Italia shock sulle pratiche di conversione: vittima 1 persona LGBTQIA+ su 5. Gli psicologi: “Inefficaci e dannose”

“Nessuna organizzazione psicologica o psichiatrica accreditata riconosce queste pratiche come forme valide di trattamento".

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cartellonistica diffusa, parte della campagna "Meglio a Colori"
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In Italia, 1 persona LGBTQIA+ su 5 ha subito almeno una pratica di conversione, con l’obiettivo di cambiare orientamento sessuale o identità di genere. E’ quanto emerso dal primo report Meglio a Colori, che fotografa con chiarezza la situazione, le storie e le battaglie in corso, ed evidenzia la necessità di vietare legalmente qualsiasi pratica di “tortura”, come è stata definita dalle Nazioni Unite.

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Pratiche di conversione: il report di Meglio a Colori

Le pratiche di conversione in Italia sono ancora una triste realtà, fatta di tentativi di cambiare, sopprimere o modificare l’orientamento sessuale e l’identità di genere delle persone LGBTQIA+ attraverso metodi inefficaci e dannosi, che scatenano rischi gravi come depressione, ansia e persino il suicidio. Il recente report, pubblicato da Meglio a Colori, evidenzia con chiarezza quali sono i dati.

In Italia, il 18% delle persone LGBTQIA+ ha subito almeno un tentativo di conversione nell’arco della vita, secondo la più recente indagine dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA). Il consenso a questi interventi non arriva quasi mai: il 76% lo ha subito contro la propria volontà, mentre tra chi lo ha “accettato”, oltre il 13% lo ha fatto sotto pressione o minaccia.

Il report raccoglie testimonianze che raccontano la realtà nascosta dietro terapeuti e centri religiosi, strutture sospette, casi di violenza familiare, rituali di esorcismo, pressioni psicologiche e abusi fisici, tutti volti a “correggere” l’identità sessuale o di genere delle vittime. Sembrano storie di altri tempi, invece sono fatti accaduti tra il 2020 e il 2025 e riportati dai media nazionali.

Errate concezioni tra i professionisti della salute mentale

Troppo spesso la discriminazione si annida anche tra le figure professionali della salute mentale. La situazione è migliorata negli anni, ma non abbastanza: secondo la ricerca APO, una persona su cinque tra gli psicologi lombardi (2017) e il 13,6% in Sicilia (2022) continua a pensare che sia possibile modificare l’orientamento sessuale se richiesto dal paziente. E dato ancora più preoccupante, nelle due regioni prese in esame, una persona su dieci dubita ancora che l’omosessualità sia una naturale variazione del comportamento umano, nonostante la depatologizzazione definitiva dell’OMS nel 1990.

A questo si aggiunge la scarsa formazione professionale: il 45% dei professionisti in Lombardia e il 36% in Sicilia si dichiara poco o per nulla preparato ad affrontare le tematiche LGBTQIA+. Sono numeri che alimentano contesti poco sicuri, dove visioni obsolete favoriscono approcci dannosi e la tolleranza di pratiche di conversione.

Famiglia, religione e abusi: quello che accade

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Il report descrive diversi casi emblematici, riportati tra il 2020 e il 2025. Nel 2021, una persona non binaria ha raccontato come un terapeuta, pur senza praticare conversione, abbia perpetuato disagio e giudizi infondati sulla sua identità e orientamento, causando ansia e panico. Dopo aver cambiato terapeuta, ha descritto l’esperienza come una “rinascita”, evidenziando l’importanza di professionisti adeguatamente formati.

Un padre torinese ha torturato il figlio quattordicenne per “renderlo eterosessuale”, confiscandogli il cellulare, sottoponendolo a prove di virilità e minacciando di gettarlo dal balcone; una madre ha portato la figlia dall’esorcista per correggere la sua “devianza”. 

Nel contesto religioso, seminari e gruppi gestiscono corsi che promettono di “guarire” le persone LGBTQIA filmandoli sotto il falso mito della terapia riparativa, spesso senza alcun titolo psicoterapeutico. Queste esperienze lasciano ferite profonde e spingono le vittime a depressione, isolamento e pensieri suicidari.

Dietro alla statistica, ci sono persone reali, storie che non devono essere ignorate. Le conseguenze sulle vittime durano per anni e portano con sé sensi di colpa, insicurezza, auto-odio, autolesionismo e tentativi di suicidio.

Non si tratta di eccezioni, ma di una realtà sottostimata e sommersa, spesso non denunciata per vergogna, paura e mancanza di tutele concrete.

La proposta di legge: cosa prevede

Dal 2024, la campagna Meglio a Colori, sostenuta da oltre 30 associazioni LGBTQIA+, si batte per una nuova legge che fermi i tentativi di conversione sulle persone LGBTQ+. Oggi il progetto riceve un importante sostegno dall’Associazione Italiana di Psicologia.

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L’iniziativa di Meglio a Colori colma il vuoto normativo italiano, con una proposta di legge chiara: modificare il codice penale vietando ogni tentativo di conversione, con pene fino a tre anni di reclusione e 15.000 euro di multa, maggiorate in caso di minori o in contesto professionale.

Interventi, seminari, e percorsi pubblicizzati come “trattamenti di cambiamento” saranno considerati illeciti e ingannevoli; chi li promuove non potrà rimborsare i costi né ricorrere alle assicurazioni sanitarie. Docenti e professionisti coinvolti rischiano la sospensione fino a tre anni. La proposta tutela anche i percorsi di affermazione di genere e le cure volontarie, distinguendoli nettamente dalle pratiche di conversione.

Perché vietare le pratiche di conversione

  • Le pratiche di conversione non sono supportate da alcuna evidenza scientifica, né psicologica né medica: al contrario, sono condannate da tutte le principali associazioni sanitarie mondiali.
  • Espongono le persone a rischio concreto di disagio mentale, disagio fisico, isolamento sociale e discriminazione.
  • Rappresentano una violazione dei diritti umani riconosciuta dall’ONU, che nel 2020 ha definito queste pratiche una forma di tortura.
  • Il divieto è una misura di civiltà, inclusione e tutela dei più vulnerabili: nessuno merita di essere costretto a cambiare, reprimere o negare la propria identità.

L’importanza del parere dell’AIP

Il supporto dell’Associazione Italiana di Psicologia (AIP), espresso a settembre 2025, rafforza in modo decisivo la battaglia contro le pratiche di conversione. Il documento ufficiale dell’AIP chiarisce che ogni tentativo di modificare l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere viola la dignità e i diritti della persona, indipendentemente dall’età e dal consenso.

“Usare il termine ‘terapia’ è fuorviante, perché nessun ente accreditato ne riconosce l’efficacia”, sottolinea l’AIP. L’Associazione precisa inoltre che questi interventi vanno distinti dalle pratiche, dai trattamenti e dai servizi dedicati ai percorsi di affermazione di genere, che non partono dall’assunto che un certo orientamento sessuale, identità o espressione di genere sia da preferire rispetto a un altro. Ed aggiunge: “Nessuna organizzazione psicologica o psichiatrica accreditata (APA, OMS, CNOP, EFPA, etc.) riconosce queste pratiche come forme valide di trattamento. Anzi, sono universalmente condannate come non etiche, inefficaci e potenzialmente dannose”.

Il contributo dell’AIP, attraverso il lavoro di una commissione dedicata, ha migliorato la formulazione della proposta di legge, ed è stato decisivo per dare forza e autorevolezza scientifica alla battaglia, rappresentando un chiaro riferimento per psicologi, politici e operatori sociali che vogliono costruire contesti sicuri e inclusivi.

Firmare la proposta di legge

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cartellonistica diffusa, parte della campagna “Meglio a Colori”

Tra il 2024 e il 2025 Meglio a Colori, sostenuta da oltre 30 organizzazioni italiane e dalla rete europea ACT, ha raccolto più di 60.000 firme per vietare le pratiche di conversione, raggiungendo l’obiettivo nazionale europeo grazie all’Iniziativa dei Cittadini Europei (ECI). Oltre 20.000 firme sono state già raccolte nell’ambito di una petizione per una legge italiana, ma serve partecipazione attiva di tutta la società civile.

Molti paesi, tra cui Canada, Ecuador, Nuova Zelanda, Malta, Germania, Francia, Grecia, Spagna e Cipro, hanno già approvato leggi che vietano queste pratiche. In Italia, invece, non esiste ancora una norma che protegga la salute, il benessere e i diritti delle persone LGBTQIA+, lasciandole esposte a ogni tipo di rischio. Parlamento Europeo, Unione Europea e Consiglio d’Europa chiedono da tempo l’adozione di divieti analoghi.

Per sostenere il progetto di legge che vieta tutte le forme di “terapie riparative”, tutelando la libertà, l’uguaglianza e la salute di ogni individuo, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, l’invito è semplice: firmare la petizione. Ogni firma è un passo avanti per vietare pratiche che lasciano ferite profonde nelle vite delle persone LGBTQIA+.

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