In anteprima al The Space Cinema di Bologna il 5 marzo e dal 7 marzo su Prime Video, KINKI – The Secrets of the Dancefloor di Lorenzo Miglioli racconterà la storia del leggendario club di via Zamboni 1, tra i primissimi locali LGBTQIA+ d’Italia nonché punto di riferimento per la club culture nazionale anni ’80.
La storia del Kinki
Chiuso defitivamente dal 5 dicembre del 2018, il Kinky nasce addirittura nel 1958 con il nome “Wisky a go-go“, locale con musica live e cabaret che rendeva benissimo l’idea della moda importata dagli Stati Uniti di quegli anni: era infatti costume acquistare un battiglia di whisky (o altri alcolici) e tenerla in appositi armadietti muniti di serratura, che il locale metteva a disposizione, consumandola poi a piacere in una o più serate. Qui si esibirono artisti come I Giganti, Mal e i Primitives, Patty Pravo e in un’indimenticabile notte del 1968 Jimi Hendrix. Verso la metà degli anni sessanta il “Wisky a go-go” lancia la moda della spaghettata di mezzanotte, con Lucio Dalla in cabina di DJ. Il locale poi cambia il nome in Champagne Club e si trasforma in una sorta di night club, negli anni ’70 diventa Pubsi, luogo più diurno che notturno diventando punto di ritrovo per gli studenti che “marinavano” la scuola, fino alla nascita del Kinki nel 1975.
Il locale, citato in “Un Week end Postmoderno” di Pier Vittorio Tondelli, diventa “only man”, il primo della città e tra i primi d’Italia. La cultura queer esplode al Kinki, con ospiti icone come Loredana Bertè, Cristiano Malgioglio, Marcella Bella, Rossana Casale, Amanda Lear, Luciana Turina, mentre alle pareti si trovano preziosi e audaci dipinti dell’artista Fabrizio Passerella. Dai primi anni 80 il locale si apre a un pubblico più eterogeneo e assume la dimensione di Club Underground dai contorni internazionali. Dal 1985 al 2005 il Kinki è l’avanguardia del movimento House italiano.
Kinki – The Secrets of the Dancefloor
Il documentario di Lorenzo Miglioli, prodotto da Fabrizio Zanni per Rco Europe Srl e distribuito da Minerva Pictures, si propone come un viaggio immersivo tra musica, identità, moda e trasformazione sociale. Un racconto corale che parte dagli anni ’80 e arriva fino a oggi, intrecciando testimonianze e materiali d’archivio. “Quando fui contattata un paio d’anni fa per questo progetto, rifiutai per un po’”, ha confessato a Zero.eu Micaela Zanni, storica titolare del Kinki. “Pensavo fosse impossibile condensare quarant’anni di storia in un documentario. Era difficilissimo scegliere cosa raccontare e come farlo”. “Io ho iniziato ad andarci nell’85. Mi sono innamorata di quel posto perché la musica che sentivi lì non la sentivi da nessun’altra parte. Nell’86 suonavamo house music in contemporanea con gli Stati Uniti. Eravamo avanti, veramente“.
A far ballare migliaia di ragazzi in arrivo da tutta Italia dj come Phil Lech, Flavio Vecchi e Luca Trevisi, la cui colonna sonora originale del film uscirà su Spotify. Nel doc si vedono molti protagonisti di quella stagione, da Orea Malià a Igort, passando per Oderso Rubini, Stefano Bonaga, Andrea Renzini, A.N.G.E.L.O. e tanti altri tra artisti, dj, creativi, imprenditori della moda e della musica.
Nel doc, inevitabile, anche una pagina dedicata all’epidemia di AIDS che sconvolse gli anni ’80. “Il film non è solo memoria. È una celebrazione della comunità che ha reso il Kinki una leggenda. Un’eredità fatta di coraggio, creatività e inclusione“, ha concluso Zanni.

