In Italia, ancora oggi, molte persone LGBTQIA+ vivono la fede come una battaglia interiore, costrette a scegliere tra la propria identità e la religione. È la storia di Tiziano, un ex seminarista che, dopo il coming out, si è visto chiudere in faccia le porte della Chiesa e si è sentito dire che la “soluzione” era una sola: trovare una donna e cambiare vita. Una testimonianza – insieme a quella di Paolo – che racconta con forza il dolore di chi subisce discriminazioni in nome della fede.

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“Mi fu suggerito di trovare una donna, e io l’ho fatto”
Tiziano aveva scelto la via del sacerdozio. Dopo anni di formazione e preghiera, però, arrivò il momento doloroso del coming out seguito dalla cacciata dal seminario. “Mi fu suggerito di trovare una donna, e io l’ho fatto”, racconta.
Cacciato dal seminario, ha provato a costruirsi una vita diversa, seguendo il suggerimento che gli era stato dato: “Mi sono trovato una donna, mi sono sposato a 23 anni”, aggiunge, ricordando quel periodo come una fuga dalla verità. Per dieci anni ha vissuto una sceneggiatura che non gli apparteneva, fino a quando la nascita del figlio lo ha costretto a guardarsi dentro.
“È stato quando è nato mio figlio. Di fronte agli occhi di questo bambino, quando mi è stato messo in braccio, ho detto: ‘Non puoi essere falso di fronte a un figlio’”. Quel momento, racconta Tiziano, ha rappresentato per lui la svolta: la maschera è caduta e con essa il peso di anni di menzogne.
Tiziano ha potuto contare sul supporto della moglie: “Lei è stata dolcissima, perché nel suo silenzio ha accolto qualsiasi cosa io dicessi. In quel momento è come se si fosse aperta una porta: là c’era la libertà, non la libertà di fare ciò che vuoi, ma di essere me stesso”. La sua testimonianza è stata raccontata in un servizio de Le Iene a cura di Nina Palmieri, realizzato in occasione del Giubileo LGBTQIA+ (QUI il video).
“Dio mi vuole felice”: la rinascita di Paolo

Come Tiziano, anche Paolo ha visto la porta del seminario chiudersi dopo aver dichiarato la propria omosessualità. Ma quella ferita è diventata, col tempo, un’occasione di rinascita. “Quel no, quella porta chiusa, con Dio non c’entrava nulla. Dio mi voleva e mi vuole felice”, racconta l’uomo nel medesimo servizio di Nina Palmieri. “Mi ha detto: ‘Eh caro, tu volevi incontrarmi in seminario? Mo’ ti preparo io la sorpresa, mi incontrerai in Domenico’”.
Domenico oggi è suo marito, e la loro storia è la prova che fede e amore non sono in contraddizione, ma possono coesistere nella verità e nella serenità.
La fede, la Chiesa e le ferite invisibili
La storia di Tiziano non è isolata. Sono molti gli uomini e le donne LGBTQIA+ che, all’interno di contesti religiosi, vengono spinti verso percorsi di “correzione” o di negazione della propria identità.
Nel servizio de Le Iene che ha raccolto la sua testimonianza, non si parla esplicitamente di pratiche di conversione, ma il contesto in cui Tiziano e altri si sono trovati – tra seminari e suggerimenti di “normalizzazione” – richiama la stessa logica che ancora oggi colpisce tante persone queer credenti: quella dell’errore da correggere.
Secondo il report Meglio a Colori, in Italia una persona LGBTQIA+ su cinque ha subito almeno un tentativo di “conversione” del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere.
“Nessuna organizzazione psicologica o psichiatrica accreditata riconosce queste pratiche come forme valide di trattamento”, sottolinea l’Associazione Italiana di Psicologia (AIP), che nel 2025 ha espresso un parere netto contro ogni forma di terapia riparativa: “Sono inefficaci, non etiche e potenzialmente dannose”.

