A Bologna il Pride – sabato 28 Giugno l’appuntamento – non è una festa: è un grido, un rogo acceso nel cuore dell’Europa stanca di nascondere la propria identità. Nessun palco con sponsor, nessuna drag queen patinata a fare da mascotte della banca del momento. Rivolta Pride è – e lo rivendica – l’inverso. È la marcia degli indesiderabili, dei corpi che rifiutano di diventare decorazione arcobaleno sul genocidio. In sintonia con una orma larghissima parte della comunità LGBTIAQ+: si vedano le polemiche del Roma Pride e quelle del Napoli Pride.

No Pride in Genocide” non è uno slogan: è una posizione, una ferita aperta. Le persone LGBTQIA+ del Rivolta non vogliono emanciparsi nel grembo dell’Occidente, ché quello stesso grembo li ha incarcerati, torturati, corretti a suon di manganello e terapie. E oggi, dicono, quello stesso Occidente – che si vende paladino di diritti – arma e protegge chi devasta Gaza.

(Qui la raccolta fondi per sostenere il Rivolta Pride senza sponsor)

Non c’è romanticismo né ingenuità nel loro sguardo. La domanda trita – “ma a Gaza vi ammazzerebbero” – la smontano senza sforzo: oggi a Gaza ammazzano le bombe, non l’omofobia. E poi, dicono, Israele che si vanta dei suoi diritti LGBTQIA+ ha venduto tecnologie di sorveglianza a regimi dove essere queer è reato. La contraddizione è diventata sistema.

Rivolta Pride ricorda che i diritti non bastano se sono solo nostri. Non bastano se servono a legittimare l’apartheid. Se salvano alcuni corpi queer e ne distruggono altri. C’è un punto preciso, finale, che azzera ogni ipocrisia:

“Le bombe israeliane non schivano magicamente le persone queer”.

Nella diffusione dei comunicati, il Rivolta Pride ha dedicato un testo di risposta proprio alla domanda, assai frequente in questi tempi di tensioni geopolitiche epocali e bambini massacrati dalle bombe, sul come sia possibile che una minoranza, quella LGBTIAQ+, difenda un popolo che nella propria cultura criminalizza quella stessa minoranza. Di seguito i testi integrali del Rivolta Pride.

Perché le persone queer difendono la Palestina?

“Perché difendete la Palestina? A Gaza essere queer è pericoloso/ L’omosessualità è perseguita legalmente/ se andaste in giro vestite così a Gaza vi ammazzerebbero”

Non è possibile schierarsi come persone LGBTQIA+ contro il genocidio in corso a Gaza senza incorrere in qualche versione di questa domanda, quindi proponiamo una serie di considerazioni sul tema.
In primo luogo ci sembra evidente che se in questo momento ci trovassimo a Gaza, ad ammazzarci probabilmente non sarebbe un omofobo offeso dai nostri vestiti. Sarebbero le bombe israeliane che continuano a colpire la popolazione civile e che individuano negli ospedali, nelle scuole e nei rifugi umanitari degli obiettivi militari. Sarebbero la fame e la sete, la distruzione deliberata delle coltivazioni e l’inquinamento delle risorse di acqua potabile portata avanti da Israele.
Per quanto riguarda il riferimento alla legislatura omofoba in vigore a Gaza, ci sembra evidente che non si tratta di un valido motivo per portare avanti un genocidio nei confronti del popolo palestinese o per giustificare l’occupazione illegale delle loro terre. Ma vorremmo anche sottolineare alcune contraddizioni meno palesi:

  • Israele stessa ha venduto le tecnologie spia e di tracciamento telefonico sviluppate proprio nell’oppressione del popolo palestinese a Paesi dove l’omosessualità è illegale e/o punibile con la pena di morte, di fatto contribuendo alla persecuzione delle persone LGBTQIA+.
  • L’Italia ha una delle peggiori legislazioni europee per le persone LGBTQIA+ – è infatti al 36° posto su 49 posizioni nella Rainbow map di ILGA Europe – e molti paesi considerano una violazione dei diritti umani il fatto che alle famiglie queer non sia permesso adottare e neanche riconoscere i propri figli. L’attuale governo sta attaccando sistematicamente i pochi diritti esistenti e ci regala una dichiarazione omolesbobitransfobica al giorno. La cosa ci fa incazzare, ma non pensiamo che costituisca una buona ragione per essere bombardat*.
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IL MANIFESTO INTEGRALE DEL RIVOLTA PRIDE

 

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No pride in genocide: Froce in Rivolta per la Palestina
*Abbiamo scritto questo documento in occasione del Rivolta Pride 2024. La riproponiamo quest’anno perché ci sembra ancora attuale. Di certo, la nostra posizione non è cambiata. E resterà la stessa fin quando non potremo scendere in piazza per festeggiare una Palestina libera, dal fiume fino al mare. Dopo la convergenza nella manifestazione del 17 maggio, quest’anno al Rivolta Pride parteciperanno anche i Giovani Palestinesi e Queers for Palestine.

I diritti LGBTQIA+ fanno parte del dibattito sulla Palestina da prima del 7 ottobre, soprattutto in seguito alle politiche di branding adottate da Israele a partire dal 2006. Come Rivolta Pride vogliamo prendere una posizione netta rispetto alla lotta decoloniale in corso a Gaza e in tutta la Palestina storica: No Pride in Genocide. In connessione con il movimento queer internazionale e la comunità ebraica antisionista, rifiutiamo la strumentalizzazione dei nostri corpi come strumento di colonizzazione e morte. Prendiamo questa posizione in connessione e alleanza con il movimento Queers 4 Palestine bolognese, di cui sottoscriviamo il manifesto politico.
Rifiutiamo con forza la narrazione secondo cui dovremmo appoggiare il genocidio di un intero popolo perché l’esercito invasore sventola la bandiera rainbow sulle macerie di una terra distrutta. Rifiutiamo la logica per cui solo nella e con la bianchezza troveremo la nostra emancipazione: non dimentichiamo che è stata proprio la presunta “civiltà” occidentale che oggi si propone di proteggerci a rinchiudere le persone LGBTQIA+ nei campi di concentramento, a sbatterci nelle patrie galere con l’accusa di sodomia e pedofilia, a ghettizzarci nella notte e a usare le forze dell’ordine per reprimerci.
Non abbiamo dimenticato la nostra storia, perché è ancora presente nelle nostre vite: l’omolesbobitransfobia, le leggi contro l’omosessualità, le discriminazioni che viviamo oggi e la costruzione stessa del binarismo di genere e dell’eterosessualità obbligatoria che ci opprimono sono un prodotto della civiltà occidentale, che ha esportato questa violenza nel mondo attraverso il colonialismo. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle la violenza dell’Occidente: abbiamo vissuto la segregazione sessuale, continuiamo a subire attacchi quotidiani alle nostre esistenze e pertanto abbiamo la responsabilità storica e politica di prendere una posizione netta contro la pulizia etnica e l’eliminazione fisica e politica di un’altra comunità marginalizzata.
Rivolta Pride significa per noi prendere parola, ripoliticizzare la nostra storia che è una storia di lotta e resistenza contro chi vorrebbe addomesticarci o farci sparire. Pertanto questo Pride non potrà che avere anche i colori della Palestina libera dall’apartheid, dalla violenza coloniale e autodeterminata dal fiume fino al mare. Non esiste autodeterminazione dei corpi senza autodeterminazione dei territori, non può esistere l’autodeterminazione dei corpi queer palestinesi senza l’autodeterminazione della Palestina. Complici e solidali in questi mesi abbiamo attraversato i presidi di resistenza con un posizionamento intersezionale e transfemminista e continueremo a prendere posizione anche in questa giornata.

Articolo di Gay.it del 28 Ottobre 2023:

Israele mi ha tradito?

 

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