La voce di Senza Cri arriva dritta, senza sovrastrutture e mediazioni, durante il suo intervento a Le Iene. Un monologo che non chiede permesso e non cerca approvazione, ma che rivendica esistenza, dignità e complessità.
L’artista, reduce dall’ultima edizione di Sanremo Giovani, ha scelto il palco televisivo di Italia 1 per raccontarsi con parole che diventano corpo, memoria e futuro.
“Sapete cosa hanno in comune la mia identità e la musica? Anche chi non ne sa niente ne parla”. È da qui che parte un discorso che attraversa identità, crescita, dolore e consapevolezza, mettendo al centro una realtà ancora troppo spesso fraintesa o semplificata.

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Le Iene, Senza Cri e l’identità non binaria: il monologo
Nel suo monologo, Senza Cri chiarisce subito un punto fondamentale:
“Sono una persona non binaria e i miei pronomi sono il neutro e il maschile”.
Un’affermazione semplice, ma ancora oggi necessaria. L’artista spiega che “l’identità di genere di una persona non binaria si colloca al di fuori della dicotomia maschile-femminile”, offrendo al pubblico generalista una definizione chiara e accessibile, lontana da ogni tipo di semplificazione.
Non c’è intento didascalico, ma il bisogno di nominarsi per esistere. Perché, come emerge con forza dal racconto, troppo spesso alle persone non binarie viene chiesto di giustificare la propria presenza, di spiegare il proprio corpo, di rendere “lecita” la propria vita.
Chi è Senza Cri: età, origini e percorso artistico
Senza Cri, all’anagrafe Cristiana Carella, ha 25 anni ed è originariə di Brindisi. Il suo percorso umano e artistico è segnato da una continua ricerca di equilibrio tra ciò che si è e ciò che il mondo pretende che si sia.
Negli ultimi anni il grande pubblico ha imparato a conoscerlə grazie alla partecipazione a Sanremo Giovani e, successivamente, ad Amici di Maria De Filippi, dove la musica è diventata non solo espressione artistica, ma anche spazio politico e identitario.
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Il racconto del dolore e dell’accettazione
A Le Iene, Senza Cri ripercorre un cammino complesso, fatto di domande senza risposte immediate e di una crescita che spesso passa dal dolore:
“L’innocenza mi portava a vivere e basta. Ma più crescevo e più c’era qualcosa da spiegare. Come se la mia esistenza non potesse essere motivabile in quanto viva, ma in quanto lecita”.
Il corpo diventa campo di battaglia, luogo di conflitto tra ciò che si sente e ciò che viene imposto:
“E quando il corpo cambiava, l’anima si faceva più piccola e chiedeva pietà. Ho stretto il petto fino a farmi male. E mi dicevano, ma così respiri? Ed io non conoscevo altro modo”.
Un passaggio che restituisce tutta la violenza, spesso invisibile, delle aspettative sociali e dello sguardo normativo.
Il peso dello sguardo degli altri
Nel monologo emerge con forza il tema dello sguardo esterno, quello che giudica, pesa, definisce:
“Solo chi conosce il peso dello sguardo degli altri si premura di non far mai piangere un paio di occhi”.
E poi la domanda, tanto semplice quanto devastante:
“Credevo di essere un problema e mi chiedevo: ma perché non posso essere una pecora bianca?”.
Una frase che fotografa perfettamente il desiderio, comune a molte persone LGBTQIA+, di essere accettate senza dover essere eccezione, spiegazione o simbolo.
Il punto di svolta arriva quando l’artista rielabora il concetto di diversità:
“Poi ho capito che essere l’anomalia, la pecora nera, era una responsabilità fatta di sofferenze, ma anche un percorso verso il futuro, il mio”.
Senza Cri usa una potente metafora ferroviaria per spiegare il proprio percorso:
“E se la domanda è, ah è in un binario, e su che binario viaggia? Io viaggio sul mio, verso una stazione in cui aspetto agli arrivi una società che ha voglia di fare una rivoluzione gentile, umana davvero”.
La chiusura del monologo: paura, coraggio e musica
Il finale del monologo è tra i momenti più intensi e toccanti. Senza Cri non nega la paura, ma la affianca al coraggio:
“Io sono Senza Cri e ho paura, ma anche coraggio. Il coraggio di non lasciare indietro nessuno, di ammettere che esisto, che sono”.
E poi la musica, che resta quando tutto il resto si esaurisce:
“E quando finiranno le parole, quando finirò anch’io, continuerò a parlare tutto quello per cui vivo. La musica”.
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