Il 2026 si apre con nuove polemiche per Artem Tkachuk, personaggio molto seguito sui social e attore diventato noto per il ruolo di Pino ’o pazzo nella serie Mare Fuori. Già finito più volte al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni dei fan per alcuni contenuti social allarmanti, nelle ultime ore è stato protagonista di un violento scontro su Instagram con un follower, culminato in una raffica di minacce di morte, pesanti offese personali e insulti omofobi, pubblicati in storie visibili a tutti.

Artem

Artem, la lite con un follower

L’ennesima escalation si è consumata su Instagram, a partire da una frase apparentemente banale. In risposta a una storia pubblicata da Artem – e ripresa da Biccy.it -, un follower gli ha scritto: “Ma hai perso il capo?”. Una provocazione che ha scatenato una reazione immediata e violentissima dell’attore.

Artem ha deciso di rispondere pubblicamente, taggando il profilo dell’utente e pubblicando una serie di storie contenenti minacce esplicite e insulti rivolti non solo al diretto interessato, ma anche ai suoi familiari. In uno dei messaggi, Artem scrive testualmente: “Figlio del maccarone, ti taglio la gola come un maialino”. Ed ancora: “Figlio di buona donna, tuo padre è un cocainomane, è pure ludopatico. Quel figlio di buona donna”.

Parole che, per la loro gravità, configurano una violenza verbale estrema, amplificata dalla scelta di renderla pubblica.

Artem Tkachuk, nuova bufera social: minacce di morte e insulti omofobi contro un follower - artem insulti - Gay.it

Gli insulti omofobi e l’attacco ai calciatori

La situazione peggiora ulteriormente quando Artem prende di mira l’immagine profilo del follower, che ritrae un uomo intento a giocare a calcio. Da qui parte una nuova serie di offese, questa volta di chiara matrice omofoba, utilizzate come insulto e strumento di umiliazione.

Nelle storie, Artem scrive: “La maggior parte dei calciatori, tutti r-world e f-world, figli di buona donna, dovete solo correre dietro le palle che non avete, gay”.

Un linguaggio che ripropone stereotipi violenti e degradanti, associando l’omosessualità a qualcosa di cui vergognarsi o con cui colpire l’altro. Un meccanismo ben noto, che continua a rendere l’omofobia una scorciatoia retorica nelle aggressioni online, indipendentemente dall’orientamento reale delle persone coinvolte.

“Appena lo becco…”: la minaccia finale

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La sequenza di storie non si ferma qui. Rispondendo a un altro utente che lo invitava a passare dalle parole ai fatti, Artem rilancia con un’ulteriore minaccia fisica, ancora più dettagliata e inquietante: “Appena lo becco, e sono sicuro che lo becco per strada, avrà quattro ginocchiate in petto e un’anaconda nelle gambe, il ginocchio fa crack. Giocatore finito, figlio della mig****a, figlio di grandi drogati, calciatore con le ginocchia spezzate sei, figlio di putt***”.

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Un messaggio che evoca esplicitamente un’aggressione fisica, diffuso ancora una volta attraverso una piattaforma pubblica.

I precedenti episodi allarmanti

Le ultime ore si inseriscono in un contesto già particolarmente delicato per Artem. Nei mesi scorsi, infatti, l’attore aveva fatto spesso preoccupare i fan per una serie di comportamenti, foto e Stories dall’ospedale e dichiarazioni pubbliche. In una breve clip sui social aveva scritto parole forti e inquietanti: “Gesù prenditi la mia anima in fretta, la Terra non è casa mia”.

In un ulteriore sfogo prima di Natale, sempre su Instagram, aveva raccontato un periodo di forte fragilità, tra un Tso di 13 giorni, un percorso terapeutico e il peso della pressione mediatica.

A questo si sono aggiunti episodi ben più concreti: una denuncia dopo aver dato in escandescenza al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Napoli, con accuse di danneggiamento aggravato, interruzione di pubblico servizio e resistenza a pubblico ufficiale, e un altro episodio in cui sarebbe stato visto lanciare un oggetto metallico contro un’auto in corsa. Segnali che, nel tempo, hanno contribuito a costruire un quadro di crescente instabilità, seguito con apprensione anche da chi lo sostiene.

Omofobia come arma

Al di là del singolo caso, quanto accaduto riporta al centro una questione più ampia. L’omofobia, utilizzata come insulto “trasversale”, continua a essere uno degli strumenti più comuni nelle aggressioni verbali online. Non importa che il bersaglio sia gay o meno: l’obiettivo è colpire, umiliare, delegittimare.

E’ successo di recente anche nei confronti di due noti artisti italiani, Mahmood e Marco Mengoni, oggetto di commenti omofobi in seguito alla pubblicazione su una pagina Facebook di alcune loro foto in corpetto. 

Quando però questo linguaggio arriva da personaggi pubblici con una platea ampia (la pagina Instagram di Artem conta quasi 700 mila follower), il rischio è quello di normalizzare ulteriormente una violenza già diffusa, rendendola accettabile o “spettacolarizzata”. È un meccanismo che ha effetti concreti, soprattutto su chi quotidianamente subisce discriminazioni reali e non metaforiche.

Allora l’interrogativo da porsi diventa: dove si colloca il confine tra la comprensione per una possibile fragilità personale e la responsabilità per ciò che si dice e si fa nello spazio pubblico? Le difficoltà, se reali, non possono mai giustificare minacce di morte, violenza verbale o l’uso sistematico dell’odio come linguaggio.

Al momento non sono arrivate scuse né prese di distanza pubbliche da parte dell’attore.

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