“Mamita, me voy a morir“. È tutto quello che Sara Millerey González Borja è riuscita a dire a sua madre prima di morire, il 5 aprile scorso, all’ospedale La María di Medellín. Aveva 32 anni, un nome che portava con orgoglio, un’identità che la Colombia– tra i paesi più avanzati in materia di diritti LGBTQIA+, ma solo sulla carta – non ha mai smesso di mettere in discussione, e un corpo martoriato: braccia e gambe fratturate, il volto tumefatto, l’agonia riversata in rete come se il dolore di una donna trans potesse diventare intrattenimento. Ma Sara non era solo il volto dell’orrore. Era il suo contrario: bellezza, fede, tenerezza, luce. E in Colombia, tutto questo è stato ancora una volta dichiarato colpevole.
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Il transcidio di Sara Millerey González Borja
La morte di Sara ha scosso il Paese con una violenza speculare a quella che l’ha uccisa, tanto efferata quanto ingiustificabile. Il 4 aprile, nel quartiere Playa Rica di Bello ad Antioquia, è stata brutalmente picchiata e gettata ancora viva nella quebrada La García, un torrente che scorre tra le vie sterrate delle periferie. Il suo corpo, devastato dalle percosse e dall’ipotermia, non ha resistito. È morta il giorno dopo in ospedale, anche a causa della transfobia istituzionale: il suo caso era stato classificato come codice verde.
A documentare gli ultimi istanti di vita di Sara è stato uno smartphone. Nel video, lei cerca di respirare, la testa emerge a fatica dall’acqua, gli occhi implorano aiuto, mentre intorno a lei nessuno muove un dito. Quelle immagini sono state condivise, rilanciate, commentate, usate. Una morte spettacolarizzata, esibita, ridotta a contenuto. Come se, oltre a morire, a una donna trans in Colombia fosse richiesto anche di farlo in pubblico.
Il presidente Gustavo Petro ha parlato di fascismo, perché la violenza che ha ucciso Sara non è solo fisica: è il prodotto strutturato, reiterato e legittimato di una cultura del disprezzo. Solo nei primi mesi del 2025, in Colombia, sono già state assassinate 25 persone LGBTIQ+, tra cui anche un italiano: Alessandro Coatti, biologo ucciso a Santa Marta. Quindici di queste erano persone trans. Uno sterminio a bassa intensità, che si consuma nel silenzio. Ma non nel vuoto. Perché la Colombia sa. Sa e tace. Sa e filma. Sa e dimentica.
Chi era Sara Millerey González Borja
La Millerey – come la chiamavano l* amic* – sapeva bene i rischi che comportava vivere autenticamente, e ha scelto comunque di farlo. Cresciuta con un padre che non l’ha mai accettata, abusata fin dall’infanzia, costretta a vivere per strada e a combattere la dipendenza, era riuscita nel 2019 a terminare gli studi. Amava le mirelle – brillantina, glitter, qualsiasi cosa capace di illuminare i suoi capelli e i suoi occhi – e coltivava un sogno: diventare estetista, aprire un salone tutto suo, portare bellezza dove il mondo seminava miseria.
Nel frattempo, raccontava a chiunque incontrasse la sua verità semplice e ostinata: “Sono una donna, come qualsiasi altra donna”. Sandra Borja, sua madre, la ricorda come la ragazza più bella del quartiere di Bello: dolce, solare, affettuosa, con un amore sconfinato per la vita e per sua madre. Quando ha capito che non ce l’avrebbe fatta, si è inginocchiata vicino al suo letto: “L’ho abbracciata, baciata, le ho detto che la amavo moltissimo – racconta a El Pais – Le ho detto di rivolgersi a Dio, perché in paradiso nessuno la umilierà o la discriminerà per essere se stessa“.
Sara aveva raccontato sé stessa prima ancora che il mondo decidesse di ascoltarla. Aveva intitolato la sua autobiografia My Authorship e l’aveva affidata alla madre, scrivendola a mano su diversi quaderni che Sandra oggi sogna di pubblicare. In quelle pagine, rievoca un’infanzia segnata dalla violenza domestica, il rifiuto paterno per la sua femminilità, la fuga da casa per partecipare a un concorso queer, la consapevolezza precoce di essere una donna.
Era profondamente religiosa, e racconta anche l’amore per un sacerdote e la scomunica ricevuta dopo averglielo confessato. Allontanata dalla Chiesa, non dalla fede, ha continuato a pregare ogni giorno. In un quaderno annota suppliche per sé stessa, per i santi, perfino per il suo cane Nicolás. Chiede protezione dalla droga, dalla violenza, dalla morte. Scrive che ha paura. Che qualcuno potrebbe ucciderla. Che vuole vivere. E lascia, su una di quelle preghiere, un bacio con il rossetto rosa. Come a dire che la sua fede, come la sua identità, non era mai stata in discussione.
Nessuno ha potuto vederla un’ultima volta. Il suo corpo era troppo martoriato. Il funerale, celebrato l’8 aprile con la bara chiusa, si è trasformato in un grido collettivo. Centinaia di persone si sono strette attorno a lei: attivistə, amiche, volti noti e invisibili, con cartelli, rossetti, preghiere e rabbia. Lo stesso sacerdote, durante l’omelia, ha detto ciò che tanti continuano a negare: che l’identità di Sara non era una provocazione ma una realtà; che il rispetto non è una concessione, ma un diritto; che la violenza non è mai giustificabile, nemmeno in nome della morale.
“Vogliamo giustizia. Non possiamo ignorare quello che è successo. Oggi è toccato a lei, domani potrebbe toccare a chiunque“, ha detto lo zio di Sara all’altare, con la voce spezzata dall’indignazione. Parole che hanno risuonato ancora più forti di fronte all’ipocrisia di certe istituzioni: nei comunicati ufficiali, i funzionari comunali hanno scelto di non usare il nome di Sara Millerey, preferendole un nome maschile. Una seconda violenza, inflitta con freddezza burocratica.
Intanto, le autorità hanno promesso una ricompensa di 100 milioni di pesos a chi fornirà informazioni sui responsabili. Ma nel quartiere tutti tacciono. Per paura. Per complicità. Perché il sistema che ha ucciso Sara è lo stesso che oggi finge di indagare sulla sua morte. Eppure qualcosa si muove. Le organizzazioni colombiane per i diritti umani, da Caribe Afirmativo al Movimiento Trans, non vogliono che il nome di Sara venga dimenticato. In questi giorni, la sua immagine è ovunque: sorridente, luminosa, fragile e fiera. Non per celebrare un martirio, ma per ricordare che dietro ogni corpo ucciso c’era una vita che chiedeva solo di essere vissuta.
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