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Essere queer tra gli universi: intervista a Emet North, autorə di “Negli universi”

“Negli Universi” di Emet North (they/them) è una parabola d’amore e di esistenza queer elettrizzante e commovente, che, attraverso gli stilemi del genere letterario, illumina le nostre vite, spingendoci a riflettere sulle infinite possibilità, sul senso della fine e di ogni inizio.

Essere queer tra gli universi: intervista a Emet North, autorə di “Negli universi” - Matteo B Bianchi68 - Gay.it
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Negli Universi, Emet North

Negli Universi, l’esordio di Emet North pubblicato, nella traduzione sublime di Chiara Reali, dalla casa editrice Mercurio, è uno dei libri più sorprendenti che siano arrivati in Italia nell’ultimo decennio. Non a caso, il New York Times lo ha inserito nella lista dei migliori testi fantasy e fantascientifici contemporanei.

Nella prima versione della sua storia, Raffi, lə protagonistə, lavora alla NASA dove porta avanti, senza troppa convinzione, una ricerca sulla materia oscura e gli universi paralleli, vive in una casa dinoccolata con una squadra di rugby, inventa il suo modo di dirsi famiglia insieme a Graham, amico di lunga data, e ha una relazione con Caleb, che però non vede mai. Qui, nelle prime pagine del romanzo, soprattutto, Raffi incontra Britt, una scultrice di cui si invaghisce. Lə due si erano già incontratə molti anni addietro; ancora piccolissimə, ma le loro esistenze si erano appena appena sfiorate. Cosa sarebbe successo – si chiede Raffi – se, invece, quel primo incontro si fosse trasformato in un’amicizia, o meglio, in un primo amore? Cosa succederebbe, come saremmo noi tuttə, se fossimo vivə contemporaneamente in dimensioni diverse, in questo universo e in quell’altro, in questo tempo e in ogni tempo?

Negli universi - Emet North - copertina

 

Così, le teorie sul multiverso vengono calate nella struttura del romanzo che si dipana come una costellazione e accosta diverse versioni di una stessa storia: Emet North (they/them) fa deflagrare il suo materiale narrativo – quella prima versione di Raffi – e la espande nel tempo e nello spazio, minacciando nel profondo quella che è la coordinata essenziale del romanzo tradizionale: il cronotopo, lo spazio-tempo.

Dal laboratorio della NASA veniamo, così, catapultatə nella campagna americana, quando Raffi e Britt sono giovanissimə e, insieme, scoprono quanto pesa un corpo, quanto costa l’attaccamento. Poi, ancora, in un futuro post-apocalittico in cui gli alieni si impossessano dei corpi animali per minacciare lə umanə; in cui ogni donna in gravidanza è una donna rotta (letteralmente) e ogni corpo non-conforme è un corpo fratturato; in cui Kay – fidanzatə di Raffi – sta per partorire un polpo, metafora del fardello della maternità.

Tutte le versioni, però, e tutti gli universi, dunque, sono accomunati dai corpi di Raffi e Britt che cambiano ed evolvono e si cercano, si abbandonano e soffrono e, intanto, gioiscono e semplicemente esistono nella deflagrazione, nella sincronicità, nonostante le paure, nonostante la morte.

Negli Universi è una parabola d’amore e di esistenza queer elettrizzante e commovente, che, attraverso gli stilemi del genere letterario, illumina le nostre vite, spingendoci a riflettere sulle infinite possibilità, sul senso della fine e di ogni inizio.

Intervista a Emet North.

Emet North (@EmetNorth) / X
Emet North, autorə di “Negli universi”.

Perché scrivere dei multiversi?

Prima di scrivere, sono statə unə fisicə, e ho scritto una tesi sugli universi paralleli. Ho cominciato a scrivere questo libro qualche tempo dopo, però. All’inizio era un insieme di frammenti completamente disconnessi. Poi mi sono accortə che tutti questi universi, nella storia, comunicavano tra loro e che ə diversə narratorə altro non erano che diverse versioni di uno stesso Sé. Ecco il libro, allora. Così aveva una sua coerenza, ci ho lavorato poi altri tre anni per renderlo logico, credibile.

L’idea stessa di multiverso mette in discussione i concetti di spazio e tempo su cui si basa la narrativa. Hai corroso la forma-romanzo dall’interno.

Il romanzo tradizionalmente inteso si basa su un’idea di linearità, sì. Le esperienze umane, però, non lo sono, soprattutto quando sono esperienze queer. Non c’è niente di lineare nell’esperienza queer: vivi volendo essere altro, rompi qualsiasi coerenza, cambi. Volevo portare questa frammentarietà nel mio romanzo.

Negli Universi è un romanzo sulla possibilità della de-costruzione e della riformulazione. Tuttə ə personaggə costruiscono e decostruiscono non solo sé stessi, ma anche gli spazi che abitano, anche il tempo, appunto. Di fronte alle piccole grandi apocalissi trovano un modo, un’altra strada, per sopravvivere. C’è un modo, anche per noi che non viviamo tra le pagine di un romanzo speculativo, di fuggire dalle maglie del tempo, dai limiti imposti dal corpo e dallo spazio?

Possiamo espandere la nostra idea di possibilità, ce lo insegna la letteratura speculativa. Dobbiamo pensare che ci sono più possibilità di quante crediamo. Quello che possiamo fare con le nostre vite – le opzioni che abbiamo per noi, quello che possiamo diventare – è delimitato dalla nostra immaginazione. Dobbiamo chiederci: cosa ne sarà di me in un’altra vita? Chi sarei in un altro universo? È un giochetto utile a trasportarci fuori dai limiti di cui parlavi. È diverso dal chiedersi: cosa farò tra cinque anni? perché questa domanda, invece, si chiude sulla possibilità concreta. Immaginarsi in un altro mondo, inaccessibile, significa fare dei passi verso quella persona che non saremo mai, ma comunque evolvere, cambiare. Come me in fase di scrittura.

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Cioè? In che modo sei cambiatə?

Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo pensavo di essere etero, stavo con un uomo da dieci anni ed ero anche felice. Poi mi sono immaginatə altrove, in un altro universo, e ho portato quella proiezione nella mia vita, così ho scoperto parti di me che non avevo mai visto, mi sono avvicinatə alla mia queerness per la prima volta. Non ci sarei mai arrivata, se avessi continuato a immaginare il mio futuro in questo universo. Ho dovuto lasciare questo mondo per diventare quellə che sono.

A questo proposito, mi sembra che Negli Universi sia un romanzo pieno di speranza, eppure è attraversato dalle conseguenze della perdita, da un dolore che pare irrisolvibile: tuttə ə personaggə, per quanto affaticatə e sofferenti, riescono a coltivare l’immaginazione, ad andare oltre, a trovare vie di fuga.

Non volevo scrivere un romanzo deprimente, sono felice che tu pensi sia pieno di speranza. Se non avessi speranza, sarei disperatə, cerco sempre qualcosa che mi dia conforto, che mi faccia pensare al meglio.

Se letto da un punto di vista queer è commovente: le cose si mettono male per la comunità trans, soprattutto negli Stati Uniti, eppure tu intravedi dei corridoi d’emergenza, delle possibilità alternative. Avevi in mente di scrivere un manifesto queer?

Non contiene proclami né regole da seguire; quindi in questo senso assolutamente no, non è un manifesto. Però, mi piace l’idea che sia un manifesto di speranza, appunto, che possa essere letto come un libro sulle seconde possibilità, sulla salvezza, sulla possibilità di trovare luoghi in cui essere felici, in cui esistere e basta, senza costringersi dentro scatole che non ci appartengono.

Dalla fantascienza al body horror, il romanzo usa il genere speculativo per raccontare sentimenti ed esperienze comuni a tuttə anche in questo universo: l’amore e l’innamoramento, il lutto, la malinconia, la paura, la speranza.

Anche gli elementi speculativi sono utili ad accedere a idee che altrimenti non considereremmo. Milton Erickson diceva: fidati della metafora, la metafora fa più di quello che fai tu. È vero. Quando scrivo, uso le metafore e gli elementi speculativi in senso letterale, cioè immagino siano o possano essere veri. E poi è divertente, mi piace usare i generi letterari, le metafore, gli alieni, l’apocalisse, le metamorfosi.

Tuttə ə protagonistə della tua storia, o quasi, sono attraversatə concretamente da una frattura. Mai integrə, ma appunto frammentatə. Ciò che lə accomuna è il corpo non conforme. In che modo, secondo te, abitare una soggettività marginalizzata significa dover rinunciare all’interezza, essere fratturatə?

Mi rifaccio a quello che dice Carmen Maria Machado, una scrittrice alla quale sono particolarmente affezionatə. Lei dichiara di scrivere speculative fiction proprio perché la sua esperienza di donna – l’esperienza di tutte le donne – è speculativa. Se sei donna, o appartieni a una qualsiasi categoria marginalizzata, il tuo vissuto è costantemente messo in discussione. E lə altrə ti vedono come un oggetto rotto; per questo l’idea della frattura. Quella frattura, poi, mi riguarda.

Perché?

Per quello che ti raccontavo prima: una parte di me ha cercato per molti anni di abitare un’identità più conforme, mentre un’altra parte di me ha sempre voluto seguire i propri desideri, la propria indole. Tra una e l’altra, ecco lo scarto, la frattura.

L’ostacolo alla nostra interezza.

Quella frattura fa parte della nostra interezza, come una crepa su una scultura. È parte del tutto. Quella ferita è una risorsa di creatività e di consapevolezza.

Non è più qualcosa di auspicabile quell’interezza, sembra.

Chi vuole essere normale, dopotutto? Io volevo raccontare la storia di questə personaggə, tuttə distruttə, tuttə sopravvissutə, che si trovano insieme ed esercitano l’empatia e ricostituiscono l’idea di famiglia, di comunità.

Tuttə ə protagonistə di Negli Universi hanno un rapporto centrale con il proprio corpo e, al contempo, affrontano esperienze ed epifanie legate alla loro identità. Corpo e identità: come sono connessi?

Per molto tempo ho pensato che il corpo fosse l’astuccio del cervello. Come tante persone, avevo una certa tendenza a separare corpo e mente. Poi ho capito che non era così. È un’esperienza soprattutto femminile, secondo me.

Cioè?

Le donne sono abituate ad abitare corpi considerati sempre sbagliati, corpi giudicati, abusati. Allora, il loro corpo è alla mercè di tutti, per questo lo separano dalla loro identità, è un modo di preservarsi.

È limitante, però, anche.

Certo, perché non c’è alcuna separazione tra corpo e mente. Il cervello appartiene al corpo, è fatto di corpo, di carne, di sangue. In questo senso, identità e corpo sono connessi: dobbiamo immaginare, per noi stessə, modi in cui possiamo essere il nostro corpo felicemente, stando bene, ricucendo lo strappo che vuole separarlo dalla mente.

 

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