Pianista, cantante e compositrice, Stefania Avolio nasce a Verona, dove inizia a suonare il pianoforte a soli 5 anni. Dopo il diploma al Conservatorio di Musica della sua città, il suo percorso si intreccia con quello del compositore Lorenzo Masotto, con cui collabora a diversi progetti. Nel 2018 vola in California per un tour di cinque date che segna il primo passo di un’esplorazione musicale senza confini.
Nel 2020 pubblica il suo album d’esordio Natural Element, un lavoro di modern classical in cui pianoforte, voce e loop station si fondono in un’esperienza sonora profondamente emotiva, accolta con entusiasmo dalla critica europea.
Con Roots of Rebirth (2022) apre la porta a una dimensione più pop ed elettronica, arricchendo il suo universo musicale con synth, voci stratificate e atmosfere rarefatte.
Il 28 marzo 2025 è uscito I Have Been Here, il suo terzo album: un viaggio intimo dentro l’infanzia, la fragilità e la rinascita. Noi di Gay.it l’abbiamo intervistata per parlare di musica, memoria e identità.
Ecco la nostra chiacchierata con Stefania Avolio.
“Non do risposte, ma apro porte”: intervista a Stefania Avolio
Se dovessi descrivere la tua musica a chi la ascolta per la prima volta, quali parole useresti? Che tipo di viaggio emotivo e sonoro proponi?
“La mia musica è un viaggio interiore, intimo e visivo. Cerco di trasformare emozioni, luoghi e memorie in paesaggi sonori che ognuno possa abitare con la propria storia. È una musica che unisce delicatezza e profondità, fatta di suoni sospesi, pianoforte, voce e atmosfere elettroniche che invitano all’ascolto attento. Non do risposte, ma apro porte: verso ricordi, malinconie, rivelazioni intime. Ogni brano è un frammento emotivo che cerca connessione”.
Oltre a cantare, componi e scrivi le tue canzoni, e suoni il pianoforte fin da quando avevi cinque anni. Quali sono stati gli artisti o i mondi musicali che ti hanno ispirata nel costruire il tuo linguaggio personale?
“Il pianoforte è stato il mio primo linguaggio, quello con cui ho iniziato a esprimermi prima ancora delle parole. La mia formazione è classica: mi sono diplomata al Conservatorio e ho poi conseguito un biennio di specializzazione in pianoforte solistico. È un percorso che mi ha dato radici profonde, ma che col tempo ho sentito il bisogno di contaminare e aprire ad altri orizzonti.
Tra gli artisti che più mi hanno accompagnata e influenzata, Enya occupa un posto speciale. È probabilmente la musicista che ho ascoltato di più nella mia vita, e la sua visione sonora ha profondamente segnato il mio modo di sentire. Anche Björk ha sempre esercitato un grande fascino su di me: il suo approccio sperimentale, libero, mai prevedibile, è una continua fonte di ispirazione.
Mi sento inoltre fortemente attratta dalle voci scandinave. C’è qualcosa in quelle timbriche, in quelle melodie sospese, che mi richiama con forza. Ascolto molto Ane Brun, Eivør, Susanne Sundfør, Aurora… Trovo che le loro voci siano profondamente radicate nei paesaggi da cui provengono: si percepisce il vento del nord, la luce fioca dell’inverno, il silenzio dei grandi spazi.
È una musica che riesce a coniugare delicatezza e potenza, intimità e visione, e che sento molto vicina alla mia sensibilità. Amo anche la musica degli anni ’80, con le sue atmosfere sintetiche e sognanti. Il mio linguaggio è nato così: come un dialogo tra radici e visioni, tra il bisogno di raccontarmi e il desiderio di esplorare”.
Hai scelto di cantare in inglese. Cosa ti ha portata a questa scelta e cosa ti permette di esprimere ciò che magari in italiano non riesci a raccontare?
“L’inglese mi ha sempre affascinata per la sua musicalità e per quella capacità di custodire l’intimità anche quando si parla di dolore o fragilità. Mi permette di essere diretta ma con delicatezza, di sussurrare più che spiegare. E devo dire che per il pop, l’inglese trovo sia la lingua perfetta.
In italiano mi sento più esposta, più “letta”. Forse un giorno supererò questa ‘paura’ e farò un album in italiano (o una canzone, chi lo sa).
In inglese riesco a creare una distanza giusta, uno spazio protetto in cui le emozioni possono affiorare senza paura. È anche un modo per aprirmi ad un pubblico più ampio, ma senza perdere la mia voce autentica”.
Il tuo nuovo album, I Have Been Here, nasce da un viaggio profondo dentro la tua infanzia e da un’esperienza ospedaliera. Come sei riuscita a trasformare tutto questo in musica?
“La scrittura di questo album è stata un processo necessario, quasi terapeutico. Non ho cercato di raccontare tutto in modo lineare, ma ho lasciato che le immagini venissero da sé. Una sala d’attesa, lo sguardo di due sconosciuti, un respiro in una stanza sterile: da questi dettagli sono nate le canzoni. In certi momenti ho avuto paura di non riuscire a contenere tutta l’emozione, ma il suono ha fatto da guida. Il pianoforte, la voce, le sonorità elettroniche: con questi elementi ho provato a dire ciò che non sarei riuscita a dire solo a parole. Non volevo descrivere, ma evocare. Far sentire che certe esperienze ci cambiano, ma ci lasciano anche qualcosa da donare”.
Il tuo sound è un mix ipnotico di pop ed elettronica con un’anima eterea. Come nasce questa alchimia sonora?
“La mia musica nasce spesso da un’immagine, da un’atmosfera che sento dentro prima ancora che nella realtà. È come se vedessi una scena e provassi a tradurla in suono. Altre volte, invece, l’ispirazione arriva da un luogo che ho visitato o da una storia che mi è stata raccontata. Non c’è una sola fonte o una linea guida precisa: seguo ciò che vibra, ciò che mi smuove. Amo lavorare per sovrapposizioni, stratificare fino a creare una texture che avvolge.
Non ho il dono della sintesi, né della semplificazione: mi piace abbandonarmi a questa mia “pazzia” di voci, layers, dettagli nascosti ma sempre interconnessi. In particolare con le voci, amo creare cori, echi, presenze che si intrecciano, si rincorrono, si sfiorano. Penso che nel prossimo disco questa tendenza si accentuerà ancora di più (ma ora non ci voglio pensare dato che spero di poter far conoscere il mio nuovo album appena uscito il più possibile). È il mio modo di costruire una casa sonora in cui chi ascolta possa perdersi e magari ritrovarsi in un luogo nuovo”.
In un momento storico ancora difficile per la comunità LGBTQIA+, quale pensi sia il ruolo della musica? Ti senti parte di questo movimento?
“Assolutamente sì. Credo che ogni forma d’arte abbia una responsabilità, e la musica può davvero creare ponti. Può abbattere muri invisibili, dare voce a chi non ne ha. Non sempre servono slogan: anche una canzone che racconta la fragilità, l’identità, l’amore in forme diverse può essere un atto politico. Io mi sento vicina a chi ogni giorno cerca di essere sé stesso in un mondo che spesso fatica ad accogliere la diversità. La mia musica nasce dal desiderio di ascolto, empatia e libertà. E se può anche solo in parte contribuire a far sentire qualcuno meno solo, allora ha già fatto il suo lavoro”.
“I Have Been Here” di Stefania Avolio è disponibile su tutte le piattaforme digitali. Una carezza sonora da ascoltare a occhi chiusi.
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