La vicenda di Marla-Svenja Liebich, celebre neonazista della Germania, sta generando un acceso dibattito politico, culturale e sociale. A pochi giorni dal suo ingresso nel carcere di Halle, la domanda che ha monopolizzato i media tedeschi è stata una sola: entrerà in un reparto femminile o maschile?
Liebich, 54 anni, con una carriera trentennale nell’estrema destra tra attivismo razzista, merchandising a sfondo neonazi e provocazioni pubbliche, ha dichiarato di aver cambiato genere nell’estate del 2024. Una scelta compiuta poco prima della condanna definitiva a un anno e sei mesi di carcere, sfruttando la legge tedesca sull’autodeterminazione di genere, che consente di modificare i dati anagrafici con una semplice dichiarazione all’ufficio competente.

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Marla-Svenja Liebich, dall’estrema destra alla “provocazione di genere”
Il caso di Marla-Svenja Liebich raccontato dal Corriere della Sera, ha suscitato scalpore non solo per l’assurdità della vicenda, ma anche perché lo stesso Liebich era noto per i suoi attacchi transfobici. Solo tre anni fa definiva le persone trans “parassiti della società” e “transfascisti”, diventando tra i principali propagandisti dell’odio in Sassonia e nella Germania orientale.
Leader di gruppi come Blood & Honor, oltre a vendere gadget neonazisti e blogger su piattaforme poi chiuse per incitamento all’odio, Liebich ha costruito la sua carriera politica e mediatica sull’ostilità verso migranti, persone LGBTQIA+ ed ebrei. Durante la pandemia si considerava orgogliosamente attivista no-vax, arrivando a distribuire stelle di David gialle con la scritta “io non mi vaccino”.
La decisione di dichiararsi donna, quindi, appare a molti come una mossa strumentale e provocatoria: un modo per sfruttare la legge e, al contempo, scatenare l’ennesima tempesta mediatica.
Carcere femminile o maschile? Le reazioni
Secondo la direttrice del carcere di Halle, la normativa impone che Liebich venga inizialmente assegnata a un reparto femminile. Una decisione che ha sollevato critiche da più parti. Alcuni attivisti trans hanno applaudito la scelta: “Maria Svenja Liebich non deve essere rinchiusa in una prigione per uomini! I diritti delle persone trans sono diritti umani! Riconoscetela per ciò che è e che è sempre stata: Una donna”, si legge su X (ex Twitter), non è chiaro se in tono serio o satirico.
La destra tedesca, e in particolare i simpatizzanti dell’AfD, hanno sfruttato la vicenda come arma politica. Julian Reichelt, ex direttore di Bild e oggi a capo del magazine Nius, ha rifiutato di utilizzare il femminile per riferirsi a Liebich, sostenendo che il governo tedesco obblighi i media a “dire il falso”. Portato in tribunale per diffamazione, Reichelt ha vinto la causa, rafforzando la sua posizione.
Il giurista Christian Rath ha parlato di una registrazione “abusiva”, sottolineando che un cambio di sesso dichiarato solo per provocazione non dovrebbe avere pieno riconoscimento legale e che, in casi simili, la persona verrebbe probabilmente trattata come uomo all’interno del sistema penitenziario. Tuttavia, queste voci più razionali sembrano scomparire nel frastuono mediatico e politico: Liebich è riuscito a trasformare la sua mossa in una vera e propria guerra culturale che vede contrapposti progressisti e conservatori. Se da un lato la legge era stata pensata per facilitare la vita delle persone trans, dall’altro il caso Liebich ne ha mostrato i limiti e le potenziali strumentalizzazioni.
Una legge senza padri politici
La normativa sull’autodeterminazione di genere era stata voluta dal governo “semaforo” (SPD, Verdi e Liberali), sulla spinta in particolare dell’ala dei Verdi. L’idea era che riguardasse poche persone e che potesse ampliare i diritti senza grandi opposizioni. In realtà, il caso Liebich ha mostrato come la legge sia diventata un terreno di scontro politico.
Molti critici sottolineano che non si siano valutate a fondo le conseguenze, soprattutto in contesti sensibili come lo sport o il sistema penitenziario. Una sottovalutazione che ha finito per consegnare visibilità e centralità politica proprio a uno dei più noti neonazisti tedeschi.
Germania e Regno Unito: due approcci diversi
Il dibattito tedesco si è intrecciato con quello britannico, dove una sentenza dell’Alta Corte ha stabilito che i diritti delle persone trans vadano tutelati, ma ribadendo anche la distinzione biologica dei sessi. Una decisione vista da molti come un equilibrio tra tutela e pragmatismo.
In Germania, invece, la legge appare oggi priva di riferimenti normativi chiari. E il caso Liebich rischia di alimentare ulteriormente le posizioni radicali, sia a destra che a sinistra.
Proprio la presunta provocazione di Marla-Svenja Liebich rappresenta uno dei momenti più controversi del dibattito tedesco sui diritti LGBTQIA+. Non solo perché coinvolge un personaggio noto per la sua storia di odio e provocazioni, ma perché mette in luce la fragilità delle leggi quando vengono strumentalizzate.
Per la comunità LGBTQIA+, il rischio è duplice: ritrovarsi a dover difendere diritti fondamentali messi in discussione da abusi simili, ed, al tempo stesso, trovarsi al centro di una guerra culturale che sfrutta la visibilità dei casi estremi per alimentare pregiudizi e polarizzazioni.

