Milano, aggressione in metro: “Sbattuto al muro, in quattro avvinghiati al collo”. Il racconto di Sebastiano Fighera e Gabriele

Il racconto di Sebastiano Fighera e Gabriele di una violenza improvvisa avvenuta a Milano la sera di Capodanno. L'aggressione fuori dalla metro.

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Sebastiano Fighera e Gabriele: il racconto dell'aggressione a Milano
Sebastiano Fighera e Gabriele: il racconto dell'aggressione a Milano
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Un video pubblicato su Instagram ha riacceso l’attenzione sul tema della sicurezza e della violenza negli spazi urbani, in particolare quando a raccontarla sono persone LGBTQ+. A parlare è Sebastiano Fighera, creator molto seguito, insieme a Gabriele, designer, protagonista con lui di un episodio avvenuto la sera del 31 dicembre nella metropolitana di Milano. Un’aggressione improvvisa, rapida e traumatica, di cui non è ancora chiara la matrice: vile omofobia o tentativo di scippo? O entrambe?

Il video non cerca facili etichette. Al contrario, restituisce una testimonianza diretta, emotiva, a tratti spezzata, che lascia emergere dubbi e paure ancora presenti e un trauma difficile da rimuovere.

Sebastiano Fighera e Gabriele

Aggressione in metro a Milano la sera di Capodanno

È il tardo pomeriggio del 31 dicembre. I due stanno andando a casa di amici e prendono la linea rossa della metropolitana, direzione Rho Fiera. Fin dall’inizio notano quattro ragazzi che li osservano con insistenza, passano accanto più volte, fissano. In un primo momento l’interpretazione è quasi automatica: “le solite occhiate”, quelle che chi esce dai canoni di genere o di espressione conosce bene.

L’abbigliamento – una borsa, lo smalto, una gonna sopra i jeans – sembra attirare attenzioni sgradite, ma nulla che faccia pensare immediatamente al peggio. A raccontare l’accaduto in un video su Instagram è stato l’influencer Sebastiano Fighera:

“L’ultimo dell’anno io e Gabriele siamo stati aggrediti in metro a Milano. Stavamo andando a casa di amici e abbiamo preso la metro. Abbiamo peso la metro rossa direzione Rho Fiera e abbiamo visto quattro ragazzi che già in metro ci stavano un pochino adocchiando. Ci sono passati affianco, ci stavano guardando proprio, fissando, infatti io mi sono pure girato verso di lui e gli ho detto ‘ma che ca**o vuole questo che cosa sta guardando?’. Pensavo fosse il fatto di guardare male come al solito perché magari io avevo una borsa, lui aveva una gonna sopra i jeans, lo smalto, insomma, pensavamo fosse quelle tipiche occhiate che ci becchiamo noi ogni tanto, ma ormai ci siamo abituati”.

Poi però i quattro si fermano vicino alle porte, come se stessero aspettando proprio loro. Quando arriva il momento di scendere, i due si alzano all’ultimo istante, senza dirsi nulla, ma con la sensazione condivisa che qualcosa non stia andando nel verso giusto.

 

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Dal sottopassaggio all’aggressione

Una volta fuori dalla metro, la tensione cresce. La domanda arriva quasi sussurrata: “Ci stanno seguendo?” La risposta è immediata, ed è un sì. Il gruppo imbocca lo stesso sottopassaggio. Dopo l’incrocio con altre persone, restano soli: loro due e i quattro ragazzi.

È lì che la situazione precipita. Gabriele sente una mano sulla spalla, poi sul braccio. Viene spinto contro il muro. In pochi istanti si ritrova accerchiato, bloccato al collo, immobilizzato. A raccontarlo è proprio lui:

“Immaginate che io stavo camminando, avevo il muro sulla sinistra, mi sento prendere il braccio sinistro e mi sbattono al muro questi quattro ragazzi. Io ne avevo contati tre… Ho chiuso gli occhi e ho iniziato a urlare perchè mi si sono subito avvinghiati al collo in quattro, qualcuno mi teneva fermo”.

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Tutto dura due secondi, forse meno, ma il tempo sembra dilatarsi all’infinito. Le collanine che porta al collo diventano un appiglio: una si spezza, l’altra resta. Quando la zip del giubbotto si apre, la presa si allenta. 

Sebastiano assiste alla scena e interviene d’istinto. “E’ intervenuto Sebastiano perché se fossi stato solo probabilmente non so cosa sarebbe potuto succedere. Per fortuna se la sono rifatta solo su di me e non su di lui e questo gli ha dato l’opportunità di intervenire”, racconta ancora Gabriele. Ha in mano una borsa con una focaccia e dei regali del Secret Santa. La colpisce contro uno degli aggressori: non fa male, ma basta a distrarre. Quel mezzo secondo è sufficiente per scappare.

La fuga di Sebastiano Fighera e Gabriele

Milano, aggressione in metro: “Sbattuto al muro, in quattro avvinghiati al collo”. Il racconto di Sebastiano Fighera e Gabriele - sebastiano - Gay.it

La corsa è breve e lunghissima insieme. I due fuggono senza voltarsi, con il cuore in gola. Non vengono inseguiti. Forse – è l’ipotesi – quando la collana si rompe, gli aggressori decidono che “qualcosa” è stato comunque preso. Forse no. Di fatto, non c’è un bottino vero e proprio.

Resta però un’immagine che non se ne va: uno dei ragazzi che ride, che sembra divertirsi, come se stesse partecipando a una bravata. È questo dettaglio, raccontato con voce ancora scossa da Sebastiano, a rendere l’episodio ancora più inquietante: “L’ho trovato veramente agghiacciante. Per noi è una situazione traumatica che chissà quando si supererà”.

Omofobia o rapina? Un confine sottile

Nel video non vengono riportate frasi esplicitamente omofobe. Nessun insulto o parola che chiarisca le intenzioni. Non è possibile, quindi, dire con certezza se si sia trattata di un’aggressione motivata dall’odio verso i due ragazzi percepiti come “diversi” o un tentativo di scippo, nato dall’idea di colpire due persone considerate più vulnerabili.

Le due ipotesi non si escludono a vicenda. Spesso la violenza urbana intercetta stereotipi e pregiudizi: chi appare fuori norma viene letto come bersaglio facile. Anche senza insulti, il contesto – gli sguardi iniziali, la scelta del momento, l’isolamento nel sottopassaggio – continua a interrogare.

Le conseguenze psicologiche

A distanza di giorni, il corpo è salvo, ma la mente no. Lo raccontano bene Sebastiano e Gabriele. “In questi giorni io vado a dormire la sera e ci metto un po’ ad addormentarmi perché il mio cervello inizia a pensare a tutti gli scenari di quello che sarebbe potuto accadere”, dice il creator.

“Io mi sveglio la mattina con l’immaginario di me schiacciato al muro e questi 4 che mi prendono per il collo e mi bloccano le braccia”, gli fa eco Gabriele.

Il video nasce anche per questo: per esorcizzare, per raccontare, per non tenere tutto dentro. Un gesto che molte vittime di aggressione riconosceranno come necessario.

Denuncia e autodifesa

Il giorno dopo l’episodio viene sporta denuncia. Una scelta importante, non scontata, soprattutto quando la violenza non lascia segni evidenti o quando la dinamica resta ambigua. Nel frattempo arriva anche una decisione pratica: acquistare uno spray al peperoncino, “perché è l’unico mezzo di difesa che possiamo utilizzare in questo Paese”, dice ancora Gabriele.

Una scelta che apre una riflessione più ampia: quanto è giusto che la sicurezza venga demandata all’autodifesa individuale? E quanto spazio resta, oggi, per sentirsi davvero al sicuro nei luoghi pubblici?

Sebastiano e Gabriele, sotto al video Instagram, hanno ricevuto tutta la solidarietà degli utenti, tra cui Carlo Tumino e Christian De Florio di PapàpersceltaGiuseppe Giofrè, Rucoola ed Edoardo Zaggia.

© Riproduzione riservata.

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