«Perché non è una storia epica, ma una vicenda comune», mi dice Ivan Cotroneo – regista, sceneggiatore, traduttore e scrittore – quando gli chiedo perché il titolo del suo ultimo romanzo sia scritto tutto in minuscolo. grande è uscito qualche settimana fa per La Nave di Teseo: è un piccolo libro attraversato da grandi cose, come la malattia, il desiderio e la paura. La vicenda comune è quella di Ernesto, il protagonista dietro al quale si cela la sagoma di Cotroneo stesso: un uomo di cinema, sulle soglie dei cinquanta, che lascia Roma per tornare a Napoli dalla famiglia. Sua madre ha bisogno di cure, l’Alzheimer la allontana da sé stessa e da tutti i suoi affetti.

Anche se non racconta le gesta impacciate di un ragazzino che si affaccia alla vita, questo è a suo modo un romanzo di formazione. L’esperienza della malattia è un motore umano e letterario unico, che spinge Ernesto – e Ivan con lui, e noi con loro – a interrogarsi ancora, a diventare un po’ più grande. E crescere significa riconoscere il proprio desiderio, seguirlo, come sa fare bene l’Ernesto (appunto) di Umberto Saba, che giovanissimo sa già come dire il suo desiderio, che sa già dove metterlo, come raggiungerlo. Senza vergogna né pudori. È quello che impara anche l’Ernesto di Cotroneo, che indaga il suo desiderio erotico mentre la madre si spegne. «Quando non hai paura dei tuoi desideri, è lì che cresci – aggiunge Ivan durante la nostra chiacchierata – e il desiderio esiste e resiste anche davanti al pensiero della morte. È una forma di resistenza, un impulso di vita. Bisogna sforzarsi di legittimare i propri desideri».

«Cresci quando smetti di avere paura dei tuoi desideri»: intervista a Ivan Cotroneo, autore di «grande». - 3840px Cotroneo2016 - Gay.it
Ivan Cotroneo, regista, sceneggiatore, traduttore e scrittore.

Ivan, da cosa nasce questo romanzo?

Da un’urgenza impellente, non avrei mai potuto scriverlo se non mi fosse successo quello che è successo a Ernesto.

La malattia, intendi?

Esatto, la malattia della madre, l’Alzheimer. Per tre anni ho attraversato fasi molto diverse; sono stato incredulo, poi rassegnato, poi molto arrabbiato. Infine. ho provato ad amare una persona che non era più come la conoscevo. Credo anche di esserci riuscito.

Cosa volevi raccontare della malattia?

Che l’Alzheimer cambia il corpo delle persone che ami. È cambiato il corpo di mia madre, è cambiato il suo odore, e sono cambiato anche io. Cambia tutto intorno; progressivamente le cose diventano inutili. A un certo punto mia madre ha voluto buttare dall’armadio tutti i vestiti, tutte le scarpe, perché si era resa conto che i suoi piedi erano deformati, che non sarebbe mai più uscita. Con la malattia, la casa e la famiglia si svuotano, i parenti disertano i pranzi, i cappotti rimangono appesi nell’armadio.

Quanto è importante il corpo, per te, come uomo e come scrittore?

Per me è un mezzo d’espressione e di relazione. Mentre la mente della madre sta andando via, il suo corpo è presente, è in trasformazione. Ernesto deve prendersene cura, deve tenerlo in vita, spostarlo. Nel frattempo, lui si prende cura del suo stesso corpo che ha voglia di godere, di succhiare, di farsi penetrare. È anche uno strumento di conoscenza: è attraverso il sesso che Ernesto conosce persone nuove e vi entra in intimità. È un romanzo sulla carnalità.

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Il sesso che descrivi, però, è sempre lunare, fugace. 

Gli incontri occasionali di Ernesto sono sempre notturni, ma non rappresentano, però, una discesa negli inferi. Il suo desiderio non è una forma perdizione, anzi è un ritrovamento. È nel rapporto fugace con i suoi partner che Ernesto riscopre l’affettività e sé stesso.

In questo, le due scene finali sono emblematiche.

Sì, il libro termina con un massimo momento di cura e un massimo momento di piacere sessuale. È anche grazie alle sue esperienze sessuali consapevoli che Ernesto impara a prendersi davvero cura di sua madre. Attraverso il contatto con corpi terzi, lui riesce ad avvicinarsi di nuovo al corpo di chi lo ha messo al mondo. L’ultima scena di sesso, diciamolo, è una gang bang anomala, perché Ernesto capovolge le dinamiche di potere e fa della sua sottomissione una scelta consapevole, ha le redini del suo corpo, del suo desiderio.

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I fetish club, il cruising, il sesso kinky: il desiderio omosessuale si circoscrive, nel tuo romanzo, a contesti di questo tipo. Cosa volevi mettere in luce di questi ambienti?

La democrazia e l‘accettazione del desiderio. C’è un’accoglienza diversa in quei contesti, e c’è molta meno morbosità di quello che si possa pensare. Molta meno solennità.

Fanno anche ridere, in effetti, le tue scene di sesso.

Sono felice tu l’abbia notato, volevo fossero divertenti. Napoli mi è venuta in soccorso, in questo. Se avessi ambientato la storia, che so, nei locali notturni di Berlino, sarebbe stata inevitabilmente un’altra storia. Volevo raccontare come tutti, varcando le soglie del locale, dimenticano i propri carichi.

Com’è cambiato, dopo l’esperienza con la malattia, il tuo rapporto con la parola cura.

È cambiato molto profondamente; mi prendo più cura di me stesso e dei miei desideri. Ho una lista, molto lunga, di cose che voglio fare prima che sia troppo tardi.

Ce ne dici una?

Smettere di lavorare con perone che non mi piacciono.

E nei confronti di tua madre, com’è cambiata la cura?

Non subisco più quella cura come un impegno, ma anzi la vivo come un momento di contatto, di comunione tra me e mia madre. Ora faccio le cose con lei, prima le facevo per lei. Mi sono pacificato.

Ci dici qual è il tuo ricordo più caro?

I pomeriggi invernali, con la luce accesa, mia madre che mi aiuta a fare i compiti.

 

 

 

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