annunciato la propria adesione a quella che, secondo le parole degli organizzatori, sarà “una piattaforma aperta e inclusiva per chiunque creda che difendere i diritti delle minoranze sotto attacco significhi proteggere la democrazia, lo stato di diritto e la pace”.

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