Chi sarà il prossimo papa dopo Francesco? E sui temi inerenti ai diritti delle persone LGBTIAQ+ come la pensano i 10 candidati papabili nel prossimo conclave?

La scomparsa di Jorge Mario Bergoglio segna la fine di un’epoca profondamente ambivalente, più che rivoluzionaria. Papa Francesco lascia dietro di sé dodici anni di pontificato vissuti sull’orlo del paradosso: il pontefice che ha stretto la mano ai migranti e ai poveri, che ha concesso udienza a persone trans e invocato la depenalizzazione dell’omosessualità a livello globale, è lo stesso che ha firmato documenti che rigettano l’autodeterminazione di genere come “colonizzazione ideologica”, che ha parlato di “frociaggine” nei seminari, e che fino all’ultimo ha difeso con forza il binarismo sessuale e la dottrina familiare più rigida. Ora, il trono di Pietro è vacante. Il conclave si avvicina – e con esso l’interrogativo cruciale: che volto avrà la Chiesa cattolica di domani?

Il contesto globale non lascia spazio all’indifferenza: dall’Ungheria all’Argentina, dalla Florida all’Italia, dalla Nigeria all’Uganda, la marea conservatrice avanza nei parlamenti e nelle piazze. In troppe regioni del mondo, il Vangelo è diventato lo schermo per giustificare politiche d’odio, leggi omofobe, persecuzioni sistematiche. E la Chiesa, con la sua rete di scuole, ospedali, missioni, con la sua autorità morale ancora potentissima, può essere sia argine che detonatore.

Se il prossimo Papa dovesse incarnare lo spirito del ritorno all’ordine – quello che invoca la “chiarezza dottrinale” come eufemismo per nuove esclusioni – il rischio non è solo ecclesiale. È civile. È umano. In Africa, in nome dei “valori cristiani”, si stanno approvando leggi che prevedono la pena di morte per le persone LGBTQIA+. In America Latina, il crocifisso è brandito insieme al machete per reprimere i corpi disobbedienti. In Europa e negli USA, l’alleanza tra altari e partiti reazionari è già operativa.

Il prossimo pontificato potrebbe dunque essere il colpo di grazia. Ma potrebbe anche essere un argine estremo. Eppure, come spesso accade quando si parla di Vaticano, nulla è davvero scritto. Perché se è vero che Francesco non ha scardinato l’impianto teologico, è altrettanto vero che ha ridisegnato in profondità la geografia del potere ecclesiastico. Ha nominato più del 70% dei cardinali elettori. Ha aperto a mondi e voci fino a ieri marginali. Ha inserito nel cuore della Curia profili pastorali, missionari, gesuiti, africani, asiatici, outsider. In silenzio, ha sovvertito l’idea stessa di “papabilità”.

Così, nel momento in cui la Chiesa si prepara a scegliere il successore di un Papa che ha parlato di “misericordia” con le labbra e di “peccato” con le note a piè di pagina, il rischio è di leggere l’orizzonte con le lenti sbagliate. Perché la vera eredità di Bergoglio potrebbe non stare nelle aperture o nei silenzi, ma nella complessità del terreno che ha seminato. Un terreno scivoloso, sfuggente, potenzialmente fertile o devastante. Un terreno su cui ora i cardinali dovranno camminare. E scegliere.

Pietro Parolin 

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Tra i nomi che serpeggiano con più insistenza nei corridoi vaticani, c’è quello del cardinale Pietro Parolin. Veneto, 70 anni, una vita spesa nei meccanismi diplomatici della Santa Sede, Parolin è oggi Segretario di Stato vaticano: una carica che, nel lessico non scritto della Chiesa, equivale a quella di un premier ombra. Chi conosce le dinamiche del potere romano sa che nessuno, nel cuore della Curia, ha saputo incarnare il ruolo del “numero due” con più discrezione, più metodo, più aderenza alla grammatica vaticana del silenzio.

Francesco lo ha voluto accanto fin dall’inizio, nel 2013, e per più di un decennio Parolin ha rappresentato il volto più affidabile e istituzionale del pontificato. Sua la firma sotto alcuni degli accordi più delicati, come quello controverso con la Cina sulla nomina dei vescovi.

Ma è proprio questa sua sapiente capacità di galleggiare nei flutti ecclesiastici che oggi fa discutere. Parolin è il candidato della continuità, sì, ma di quella continuità governativa, non profetica. È l’uomo che garantisce stabilità alla macchina vaticana, non colui che la riforma. E se sul piano pastorale ha saputo muoversi con il lessico della moderazione, su quello dottrinale non ha mai dato adito a fraintendimenti: nel 2015, definì la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso in Irlandauna sconfitta per l’umanità”. Un’espressione pesante, inequivocabile, che segna il perimetro del suo pensiero – e di ciò che un suo pontificato potrebbe rappresentare per la comunità LGBTQIA+.

Né si può dimenticare l’ombra lunga dell’affaire finanziario londinese – un investimento immobiliare opaco da centinaia di milioni, gestito sotto il suo dicastero. Parolin non è mai stato formalmente indagato, ma il suo nome resta lì, sullo sfondo, a ricordare che anche la Curia ha le sue zone d’ombra. Eppure, in un conclave dove l’elezione di un Papa italiano manca da quasi mezzo secolo, la sua candidatura resta tra le più solide: rassicura i cardinali conservatori, non spaventa i moderati, e promette una Chiesa governata con efficienza più che con visione.

Matteo Zuppi

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Matteo Zuppi

Arcivescovo di Bologna, presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 2022, ma soprattutto “prete di strada” per vocazione più che per retorica, Matteo Zuppi è uno dei pochi nomi italiani capaci di far parlare di futuro. Romano, 69 anni, ha percorso un’ecclesiologia del concreto: dalla Comunità di Sant’Egidio alle mediazioni di pace in Africa, fino alle periferie urbane e spirituali dell’Italia contemporanea. Non è un teologo di palazzo né un diplomatico da scrivania: Papa Francesco lo ha voluto cardinale nel 2019 e ne ha fatto, senza mai dirlo apertamente, uno dei suoi interpreti più affini.

La sua elezione a presidente della CEI – ruolo che in altri tempi sarebbe stato appannaggio di curiali purissimi – ha segnato il tentativo più concreto di tradurre il magistero francescano in struttura pastorale. E quando il Pontefice ha cercato un inviato di pace per l’Ucraina, ha scelto lui. Non per strategia, ma per fiducia.

Zuppi è uno di quei pochi prelati che non temono la parola “dialogo” anche quando a pronunciarla è una persona trans. Ha firmato la prefazione italiana di Building a Bridge di padre James Martin – che invita la Chiesa cattolica a costruire un dialogo autentico con le persone LGBTQIA+, partendo non dalla dottrina, ma dall’ascolto, dal rispetto e dall’accoglienza. Un testo ancora oggi scomodo, sorvegliato, guardato con sospetto da molti vescovi, perché osa suggerire che la misericordia non sia un premio per i conformi, ma un diritto per chiunque abiti la ferita. È giovane abbastanza da reggere il peso del soglio pontificio per più di una stagione, ma maturo al punto giusto per essere anche considerato – con un certo cinismo – un Papa di transizione.

Luis Antonio Tagle

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Luis Antonio Tagle

Se la Chiesa cattolica eleggesse il prossimo Papa con il cuore e non con il bilancino degli equilibri interni, allora la scelta potrebbe ricadere su Luis Antonio Tagle. Filippino, 67 anni, il volto e la voce della Chiesa asiatica più tenera, più popolare, più commossa. Non a caso, nei circoli vaticani e fuori, viene chiamato da anni “il Francesco d’Oriente” – un soprannome che, pur nella sua semplicità, dice molto della sua cifra pastorale: empatica, disarmata, misericordiosa. Forse troppo.

Tagle è figlio di un popolo spesso dimenticato e di una fede che ha saputo sopravvivere all’imperialismo e alla povertà. Ex arcivescovo di Manila, è stato voluto a Roma da Francesco nel 2019 per dirigere l’allora Propaganda Fide – oggi Dicastero per l’Evangelizzazione – uno degli snodi nevralgici del potere ecclesiale, soprattutto in una Chiesa che si va decentrando verso Sud e verso Est. Un uomo mite in un ruolo strategico, dunque. Eppure mai privo di spessore: teologo raffinato, comunicatore istintivo, Tagle è uno di quei rari cardinali capaci di commuoversi raccontando le storie della propria infanzia. E, soprattutto, di far commuovere chi lo ascolta.

Ma sotto questa delicatezza narrativa, c’è una postura teologica precisa. Tagle non è un rivoluzionario. È un riformista affettivo, non dottrinale. Non ha mai messo in discussione i fondamenti morali della Chiesa – matrimonio, famiglia, binarismo di genere – ma ha più volte denunciato la freddezza, la durezza, l’arroganza con cui la gerarchia si rivolge a chi vive fuori da quei confini. Ha parlato della necessità di usare un linguaggio meno punitivo verso le persone LGBTQ+, le madri sole, i divorziati. Ha chiesto che si guardi prima alla persona che alla sua “condizione”.

Durante il Sinodo sui giovani del 2018, fu tra i primi a sottolineare come l’inclusione delle persone LGBTQIA+ fosse una delle istanze più sentite dalle nuove generazioni. Non si spinse oltre, certo. Non parlò di riforme, di aperture liturgiche, di benedizioni. Ma invitò almeno ad ascoltare, ad accogliere, a camminare insieme. Qui un approfondimento su Luis Antonio Tagle >

Jean-Claude Hollerich

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Jean-Claude Hollerich

Se il prossimo conclave cercasse davvero un segno di rottura con il passato – non un cambiamento di tonalità, ma una nuova grammatica ecclesiale – il nome di Jean-Claude Hollerich sarebbe in cima alla lista. Gesuita, lussemburghese, 66 anni, arcivescovo di una delle diocesi più periferiche d’Europa ma con uno sguardo che abbraccia il mondo, Hollerich è senza dubbio il candidato più apertamente riformatore tra i papabili. Forse proprio per questo è anche uno dei più temuti.

A differenza di tanti cardinali cresciuti nei salotti curiali o scolpiti nell’algoritmo del politicamente prudente, Hollerich ha vissuto a lungo in Giappone, ha studiato in Germania, insegna a Roma e presiede la COMECE, la conferenza dei vescovi europei. Ma soprattutto: è stato scelto da Papa Francesco come Relatore Generale del Sinodo sulla sinodalità.

E Hollerich non si è tirato indietro. Anzi. In un’epoca in cui persino nominare l’omosessualità in Vaticano può generare panico, ha osato dire che l’insegnamento tradizionale della Chiesa in materia non è più sostenuto dalla scienza né dalla sociologia. E ha aggiunto che va rivisto. Ha continuato a sostenere che le persone LGBTQIA+ meritano accoglienza, rispetto e giustizia – ha anche dichiarato che licenziare dipendenti ecclesiali a causa del loro orientamento sessuale è un abuso.

Il suo rapporto con Papa Francesco è stato più che di vicinanza: una vera e propria alleanza strategica. Hollerich è uno degli intellettuali che meglio ha compreso – e tradotto – l’orizzonte che Bergoglio ha provato ad aprire: una Chiesa che non giudica ma accompagna, che ascolta prima di prescrivere, che riconosce nelle istanze del presente le crepe in cui può ancora filtrare il Vangelo.

Ma per gli stessi motivi per cui è adorato da chi sogna una Chiesa più inclusiva, è anche inviso ai custodi dell’ordine. I cardinali più conservatori non vedono in lui un ponte, ma una faglia. Un rischio. Un possibile scisma interno mascherato da evoluzione pastorale. E per questo, nel silenzio ovattato della Cappella Sistina, potrebbero preferirgli altri nomi. Meno brillanti, meno coraggiosi, più prevedibili.

Péter Erdő

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Péter Erdő

Se il prossimo conclave dovesse dunque optare per la rassicurazione più che per la scossa, per l’ortodossia più che per la visione, allora lo sguardo potrebbe volgersi su Péter Erdő. Arcivescovo di Esztergom-Budapest, 72 anni, primate d’Ungheria, Erdő è una figura familiare al collegio cardinalizio: educato, colto, canonista sopraffino, già due volte presidente dei vescovi europei.

Il suo curriculum è irreprensibile: una carriera ecclesiastica impeccabile, costruita sul rigore teologico e sulla prudenza diplomatica. Nei sinodi sulla famiglia del 2014 e 2015 fu tra i più fermi nel ribadire l’indissolubilità del matrimonio cattolico, opponendosi a soluzioni “facilitate” per i divorziati risposati. Sulle benedizioni alle coppie gay, non ha mai lasciato spazio a interpretazioni: semplicemente non contemplate.

Erdő porta con sé del resto l’ombra del rapporto amicale con il governo di Viktor Orbán, di cui ha condiviso – almeno in parte – l’approccio securitario sui migranti e la retorica identitaria. Un’allineamento che potrebbe affascinare chi sogna un cattolicesimo muscolare, pronto a farsi difensore dell’“ordine naturale“.

Robert Sarah

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Robert Sarah

Robert Sarah, 79 anni, guineano, già prefetto della Congregazione per il Culto Divino, autore di numerosi libri che mescolano spiritualità, nostalgia e invettiva, è figura di riferimento assoluto per il cattolicesimo più tradizionalista. Se esiste un candidato che incarna la promessa – o il timore – di un ritorno deciso alla “Chiesa di sempre”, quel candidato è lui.

Nominato arcivescovo di Conakry a soli 34 anni, cresciuto nella Chiesa dei martiri africani e poi approdato a Roma, dove ha diretto prima il Cor Unum e poi, sotto due papi, uno dei dicasteri più simbolici della Curia romana. Ma se Benedetto XVI lo aveva innalzato come custode del culto liturgico in forma “pura”, è con Francesco che il rapporto si è incrinato. Il punto di rottura fu nel 2020, quando Sarah pubblicò un libro in difesa del celibato sacerdotale insieme al papa emerito Ratzinger, proprio mentre Francesco rifletteva sull’ordinazione di uomini sposati nell’Amazzonia. Un gesto percepito non solo come disallineamento, ma come sfida diretta. Il congedo di Sarah arrivò poco dopo.

Per lui la famiglia è una sola, quella composta da un uomo e una donna uniti sacramentalmente. Ogni altra forma è, nel migliore dei casi, errore, nel peggiore minaccia. La cosiddetta ideologia gender è per lui un cavallo di Troia del demonio, un disordine da combattere con lo stesso zelo con cui si combatte l’estremismo islamico – un paragone che ha suscitato scandalo, ma che il cardinale non ha mai ritrattato. Le persone LGBTQIA+ vanno amate, dice, ma sempre ammonite, mai riconosciute nella loro verità affettiva o identitaria. L’amore, secondo Sarah, è compatibile solo con la sottomissione alla norma.

Sarebbe difficile, però, che un conclave composto in larga parte da cardinali ordinati da Francesco – pastori abituati alla complessità e al discernimento – voti compattamente per un candidato che rappresenta una smentita vivente del pontificato appena concluso. L’età avanzata gioca contro di lui, così come la polarizzazione ideologica che il suo nome inevitabilmente suscita.

Fridolin Ambongo Besungu

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Fridolin Ambongo

Se i cardinali riuniti in Cappella Sistina volessero compiere un gesto che fosse al contempo simbolico e sostanziale – un’elezione che sposti il baricentro non solo geografico ma anche spirituale della Chiesa – Fridolin Ambongo Besungu, 65 anni, arcivescovo di Kinshasa,  rappresenterebbe una scelta eloquente.

Nato in un Paese piagato da guerre, saccheggi e colonialismi economici, Ambongo ha costruito il suo ministero sulle rovine della speranza. È succeduto al leggendario cardinale Monsengwo Pasinya, di cui ha raccolto l’eredità non solo ecclesiale ma civile: denuncia della corruzione, lotta per la giustizia, difesa dei poveri. Non a caso Francesco lo ha elevato al cardinalato nel 2019 e lo ha voluto nel Consiglio dei Cardinali, il piccolo gruppo che affianca il Papa nei processi decisionali più delicati. Una scelta di stima, ma anche di visione.

Ambongo è progressista, ma nel senso più nobile e non ideologico del termine: crede in una Chiesa incarnata, capace di leggere i segni dei tempi, attenta ai corpi e alle ferite prima che ai dogmi. È stato tra le voci più entusiaste del Sinodo sull’Amazzonia, si è speso per una conversione ecologica reale, ha fatto del Vangelo una bandiera da issare non nei salotti teologici ma nelle strade, tra le macerie e gli ospedali, nei mercati e nei villaggi. La sua Chiesa è ancora quella di Francesco: povera, ma non rinunciataria; aperta, ma non dissolta.

Sul terreno più scivoloso – quello delle persone LGBTQIA+ – Ambongo rimane tradizionalista, ma non chiude le porte. È fedele alla dottrina tradizionale sul matrimonio e sulla sessualità, come molti vescovi africani, ma evita gli accenti polemici, le crociate ideologiche, i toni apocalittici, sostenendo che tutti sono figli di dio. Se fosse eletto, Ambongo diventerebbe non solo il primo Papa congolese, ma il volto di un cattolicesimo radicato nel Sud globale, dove la fede cresce anche quando le istituzioni vacillano, e dove l’annuncio del Vangelo si misura ogni giorno con la fame, la guerra, la sete.

Jean-Marc Aveline

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Jean-Marc Aveline

Se il prossimo Papa dovesse emergere non tanto da un’ideologia quanto da un luogo, Jean-Marc Aveline sarebbe il candidato naturale di una Chiesa che ha scelto di stare esattamente dove i mondi si toccano e si sfidano: Marsiglia. Arcivescovo di quella città-porto che è da secoli una soglia più che una destinazione, Aveline incarna con disarmante coerenza il volto della Chiesa “mediterranea” che Papa Francesco ha cercato – a tratti invano – di proporre come paradigma ecclesiale: porosa, plurale, misericordiosa.

Algerino di nascita, francese pied-noir per storia familiare, Aveline è figlio di fratture geopolitiche e memorie postcoloniali. Nella Marsiglia dei rifugiati, dei musulmani, degli ortodossi, delle periferie urbane e umane, ha costruito un ministero silenziosamente rivoluzionario: fatto di accoglienza, mediazione, parole lente.

Il suo profilo è quello del moderato progressista, un pastore che ha fatto propria la grammatica bergogliana – poveri, migranti, dialogo interreligioso – ma che ne declina i verbi con il solito spirito tradizionalista. Quando nel 2023 Papa Francesco ha aperto la porta – stretta, ma reale – alla possibilità di benedire alcune coppie dello stesso sesso, Aveline è stato tra i primi a opporsi.

Ma più in generale, sulle persone LGBTQIA+, Aveline si muove nella linea tracciata da Francesco: rispetto, accompagnamento, ascolto. Non ha mai invocato rivoluzioni dottrinali, ma nemmeno ha mai lasciato spazio all’esclusione.  La sua statura intellettuale – è considerato un teologo lucido, non ideologico –, unita a un’esperienza pastorale cosmopolita, ne fa un papabile capace di attrarre consensi sia tra i riformisti che tra i moderati. Un candidato di convergenza, di mediazione alta, che potrebbe rassicurare i cardinali timorosi senza tradire la direzione indicata da Francesco.

Pierbattista Pizzaballa

Guida: il nuovo Papa dopo Francesco, i 15 papabili nel conclave e i diritti LGBTIAQ+ - chi sara il nuovo papa 1 - Gay.it
Pierbattista Pizzaballa

Non capita spesso che il nome di un Patriarca Latino di Gerusalemme figuri tra i candidati al soglio di Pietro. Eppure, tra i candidati papabili, c’è anche Pierbattista Pizzaballa – 60 anni, francescano bergamasco, pellegrino della diplomazia. Custode francescano di Terra Santa, poi Patriarca, oggi cardinale. Ha vissuto per decenni nei territori occupati di Palestina, pregato in ebraico, dialogato con l’Islam, celebrato messe nei villaggi arabi della Cisgiordania e negoziato con rabbini e imam.

Nel 2023, dopo gli eventi del 7 ottobre e l’escalation militare israeliana su Gaza, Pizzaballa ha difeso la popolazione palestinese civile, condannando ogni tentativo di sradicamento, ogni logica di vendetta. Teologicamente, Pizzaballa è un moderato. La sua priorità è la sopravvivenza delle comunità cristiane in contesti ostili, e dunque nei confronti delle persone LGBTQIA+, non ha mai rilasciato dichiarazioni pubbliche.

Un suo pontificato non rappresenterebbe una rottura, né un ritorno all’ordine. Sarebbe piuttosto un gesto simbolico di riconciliazione planetaria: un Papa che ha vissuto tra i muri e i checkpoint, che conosce per nome i rifugiati, che ha parlato con i capi di tre fedi senza perdere la propria.

Leonardo Ulrich Steiner

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Leonardo Ulrich Steiner

Leonardo Ulrich Steiner, 74 anni, non accende gli entusiasmi dei media, non polarizza le fazioni ecclesiali, ma parla con la voce della foresta amazzonica. Papa Francesco lo ha creato cardinale nel 2022. Manaus, ne è la sua diocesi, ma anche il suo campo di battaglia. Povertà urbana, deforestazione selvaggia, abbandono politico, diseguaglianze estreme: Steiner non si è limitato a denunciarle, le ha abitate. Ha portato l’ecologia integrale della Laudato Si’ di Bergoglio nei villaggi, nelle periferie, nelle comunità di base.

Teologicamente, Steiner non è un innovatore radicale ma un riformatore paziente. Sostiene senza esitazioni la visione pastorale di Francesco: quella di una Chiesa inclusiva, aperta, dialogica. In Brasile si è espresso chiaramente contro la discriminazione delle persone omosessuali e ha appoggiato le parole del Papa sulle unioni civili.

Sulle persone LGBTQIA+, la sua voce è dunque quella del rispetto. Non ha firmato dichiarazioni roboanti né invocato rivoluzioni dottrinali, ma ha costantemente richiamato la Chiesa alla sua missione primaria: accogliere, accompagnare, non escludere. Per Steiner, la dignità della persona precede qualsiasi giudizio sulla sua condizione. E anche questo, in un’epoca di polarizzazioni ecclesiali, è già una scelta netta.

Un eventuale Papa Steiner non sarebbe un nuovo Francesco – e nemmeno un suo doppione – ma ne rappresenterebbe una continuità nella postura. Porterebbe nuovamente sul soglio pontificio il respiro largo dell’America Latina, ma con l’accento – umido, verde, drammatico – dell’Amazzonia.

Mario Grech

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Maltese, Vescovo emerito di Gozo, dal 2020 il cardinale Mario Grech è il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi: incarico cruciale che Papa Francesco gli ha affidato non a caso, ma perché ne conosce lo stile dialogante, l’abilità nel cucire e, soprattutto, quella tenace fedeltà al Vangelo della misericordia. In molti lo chiamano il “point man” del Papa per la sinodalità: e non è un titolo formale.

La sua voce sulle persone LGBTQIA+ è stata, per molti, una boccata d’aria in una Chiesa che spesso sembra parlare sopra le teste. Già nel 2015, quando non era ancora entrato nel radar mediatico globale, Grech diceva con semplicità che le coppie gay unite civilmente dovevano “ovviamente” essere accolte. Nessuna retorica, nessun equilibrismo verbale. Solo una parola limpida che ancora oggi risuona potente. Tre anni dopo, in un’intervista, spiegava che se una persona in una relazione omosessuale cerca sinceramente Cristo, il suo compito – da pastore – non era giudicarla, ma camminarle accanto. “Non la ostacolerei; al contrario, la aiuterei”, disse.

Quando Francesco, nel documentario di Afineevsky, parlò apertamente di unioni civili per le coppie dello stesso sesso, Grech non si affrettò a dissociarsi né si nascose dietro l’ambiguità. Al contrario, liquidò le polemiche come “una tempesta in un bicchier d’acqua” e difese con calma la scelta del Papa: era, disse, un gesto di attenzione alle persone, di prossimità evangelica.

Christoph Schönborn

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Christoph Schönborn

Schönborn è l’Arcivescovo emerito di Vienna, guida carismatica di una delle diocesi più complesse d’Europa e voce tra le più autorevoli di una Chiesa che non ha mai avuto paura di contaminarsi con il mondo che la circonda. Il suo volto pubblico si è via via trasformato nel tempo: da cardinale del dogma a pastore della misericordia. Ed è proprio questo che lo ha reso, con il passare degli anni, un punto di riferimento per chi cerca nella Chiesa uno spazio di ascolto e accoglienza. Quando, nel 2021, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò il celebre Responsum che vietava la benedizione delle coppie omosessuali, Schönborn non rimase in silenzio. Anzi. Disse, con una semplicità che non lasciava spazio all’ambiguità: “Non ne sono contento. La Chiesa è una madre”.

Non fu solo una dichiarazione emotiva. Fu una presa di posizione netta. Schönborn si è detto disposto – pur con cautela, pur evitando clamori – a benedire coppie dello stesso sesso in forma privata, laddove ci sia stabilità, amore, desiderio di Dio.

Papa Francesco, che di queste sfumature è maestro, lo ha sempre considerato un interlocutore affidabile e intelligente. Gli affidò la presentazione ufficiale di Amoris Laetitia, confermandolo come ponte tra l’insegnamento e la vita. Non a caso, Schönborn ha sempre saputo muoversi con grazia su quella linea sottile che separa la fedeltà al magistero dalla libertà pastorale. Lo dimostrano anche i suoi interventi a sostegno delle persone con HIV, e la costante vicinanza alle realtà LGBTQIA+ viennesi, che lo considerano da anni una figura capace di ascolto vero. Sarà troppo anziano per entrare davvero in Conclave come candidato forte? Forse. Ma la sua voce resta tra le più rispettate. E il suo profilo – colto, misericordioso, essenziale – è la prova che nella Chiesa esiste uno spazio in cui dottrina e compassione possono davvero incontrarsi.

Robert Prevost

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Robert Prevost

Americano ma vescovo di Chiclayo dal 2015, Robert Prevost ha vissuto le tensioni della pastorale latinoamericana non dai palazzi, ma dalle periferie: quelle vere, dove la fede si misura contro la povertà, la violenza, l’abbandono. È proprio quell’esperienza sul campo che lo ha reso, agli occhi di Papa Francesco, l’uomo giusto per uno degli incarichi più strategici della Chiesa: nel 2023, è stato nominato Prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. Tradotto: è lui che oggi ha in mano la regia sulle nomine episcopali nel mondo.

In Perù, ha lavorato con famiglie spezzate, ragazzi feriti, comunità dilaniate. La sua priorità è sempre stata la persona. E oggi, da Prefetto, non risulta che abbia ostacolato la promozione di vescovi più aperti, né che abbia fatto muro davanti ai nuovi percorsi di accoglienza indicati da Francesco. Anzi, sembra esserci pienamente dentro. Sulle questioni LGBTQIA+, Prevost non si è però mai espresso in modo esplicito.

Marc Ouellet

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Marc Ouellet

Se c’è un nome che evoca la Chiesa di ieri, quella solida, teologica, vestita di latino e impermeabile ai venti del cambiamento, è certamente quello di Marc Ouellet. Canadese, 78 anni, teologo finissimo cresciuto all’ombra di Hans Urs von Balthasar e Joseph Ratzinger, Ouellet è stato per anni uno dei candidati forti al soglio pontificio, soprattutto nei corridoi romani che guardavano a Benedetto XVI come modello ecclesiale.

Arcivescovo di Québec e Primate del Canada dal 2002 al 2010, ha poi diretto per tredici anni il potentissimo Dicastero per i Vescovi, determinando le nomine episcopali a livello globale. Una posizione che lo ha reso arbitro e architetto di una gerarchia in buona parte fedele alla linea conservatrice. Ma è soprattutto sul terreno dei diritti civili che Ouellet ha mostrato senza tentennamenti dove stava il cuore della sua visione: nel 2005, quando il Canada si avviava a legalizzare il matrimonio egualitario, il cardinale si presentò al Senato per dire no. “Pseudo-matrimoni”, li definì. “Una finzione.” E ancora: “parte di una cultura della morte”.

Eppure, Ouellet non è mai stato un oppositore di Francesco. Anzi. Quando, nel 2018, l’ex nunzio Viganò accusò pubblicamente il Papa di aver insabbiato casi di abusi, fu proprio Ouellet a esporsi in prima persona per difenderlo. Scrisse una lettera durissima contro Viganò, definendo le sue accuse “calunniose”. Ma la distanza con l’attuale pontificato resta profonda. Nessun segnale di apertura verso le persone LGBTQIA+, se non i consueti appelli alla castità come unica via possibile per le “tendenze omosessuali”.

Peter Turkson

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Peter Turkson

Per anni è stato l’uomo dell’Africa in Vaticano. Peter Kodwo Appiah Turkson, ghanese, classe 1948, è stato il volto pubblico della dottrina sociale della Chiesa: giustizia, pace, ecologia integrale. Creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 2003, ha ricoperto incarichi strategici nella Curia, culminati nel Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale voluto da Francesco, che lo ha poi nominato Cancelliere delle Accademie delle Scienze. È teologicamente moderato, profondamente legato alla tradizione africana su famiglia e sessualità, ma anche uno dei pochi porporati capaci di rimettere in discussione le proprie certezze.

Nel 2013, in una delle sue uscite più discusse, suggerì che i “tabù culturali” africani sull’omosessualità avessero protetto la Chiesa dagli scandali di abusi. Parole che, a distanza di anni, suonano quasi irreali. In quegli stessi anni, quando l’Uganda propose una legge da brividi che introduceva la pena di morte per gli omosessuali, Turkson esitò: non condannò esplicitamente il provvedimento, lasciando intendere che la non discriminazione non fosse un diritto umano universale. Una posizione difficile da difendere, anche tra le fila più tradizionaliste.

Eppure, qualcosa è cambiato. Negli ultimi anni, il cardinale ha scelto di esporsi in un modo che in Africa – e non solo – è ancora coraggioso. “Le persone gay non possono essere criminalizzate perché non hanno commesso alcun crimine”, ha dichiarato. “Se uno nasce così, come può costituire un crimine? Li si criminalizza per cosa, per il fatto di essere ciò che sono?. Frasi nette, disarmanti, che segnano un passaggio: da un atteggiamento di tolleranza fredda a un riconoscimento pieno della dignità. Di più: nel 2023, quando la Santa Sede ha pubblicato Fiducia supplicans, il documento che apre alle benedizioni per le coppie “irregolari”, Turkson è stato tra i pochissimi cardinali africani a schierarsi a favore.

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