Vincenzo Fullone, gay e attivista: “A Gaza accolto con rispetto. Israele? Non è una democrazia, è un’entità artificiale”

Vincenzo Fullone, attivista italiano e gay racconta un anno a Gaza: “Accolto con rispetto”. Cosa dice di Israele, Hamas e l’Occidente. Un'intervista che divide.

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Vincenzo Fullone
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Vincenzo Fullone è un attivista italiano, dichiaratamente omosessuale, che ha vissuto per un anno a Gaza, dove ha fondato Ain Media e ha raccontato la quotidianità della Striscia sotto assedio. In una lunga intervista a MOW, Fullone condivide una visione complessa e divisiva del conflitto israelo-palestinese, criticando il concetto di Israele come democrazia, rifiutando l’etichetta di Hamas come puro terrorismo, e sostenendo che il mondo islamico non sia necessariamente omofobo. Un racconto fuori dagli schemi e controverso, che tocca vari temi – libertà, giustizia e convivenza -, ma che potrebbe sollevare non poche polemiche ed il rischio – consapevole e fortemente smentito – di essere accusato di antisemitismo.

Vincenzo Fullone

Vincenzo Fullone e il suo racconto di Gaza

Attivista, comunicatore, docente e dichiaratamente omosessuale, Vincenzo Fullone ha vissuto per oltre un anno nella Striscia di Gaza, dove ha cofondato Ain Media, una delle prime agenzie di comunicazione nate dall’interno dell’enclave palestinese. Nell’intervista rilasciata ad Angela Russo per MOW, racconta la sua esperienza diretta sotto assedio, proponendo una narrazione alternativa del conflitto israelo-palestinese.

Secondo Fullone, la retorica dominante in Occidente su Gaza e Hamas è spesso semplificata e distante dalla realtà vissuta da chi abita nella Striscia. Vincenzo ha vissuto a Gaza quando quasi nessuno parlava dell’assedio in corso. Era una delle poche voci italiane a raccontare la Striscia dall’interno, in un momento storico in cui il silenzio e l’isolamento mediatico erano quasi totali. “Gaza era completamente isolata, non solo dagli apparati internazionali, ma anche dalla vita pubblica”, ricorda oggi.

Molti, racconta, hanno provato a scoraggiarlo. L’immagine di Gaza era ridotta a stereotipi violenti e disumanizzanti: un’enclave dove, secondo la vulgata occidentale, si viveva solo di missili, soprusi e repressione. Eppure, a spingerlo fin lì non fu un progetto politico strutturato, ma una connessione umana nata in Calabria con un gruppo di giovani attivisti. Insieme, avevano dato vita a un collettivo chiamato Jasmine, convinti che esistesse un legame profondo tra le loro vite marginalizzate e quelle dei gazawi.

 

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La similitudine tra Gaza e la Calabria

Parlando di Gaza la definisce “una piccola striscia di terra, 360 chilometri quadrati, come da Crotone al mio paesino, Crosia”. A rafforzare questa similitudine, la percezione di isolamento vissuta anche nel suo paesino. Secondo Fullone, il sistema israeliano gli ricordava da vicino certe logiche mafiose: la sottrazione continua di spazi, il controllo, la violenza strutturale. Non a caso, nel 2010, insieme al collettivo, decise di lanciare un messaggio forte: scrissero su un ponte all’ingresso del paese – costruito durante il fascismo e vissuto come un checkpoint simbolico – la frase “Crosia is Gaza”. Un gesto di solidarietà e denuncia, che per molti fu incomprensibile, ma che per Fullone rappresentava la sintesi di due mondi periferici accomunati dall’emarginazione e dalla resistenza.

La reazione della comunità fu immediata e violenta. Ma mentre a Crosia montava l’indignazione, dall’altra parte del Mediterraneo arrivava una risposta sorprendente. A Shijaiyah, uno dei quartieri più martoriati di Gaza City, comparve una scritta su un muro: “Gaza is Crosia”. I giovani palestinesi avevano colto all’istante il senso profondo di quella provocazione: un riconoscersi nelle periferie del mondo, unite dalla marginalità, dalla resistenza e dalla voglia di riscatto.

L’ingresso a Gaza dopo il tentativo fallito

Vincenzo Fullone

Nel 2011, insieme a un piccolo gruppo di attivisti – molti dei quali omosessuali dichiarati – tentò per la prima volta di entrare nella Striscia. Partirono dalla Giordania e cercarono di attraversare il checkpoint di Erez, al confine con Israele. “Decidemmo di giocare sull’ironia. Un po’ come nel teatro greco, ci mettemmo una maschera: “Ciao, vogliamo andare a casa, il mare è bellissimo”. Ci risposero di andarcene”, ricorda Fullone.

Dall’altro lato del muro, gli amici palestinesi li attendevano con cartelli e speranze. Ma ciò che trovarono fu un’enorme barriera, alta come un palazzo di cinque piani. “Quando insistemmo, uscirono con le armi e ci dissero: “Giratevi. Andate via. Di qua non si passa”. Grazie alle loro GoPro documentarono tutto. “Dimostrammo che non si poteva attraversare, che c’era qualcosa là dentro che non doveva essere visto”.

Dopo il fallito tentativo del 2011, Vincenzo Fullone e il suo collettivo non si arresero. Tornarono a Gerusalemme, poi ad Amman, aspettando il momento giusto. Nel 2013, con Mohamed Morsi presidente in Egitto, si aprì finalmente uno spiraglio. Grazie a un’autorizzazione ottenuta presentandosi come giornalisti, riuscirono a entrare nella Striscia di Gaza passando dal valico di Rafah, oggi rasa al suolo. L’ingresso a Gaza fu segnato da un’accoglienza inaspettata. “Welcome to Palestine”, fu la frase che risuonò più volte non appena varcarono la porta d’acciaio del confine. I palestinesi non erano abituati a ricevere persone comuni in visita: solo gli operatori delle Ong varcavano quella soglia. Il gruppo percorse l’asse Rafah–Khan Younis–Gaza City. Nonostante il contesto, i segni della guerra non erano ovunque visibili. Se non fosse stato per il muro che li aveva accolti, sarebbe stato difficile capire dove si trovassero.

Fu in quel momento che Vincenzo e i suoi compagni iniziarono a scoprire un’altra Gaza: la capacità della popolazione di riorganizzarsi dopo ogni bombardamento, la cura nel ripulire le strade di notte per restituire alla città un senso di normalità. 

Ain Media, la voce di Gaza dall’interno

Dal profilo Instagram di Ain Media
Dal profilo Instagram di Ain Media

Fu proprio in seguito a quel primo viaggio nella Striscia che nacque l’idea di Ain Media. Una svolta storica: era la prima agenzia di comunicazione fondata e gestita dall’interno di Gaza. Fino ad allora, la narrazione dei fatti passava attraverso Tel Aviv, Riad o Doha. Nessuna voce autentica proveniva direttamente dal territorio assediato. Vincenzo Fullone e il suo collettivo si presentarono al Ministero della Comunicazione palestinese con una proposta chiara: creare un centro di produzione mediatica locale, formato e consapevole, in grado di raccontare Gaza al mondo con gli strumenti della comunicazione moderna. L’idea piacque subito. Vincenzo iniziò a lavorare come consulente e formatore, il primo internazionale a spiegare come venivano percepite, fuori, le notizie che uscivano da Gaza.

Ain Media fu quindi una risposta concreta alla manipolazione dell’informazione che per decenni aveva oscurato la complessità della realtà gazawi. Appena arrivato, Vincenzo fu invitato a parlare al Parlamento, davanti a Ismail Haniyeh. Proiettò un video in cui veniva messa a confronto la copertura mediatica israeliana con quella palestinese: da un lato, giornalisti fluenti in più lingue, capaci di costruire narrazioni spettacolari; dall’altro, immagini cruente e dichiarazioni in inglese incerto. “Chi credete che la gente ascolti? Loro, o voi?”, domandò loro. “Il vostro popolo non ha bisogno delle vostre parole. Chi ne ha bisogno è il mondo esterno”.

Propose allora una rivoluzione: smettere di mostrare solo immagini scioccanti e iniziare a raccontare la daily life, la quotidianità. Raccontare la vita reale per far comprendere al mondo che, dietro la parola “terrorista”, spesso si nasconde semplicemente un essere umano.

“Palestina uguale Hamas? E’ fuorviante”

Nel 2025, l’equazione “Palestina uguale Hamas” continua a dominare l’immaginario collettivo, ma per Vincenzo Fullone è una semplificazione fuorviante. “Io la rigetto totalmente. Li ho conosciuti. Sono stato nei tunnel, sono stato nelle aree da cui partivano i razzi. Ho frequentato gli Al-Qassam, ho parlato con gli altri gruppi”, dice nell’intervista. Ha conosciuto personalmente i membri delle brigate Al-Qassam, ha visto i tunnel e le aree da cui partivano i razzi, ma rifiuta ogni narrazione che riduca la realtà palestinese al terrorismo. “L’opinione pubblica è influenzata, ma oggi qualcosa si è smosso”, sottolinea, riconoscendo il ruolo crescente dei giovani comunicatori e giornalisti di Gaza. Un cambiamento a cui contribuì anche l’arrivo di Al Jazeera nella Striscia, grazie a Shirin Abu Akleh, giornalista carismatica e volto noto del network. La sua presenza femminile fu inizialmente osteggiata da Hamas, ma fu fondamentale per aprire un dialogo con l’Occidente e raccontare Gaza con occhi diversi.

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Fullone spiega anche il significato profondo del velo e di altre regole sociali: in un contesto disumano come quello di Gaza – “una prigione” – il velo “diventa una forma di protezione, quasi una misura d’emergenza”. E respinge con forza le accuse secondo cui alcuni gazawi avrebbero compiuto stupri il 7 ottobre. “Se una madre avesse saputo che suo figlio aveva fatto una cosa del genere, ti giuro, lo avrebbe ucciso con le sue mani. C’è un livello di onore, eleganza, rispetto che non avete idea”, dice.

Di fronte alle immagini e ai video che documenterebbero le violenze sessuali, l’attivista propone una lettura diversa, cruda e provocatoria: “tu prendi un cagnolino, lo chiudi al buio, gli accendi la luce quando vuoi tu, lo picchi, non gli dai da mangiare, oppure lo obblighi a mangiare solo quello che decidi tu. Che fa quel cane? Scava. Scava per scappare. È quello che hanno fatto loro”. Per lui, non è una giustificazione, ma una spiegazione: il comportamento umano, quando sottoposto a condizioni estreme, può degenerare. Non si tratta, secondo Fullone, di difendere Hamas, ma di capire il contesto. 

Parlando dell’attacco a Kfar Aza, Fullone descrive l’area come una zona altamente militarizzata, con checkpoint, filo spinato e infrastrutture difensive. Secondo lui, molti degli abitanti erano riservisti o militari: “E poi in Israele non esistono veri civili. Se vuoi un passaporto di tipo “A”, devi fare il militare. Solo pochi vengono esentati. Fanno tre anni gli uomini, due le donne, e poi sono riservisti a vita”, dice, aggiungendo una riflessione sulla composizione della popolazione israeliana, “Hanno tutti doppia cittadinanza. Ma non sono autoctoni. È tutto artificiale”.

Come l’Italia ha mutato l’idea sulla Palestina

Alla domanda su come viva, da italiano e da calabrese, la neutralità dell’Italia rispetto alla guerra a Gaza, Vincenzo Fullone non esita: “La neutralità degli italiani la conosco benissimo, come conosco quella dei calabresi. Per anni abbiamo accettato in silenzio il potere mafioso, che ci toglieva la libertà e ci impediva di respirare”. Per lui, l’Italia ha progressivamente cambiato la sua posizione sulla Palestina a partire dagli anni di Berlusconi, abbandonando relazioni più equilibrate per aderire a una narrazione filo-israeliana che, sostiene, affonda le radici nella cultura cattolica e nella retorica della Democrazia Cristiana. Per Fullone, “Israele è prima di tutto un concetto teologico, non uno Stato moderno: “Israele” vuol dire “colui che combatte con Dio”. Non è uno Stato. È un’idea religiosa. Ma quella narrazione teologica ha lavorato per decenni, e adesso è radicata nella mente delle persone”.

E quando si tocca il tema più sensibile – quello dell’identità ebraica e della funzione religiosa dello Stato di Israele – Fullone risponde con nettezza: “Israele non è una democrazia. È uno Stato confessionale. Se non sei ebreo di madre e per nascita, non puoi essere cittadino israeliano […] Chi può muoversi davvero liberamente lì? Solo chi ha un passaporto “di tipo A””. Rivendica l’esistenza di ebrei laici che non riconoscono Israele come patria, che non vogliono far parte dell’esercito, e che rifiutano lo Stato. “I religiosi, invece, sono tutti là. Impazziti. Gli è stato promesso: “venite, avrete una casa, un lavoro, una terra”. Una terra tolta ai palestinesi […] Di cosa stiamo parlando? È uno Stato artificiale. È coloniale”.

Secondo Fullone, il conflitto si regge proprio su quella narrazione religiosa che ha trasformato la fede in un’ideologia. “Il sionismo ha trasformato la religione nel motore ideologico che muove i coloni. Sono il braccio armato di questo Stato confessionale”. E fa notare come ogni operazione militare israeliana abbia un nome biblico: “Questo linguaggio non lo userebbe mai un esercito laico. È un linguaggio da guerra santa, da stato confessionale”.

L’omosessualità a Gaza: “Sapevano che ero gay e mi hanno accolto”

palestina lgbtiq
palestina lgbtiq

Il primo impatto con Gaza, racconta, è stato folgorante. La sua esperienza, come uomo omosessuale, è stata profondamente diversa da quanto ci si potrebbe aspettare: “Io, che sono omosessuale, l’ho detto chiaramente a Ismail Haniyeh (membro di spicco di Hamas morto nel luglio del 2024, nda). Abbiamo lavorato fianco a fianco senza nessun problema. Ho detto loro: “Guardate che la soluzione siete voi, ma anche noi. Se gli omosessuali cominciano a guardare i vostri ragazzi con empatia, qualcosa cambia”.

E i diritti LGBTQIA+ nel mondo arabo? Fullone risponde con chiarezza: “In Palestina, oggi, la priorità è la libertà, è porre fine all’occupazione. I diritti civili vengono dopo quelli umani. Non si possono imporre le nostre categorie a una società che sta ancora lottando per la sopravvivenza. E poi, le leggi che criminalizzano l’omosessualità in Palestina derivano dal colonialismo inglese. La Costituzione palestinese è ancora quella del protettorato britannico. Come si può parlare di diritti civili quando non hai nemmeno uno Stato?”.

Anche in Italia, ricorda, l’omosessualità è stata a lungo invisibile. Lui, da calabrese, ha subito discriminazioni ed è stato costretto a lasciare la sua terra. “È ipocrita giudicare”

A Gaza, sottolinea, gli uomini camminano mano nella mano. “Non perché siano omosessuali, ma per costume, come lo era da noi un tempo”. E rivela un dettaglio personale: “Sono sposato con un rifugiato palestinese originario di Gerusalemme. Ci siamo sposati in Italia. Ovviamente è un matrimonio protetto: la legge Cirinnà protegge chi sposa un musulmano, evita l’albo pretorio. Ad Amman, dove ho vissuto dieci anni, vivevo la mia relazione alla luce del sole. A Gaza tutti sapevano che ero omosessuale”.

Perché non usa la parola “genocidio”

Nel corso dell’intervista Fullone evita consapevolmente l’uso della parola “genocidio”, non per minimizzare ciò che accade, ma per rispetto del suo significato profondo. “Perché ora lo usano tutti, ma come se fosse iniziato solo due anni fa. È un genocidio che dura da 77 anni: deportazioni, rastrellamenti, occupazioni”. A suo dire, non ci sono due eserciti, né due Stati sovrani. È un’occupazione militare. Per Fullone, la soluzione è netta: “Israele deve tornare a essere Palestina. La nazione è la Palestina. Poi cristiani, musulmani ed ebrei decideranno i loro politici. Israele è un’entità artificiale, come l’Algeria francese. Va smantellato”.

Alla domanda se neghi il diritto di esistere a Israele, Vincenzo Fullone risponde partendo da un altro punto: a Gaza, cristiani e musulmani convivono e resistono insieme. A suo dire, dunque, non è una guerra tra religioni, né una questione teologica: è una scelta politica.

E sul rischio di poter essere accusato di antisemitismo, è netto: “Io non mi sento assolutamente antisemita. Primo, perché la discendenza di Sem comprende tutti i ceppi linguistici arabi e anche ebraici, perché l’ebraismo viene dai ceppi linguistici di quell’area. Quindi, per me, i semiti sono gli arabi. E tra gli arabi ci sono ebrei di religione ebraica, cristiana e musulmana. Non può essere che solo loro, gli ebrei, siano semiti. E poi non accetto lezioni da chi ha creato l’antisemitismo. Da questa destra schifosa che, fino a ieri, faceva il saluto romano. Non accetto da loro lezioni di antisemitismo”.

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j5c95 1.9.25 - 19:26

Si tratta di un attivista LGBT+ o di un attivista palestinese? Più probabilmente la seconda opzione. Gli abitanti della Striscia di Gaza hanno eletto Hamas in elezioni democratiche. E poi, Fullone mente dicendo che la Striscia di Gaza non è Hamas. Fino al 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza non ha lottato per la sopravvivenza, quindi perché non sono state approvate leggi per proteggere la comunità LGBT+? Per qualche ragione, il colonialismo britannico l'ha portata, sebbene la Striscia di Gaza sia libera dal colonialismo britannico da 80 anni. Forse dovremmo smettere di mentire a noi stessi e ammettere finalmente che la Palestina e la Striscia di Gaza sono tra i luoghi più omofobi e transfobici del pianeta.