Felicemente fuori tempo: intervista a Laila Al Habash

Laila Al Habash torna con un nuovo album, «Tempo», che invita a cercare il proprio equilibrio tra anticipi e ritardi e ad abbondare l’ansia di essere vulnerabili, nudi e fragili.

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Felicemente fuori tempo: intervista a Laila Al Habash - Matteo B Bianchi90 - Gay.it
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Per la copertina di Long Story Short, l’ep uscito nel 2024, Laila Al Habash si era fatta immortalare sdraiata in cima a un’enorme clessidra. Il tempo, l’istante, si era fatto gigantesco, eppure lei, riusciva a padroneggiarlo: tutto l’ep, anzi, era un tentativo di addomesticarlo, il tempo, di provare a capirlo, di non lasciarsi sopraffare e, infine, di raccontarlo. Nel brano che chiudeva la tracklist, In breve, Laila Al Habash cantava: «Il tempo è l’unica cosa che è di tutti, ma che non ha mai nessuno».

Come un ponte, la canzone ci conduce fino alle soglie d’ingresso del nuovo progetto discografico della cantautrice italo-palestinese che si intitola, appunto, Tempo (Undamento). Un concept album, quasi. Un capitolo secondo, anche. Una versione più estesa, una riflessione più ampia, intorno al tempo: Come lo viviamo se lo viviamo? E come facciamo a fermarlo, a sfiorarlo senza che ci travolga? Se vivere oltre il tempo è impossibile, è plausibile pensare almeno di vivere controtempo, anzitempo, fuori tempo?

Al Habash prova a rispondere a tutte queste domande, o meglio ci cammina intorno, ci riflette e ci scrive sopra. Quella del tempo è un’ossessione, un’idea fissa e, quindi, come tutte le manie, scivola dal pensiero al sogno, poi ancora dal sogno al pensiero. Ce lo racconta un lunedì mattina di pioggia a Milano, in una stanza dai divani pervinca che affaccia sul Naviglio: «Il titolo mi è stato suggerito da un sogno. Mi sono svegliata e sapevo che il mio prossimo album lo avrei intitolato così: Tempo. Mi sono appuntata la parola, è stata la mia bussola». Già in Ritento, la canzone che inaugura l’album, Laila (qui coadiuvata da Pietro Paroletti) scrive: «Vorrei tornare indietro per godermi meglio il tempo». E, infatti, poi ci racconta che lei abita su una linea temporale bizzarra. Da sempre proiettata in avanti, adulta quando invece avrebbe dovuto essere bambina e anziana quando, invece, basterebbe dirsi adulta forse, o donna almeno. Ora, però, prova a ribellarsi a quella smania di procedere all’infinito, a quella corsa senza senso verso una meta irraggiungibile. Lo canta in Fumantina, che è un canto scapigliato e irriverente, un invito a tenere insieme le nostre contraddizioni e a rallentare sull’orlo di un mondo che va sempre più di fretta. La ragazza sulla clessidra qui dice: «Il tempo dura il doppio per me». Non sembra, ma è un’affermazione punk, è una rivendicazione di anarchia, quasi. Il tempo è plastillina tra le sue mani: quando vuole lo allunga, poi ci si sdraia dentro, in equilibrio perfetto tra anticipi e ritardi: «In Fumantina mi riapproprio del mio bisogno di non fare nulla, di perdere tempo, di non essere produttiva in un mondo che ci chiede di esserlo ogni giorno di più».

In controluce si intravede un desiderio personale e generazionale – Laila Al Habash ha 26 anni – di alzare la mani di fronte all’incessante ticchettio degli istanti per provare a considerare, a sperare almeno, che ci sarà ancora tempo e che correre non serve: «Ho l’impressione – dice – che in ogni secolo, o quasi, ci sia stata l’idea che il mondo stesse per finire, poi ancora non è finito». Non è finito (ancora), non per come siamo soliti pensare la fine, almeno. Eppure, intanto, è cambiato e ogni giorno cambia sempre più velocemente, appunto, ché quasi è impossibile stargli dietro. Cambia e finisce, ogni giorno, a dire il vero. Eppure le canzoni si sono sempre scritte e sempre si scriveranno, come diceva anche Bertolt Brecht in Canto tedesco: «Nei tempi bui / si canterà? / Si canterà. / Dei tempi bui». Persino oggi, con un genocidio in corso, continuiamo a scrivere canzoni:

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«Fare arte è inevitabile, è come respirare. Questo non significa che dobbiamo distogliere lo sguardo da quello che accade in Palestina – lo dico da italo-palestinese – anzi dobbiamo ascoltare, dissentire, riempire le piazze. Però l’arte si è sempre fatta, sempre si farà. Soprattutto qui, in questo paese, che vive di arte da sempre. Anche se non si direbbe oggi, per come trattiamo la nostra cultura. Che rabbia mi fa.»

Laila Al Habash, il mio Tempo è un racconto sincero - Musica - Ansa.it

Forse un tempo sarebbe stata meno arrabbiata, Laila Al Habash. Ci sarebbe stato più tempo per la musica e per l’arte, più attenzione: «Chiunque vorrebbe appartenere a un’altra epoca musicale. A un’epoca in cui uscivano sessanta dischi l’anno, non sessanta dischi al giorno. A un’epoca in cui i dischi venivano davvero acquistati. È facile avere nostalgia per epoche che non abbiamo vissuto. Il passato è un tempo pastorale, per me, un tempo dorato». Anche perché da quel passato arrivano gli artisti e le artiste a cui Laila Al Habash guarda: Mina, certo, e Bruno Lauzi, che qui viene citato (in Ritento il verso «sincera come l’acqua di un fiume di sera» proviene da Amore caro, amore bello, un brano di Lauzi, appunto, del 1978), ma anche Enzo Carella e Raffaella Carrà. «Per la mia Voglia – dice la cantautrice – mi sono ispirata a E salutala per me di Raffaella Carrà: è un brano femminista, a suo modo. Una donna si accorge di essere stata tradita e al posto di scagliarsi contro l’altra dice a lui di salutargliela.»

Eppure Tempo è un disco profondamente contemporaneo, grazie anche a una produzione attentissima, non solo per quello che dice, ma per come lo dice, per il suono che sceglie: sincretico e cosmopolita (anche se a lei non piace definirsi cosmopolita, meglio viaggiatrice, allora), l’album mescola il pop al soul, il rap alle chitarre, la musica brasiliana (Timido) ad atmosfere di chiara matrice araba (Sahbi). Poi ancora, la riflessione alla leggerezza, la lievità al citazionismo. «Mentre lavoravo al disco non avevo in mente un suono specifico, non mi sono posta il problema, ho seguito il feeling, perché non saprei fare diversamente, non potrei fare cose poco vicine a me. Non ne sarei proprio capace. Preferisco fare quello che mi piace fare».

E, infatti, al centro dell’album, al fianco del tempo, c’è il desiderio, questa forza che ci spinge a fare, a mantenerci in piedi, ma che non sappiamo più indirizzare: «desideriamo costantemente – ci dice Laila – ogni giorno tante piccole cose, ma non ci interroghiamo mai sul desiderio in senso più ampio, sulle cose che vogliamo e che mai avremo. Quello è il desiderio: quello che non puoi realizzare, quello che vive di fame.»

Tempo, disponibile su tutte le piattaforme dal 24 ottobre, è un album fresco eppure maturissimo, che accompagna Laila Al Habash verso la consacrazione che merita: un disco da ascoltare per provare a rimanere coscienti, presenti a sé stessi, anche nella velocità. Nonostante la velocità.

 

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