Only made us closer until July… Nella mia testa risuona questo verso da Wildflower di Billie Eilish, perché nulla come questa canzone mi interroga sugli abbracci, i baci, i sogni lasciati fiorire nel mese di giugno, sbandierati con orgoglio nei pride, spezzettati tra la techno e il rantolo dell’afa estiva. Poi arriva luglio, e l’arcobaleno si scontorna dai manifesti. D’altronde siamo in Italia, non in Norvegia, dove la bandiera dell’orgoglio Lgbtqia+ è portata in processione sotto la neve. È Pride tutto l’anno, ci diciamo. Ma basta un attimo per accorgerci di esserci brandizzati, che in fondo abbiamo incasellato noi stessi nell’excel di un calendario aziendale. Ci può essere un senso d’identità indomito che ha come data di scadenza la fine del mese? Mi chiedo cosa direbbe Mario Mieli, che ha combattuto con la penna e il suo corpo per «estirpare il senso di colpa, funzionale soltanto al perpetuarsi del dominio mortifero del Capitale». In fondo Stonewall, che sessant’anni fa sbocciava sul finire di giugno, arrivava come un sogno di mezza estate, e oggi ci domanda, come Lisandro nell’omonima commedia di Shakespeare: «Com’è possibile che quella rosa abbia perso sì presto il suo colore?». Ciò che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome, avrebbe lo stesso profumo, Giulietta comunque aveva ragione, proud ante litteram dell’amore che rifuggiva le etichette della linea di sangue e dell’onore di famiglia!
Non ci facciamo mai mancare niente, noi persone Lgbt+, che abitiamo sotto lo stesso cielo della società normata, salvo poi sentire la necessità di chiuderci in circoli, dentro mille bolle. Non è necessariamente un male, penso sia una necessità ancora oggi. Ma spesso ci dimentichiamo che la celebrazione del nostro orgoglio germoglia dal bisogno di rompere schemi e linee dritte. Mi viene alla mente una foto del Gay Liberation Front del ’70, quando un ragazzo black di New York alzava un cartello con su scritto: «Come out of your ivory towers & into the streets». Al Pride di Milano di sabato scorso non ho visto torri d’avorio, ma una fiumana che si riappropriava, nella città più rainbow d’Italia, dello spazio che le spetta: opporre, attraverso i corpi più o meno nudi, una nuova narrazione alle decadenti fiabe anacronistiche e condite di valori che la destra continua a sostenere. Ancora Mieli scriveva: «Solo il corpo può essere la soluzione dei nostri problemi e anche la possibilità di inserimento nella rivoluzione». Eppure, solo una città come Milano, culla dell’editoria vestita di business model, dovrebbe insegnare che ogni narrazione, per quanto autentica, corre il più temibile dei rischi: ridursi a uno storytelling. Chiamatela come volete: autofiction, manuale dei self-help, romance… Ciascuno con la sua storia di esodo e la sua scorta di ansiolitici dovrebbe capire che non c’è peccato imperdonabile che pesare la propria identità sul bilancino del compromesso. In fondo, il «tempo di essere nuova immagine», come cantano Paola e Chiara, non arriva mai con i Gloria e gli Halleluja, semmai – come diceva Claudel della poesia maledetta di Rimbaud – «come uno schizzo di sangue, come un grido che trattenere è impossibile».
E così, sabato notte mi è bastato lasciare a notte quasi finita un party sulla Martesana per rendermi conto che anche una celebrazione così bella come il Milano Pride possa diventare volatile, fragile come le porte di un locale che ti butta dentro o fuori. Ho preso il primo taxi disponibile che, per motivi improbabili, mi ha lasciato nei pressi di piazza della Scala, in pieno centro. Saranno state le 4:30, il cielo cominciava ad illuminarsi liquido e stagnante come un’acquerello. Avevo voglia di farmi un tratto a piedi, verso Corso Genova, assaporare quelle prime ore con un riff che suona come un’attesa dolce e amara, allo stesso tempo. Indossavo ancora gli abiti del Pride, il pantaloncino argentato e una canotta. Il giorno prima era stato il mio personale modo di esserci: con audacia e senza paura di nascondersi. Non mi accompagnava il senso di colpa e la vacuità che tante volte critico a uno dei miei scrittori preferiti, Pier Vittorio Tondelli, che pure ha vissuto la sua omosessualità come una croce, quando scriveva: «Ti svegli un mattino con la nausea nei polmoni e la bocca così amara perché tanto hai parlato e i tuoi occhi l’hanno vista… La felicità, ma ora è giorno e delle ore di stanotte non sai che fare».
In me, in quelle prime ore del giorno, alla felicità era impastato solo il rimpianto di aver vissuto la mia adolescenza come un cassetto a doppio fondo per lasciare spazio ai calzini spaiati. Sarà pur vero che si cresce per processi imitativi ereditati dai posti in cui sin nasce, ma poi si diventa sé stessi al di là dei modelli. E quanto è bello rinascere dalla scoperta di sé oltre ogni paura! Eppure, quella quasi mattina, per quelle strade di Milano centro, oltre la Scala, Palazzo Marino, il Duomo, quei modelli eterosessuali in cui mi sono costretto negli anni passati come una camicia di forza sono tornati su come fantasmi, con le loro voci, i loro insulti. Avevano il volto di diversi giovani, che ho incrociato sulle loro macchine e mi fischiavano e insultavano. Quanto inquieta un paio di short argentati su una persona al punto spingere dei ragazzi – adulti, con la patente – a tirare giù il finestrino, far entrare l’afa nelle loro auto e lanciare fischi e insulti? A un certo punto, per strada mi sono imbattuto in un gruppo di ragazzi a piedi che, incrociati appena, mi hanno insultato in arabo: gli sguardi come saette e le parole taglienti delle loro lingua, e io che li superavo pensavo a quanto fosse ironico sentirli pronunciare parole d’odio all’alba mentre, altrove, in quello stesso momento, un muezzin recita l’adhan di lode ad Allah.
Ma d’altra parte tutti i loro insulti non hanno avuto presa su di me. Gli short argentati e la canotta erano un impermeabile che ha dilavato tutto. Io per la mia strada, lieto per il giorno prima, loro per la loro, nei loro occhi l’immagine probabile del gay di turno da canzonare, la cui storia non importa. Ma in fondo, a chi dovrebbe importare la genesi della nostra sofferenza? A chi dovrebbe interessare che il coming out sia la più profonda esperienza di verità che noi possiamo concedere a noi stessi? Non mi hanno toccato gli oltraggi né hanno spento il retrogusto che ha il sapore di una festa finita! La presenza non è mai evasione: l’ho imparato sulla mia pelle e oggi ci gioisco dopo fiumi di lacrime. Ma una riflessione me la porto comunque, se ancora oggi nella rainbow Milano basta fare centinaia di metri fuori da una festa e trovarsi l’odio acchitato dietro i cespugli, per giunta in un quadrilatero che non sappiamo neppure che cosa stia a perimetrare oggi. Mi chiedo, allora, se tra le soglie delle nostre feste, dove sciogliamo gli assilli nelle reazioni chimiche e nell’ennesimo dj set pesante fino al mattino, ci siano ancora i nostri corpi e il loro portato rivoluzionario o se li abbiamo sostituiti agli algoritmi senza rendercene nemmeno conto. Se siamo veramente presenti gli uni per gli altri oppure, nella smania di creare l’ennesimo spazio safe, ci siamo trasformati tutti in ologrammi buoni per un weekend da favola. Eppure, fuori dal tempo non tutto è una favola, malgrado Murgia, malgrado Gaga, malgrado Beyoncé. Che catene può rompere la rivoluzione se poi non portiamo quel briciolo di ebrezza nei nostri luoghi di lavoro, al bar, nelle nostre case? Se a me è capitato questo a Milano, non oso pensare agli stillicidi silenziosi della provincia. E così, mentre rientro a casa e fuori albeggia, non penso ad altro che alla cosa più semplice che desiderava Totò nel celebre film Miracolo a Milano: volare, sopra una città e le sue prosopopee, libero «verso un luogo dove buongiorno vuol dire davvero buongiorno».
