Queens of the Dead, una drag salverà il mondo dall’apocalisse zombie degli influencer

Tina Romero, figlia di colui che ha inventato i morti viventi, ha scritto e diretto un folle b-movie presentato alla Festa del Cinema di Roma ambientato in una disco gay presa d'assalto dai content creator. È come se Drag Race incontrasse The Walking Dead.

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Rimodulare il genere zombie, attingendo a piene mani da quanto realizzato da suo padre George Romero, ideatore dei morti viventi quasi 60 anni or sono. Tina Romero, figlia del compianto regista deceduto nel 2017, ha attinto dalle proprie esperienze da dj per dare forma a Queens of the Dead, horror low-budget che guarda ai b-movie in salsa queer.

Perché il film, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è ambientato a Brooklyn, New York, nel bel mezzo di una megafesta gay, travolta da un’improvvisa apocalisse di zombie. In questo locale assediato dai non morti drag queen, butch, amanti, amici e nemici, ragazzacce patite del clubbing e cubisti, metteranno da parte parte dissapori e rivalità per combattere queste creature redivive, assetate di cervella e con uno smartphone costantemente in mano…

Da papà a figlia, ma c’è zombie e zombie

Queens of the Dead, una drag salverà il mondo dall'apocalisse zombie degli influencer - Queens of the Dead di Tina Romero il poster - Gay.it

Gli zombie di George Romero non sono mai stati solo e soltanto cadaveri ambulanti assetati di carne fresca, bensì metafora del capitalismo e della società di massa. Se La notte dei morti viventi guardava alla guerra del Vietnam, con Zombie il regista puntò il dito contro il consumismo, per poi virare verso l’era Reagan con Il giorno degli Zombie e alla globalizzazione con La Terra dei Morti Viventi. Perché i non morti sono sempre stati rilettura politica, grimaldello horror per raccontare l’America contemporanea.

Queens of the Dead è un’occasione mancata

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Tina Romero aveva l’occasione di fare altrettanto in piena era Trump, con l’omobitransfobia a marchiare un’intera amministrazione, ma in Queens of the Dead c’è solo visibilità e rappresentazione LGBTQIA+, che non è comunque poco all’interno di un’industria che tende all’invisibilizzazione, con tantissimo humor, irriverenza e poco altro.

La regista non si prende sul serio, mai, “malgrado lo schifo di temi caldi come l’epidemia degli oppioidi, le politiche identitarie, la sfiducia nell’informazione“, limitandosi a rirtrarre una generazione narcisista, iperconnessa, che si sta autodivorando. Giovani, belli e talentuosi, ammorbati da nostalgie insaziabili, con uno smartphone incollato alla mano. Influencer che vagano per New York con la testa china e pochi altri interessi a sfamare l’insaziabile sete di popolarità.

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Nel cast orgogliosamente LGBTQIA troviamo Jaquel Spivey di Mean Girls, Katy O’Brian di Love Lies Bleeding, Margaret Cho di Fire Island, Jack Haven di I Saw The TV Glow e Cheyenne Jackson di American Horror Story, insieme a Nina West di RuPaul’s Drag Race, Tomas Matos di Fire Island, Quincy Dunn-Baker di No Hard Feelings, Becca Blackwell di Bros, Shaunette Renée Wilson di Black Panther, la mitica Dominique Jackson di Pose, Riki Lindhome di Cena con delitto ed Eve Lindley di Bros.

Eccesso verbale, battute spesso forzate e idee registiche al lumicino, per un film dai costi irrisori che fatica a tenere il ritmo per 100 minuti, pur partendo a razzo con una drag queen che entra in chiesa e viene aggredita da un prete zombie con cui pensava di far sesso. Da quel momento in poi Tina Romero ha poche altre trovate per dare peso e profondità ad un film che ambiva a catapultare un genere all’interno di una comunità mai come in questo momento sotto attacco, chiamata ad un’unità necessaria e tutt’altro che scontata, perché troppo spesso divisa anche al suo interno. Queens of the Dead diverte ma non troppo, è esagerato ma neanche troppo, è horror ma decisamente troppo poco, con tanti personaggi poco approfonditi e monodimensionali.

È un’occasione tendenzialmente perduta, parodia di un sotto-genere che negli ultimi 60 anni si è più volte reinventato, virando ora verso la comunuità queer. Ma quanto magnificamente riuscito a suo papà, che tramutò i suoi mostri in specchio di un quotidiano drammaticamente horror, Tina non ha saputo replicarlo, inciampando in un’opera dall’enorme potenziale inespresso, esplosiva rappresentazione LGBTQIA+ e da una brillante idea iniziale divorata da una scrittura scialba e da troppo poco Cinema.

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