Napoli Queer Festival 2026 al via dal 14 aprile, Affinito a Gay.it: “I ‘Fuori Mondi’ non sono altrove, vanno illuminati”

Sei giorni tra arte e comunità per il Napoli Queer Festival 2026. Giuseppe Affinito racconta a Gay.it la visione della terza edizione: “Rendere visibile ciò che già esiste”, tra cultura e nuovi immaginari.

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Giuseppe Affinito a Gay.it racconta la terza edizione del Napoli Queer Festival 2026
Giuseppe Affinito a Gay.it racconta la terza edizione del Napoli Queer Festival 2026
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Con “Fuori Mondi. Cronache da mondi non autorizzati”, il Napoli Queer Festival torna dal 14 al 19 aprile per la sua terza edizione e rilancia una visione culturale e politica che mette al centro corpi, linguaggi e immaginari fuori dalle narrazioni dominanti. Più che un semplice cartellone di eventi, la rassegna ideata e diretta da Giuseppe Affinito insieme all’associazione Cartesiane Culture si presenta come uno spazio di attraversamento, relazione e alleanza.

Il festival attraversa diversi spazi della città, da Sala Assoli Moscato al Teatro Nuovo Napoli. A Gay.it, Affinito racconta il senso di un progetto che negli anni ha assunto una forma sempre più collettiva, stratificata e radicale.

Napoli Queer Festival 2026 al via dal 14 aprile, Affinito a Gay.it: “I ‘Fuori Mondi’ non sono altrove, vanno illuminati” - fuori mondi - Gay.it

Napoli Queer Festival: il terzo anno della maturità

Arrivare alla terza edizione non significa solo un passaggio numerico, ma un punto di svolta. Il Napoli Queer Festival, nato come una scommessa, oggi si presenta come un progetto più consapevole e strutturato.

“La terza edizione è un gran traguardo”, spiega Giuseppe Affinito. “È un’esperienza che assume significato e si trasforma in maniera abbastanza autogenerativa. L’idea iniziale con la quale è nato si è evoluta tantissimo”.

Un’evoluzione che riguarda soprattutto la sua natura collettiva. “Non è mai stato intenzione che si avvalesse del lavoro o delle idee, della mente di una persona sola o di un’identità singola. Questa cosa appartiene a una collettività”.

Affinito parla anche di una sorta di “mostruosità” positiva del festival, fatto di ibridazioni, linguaggi diversi e identità plurali, quasi “creature aliene” capaci di sfuggire a ogni definizione rigida e di generare nuove forme espressive.

 

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“Fuori Mondi”, ovvero rendere visibile ciò che esiste già

Per la prima volta il festival sceglie un titolo programmatico: “Fuori Mondi”. Un’espressione che racchiude la sua visione politica e artistica. “Quando parliamo di ‘fuori mondi’, parliamo non di mondi che devono essere andati a cercare chissà dove, ma sono dei mondi che devono essere illuminati, scoperchiati”, spiega Affinito. “Fuori è quasi un’esortazione a rendere visibile ciò che già esiste”.

I cosiddetti “mondi non autorizzati” non sono quindi realtà lontane o marginali per natura, ma esperienze che restano fuori dai racconti dominanti perché non riconosciute.

“Sono cronache da mondi non autorizzati, perché non è che non esiste: esiste semplicemente il fatto che la maggior parte non venga vista, non venga riconosciuta”.

Arte, teatro e attivismo

Il Napoli Queer Festival nasce da un’idea di arte come pratica intrinsecamente politica. Non una sovrapposizione tra linguaggi, ma una visione coerente. “Il mio campo personale di attivismo è sempre stato l’arte, io vengo dal teatro ed è la mia prima frontiera”, racconta Affinito. “Credo che comunque l’arte sia già estremamente politica, cioè non può non esserlo di per sé”.

Da qui la struttura del festival, che tiene insieme spettacolo, riflessione, formazione e comunità, dando vita a una vera e propria ibridazione di linguaggi.

“Il festival è un’ibridazione di cose, di linguaggi, di idee, di cuori, di menti e lo è tanto nella forma quanto nel contenuto”.

Napoli, il Sud e la riappropriazione degli spazi

Uno dei punti più forti del progetto è il legame con Napoli e, più in generale, con il Sud Italia. Un legame che è anche politico.

“Da Roma in giù sembra essere sempre più scadente, povero, misero, invisibilizzato, soprattutto da un punto di vista produttivo”, osserva Affinito, sottolineando la difficoltà delle produzioni culturali del Sud a trovare spazio e sostegno.

Per questo, mantenere “Napoli” nel nome del festival è una scelta precisa: “È simbolico di questo festival: è una riappropriazione, innanzitutto, degli spazi”.

Il festival interviene infatti in luoghi centrali della città, ribaltando temporaneamente le narrazioni dominanti: “Il progetto è quello di occupare degli spazi che normalmente sono destinati a una narrazione dominante di corpi e linguaggi. In una settimana viene completamente ribaltata questa narrazione”.

“Quest’anno abbiamo 11 location, abbiamo fatto irruzione nella città”, aggiunge Affinito, sottolineando la volontà di espandere il festival e costruire nuove relazioni sul territorio.

Il direttore artistico evidenzia anche il rischio di una città che “si ripiega su se stessa”, vittima di una rappresentazione spesso autoreferenziale. In questo senso, il festival prova a mettere in dialogo Napoli con ciò che arriva da fuori, aprendo uno spazio di confronto reale tra locale e internazionale.

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Affinito sottolinea inoltre come molte di queste esperienze restino ancora escluse dai circuiti culturali più istituzionali: “Non esiste che un teatro stabile della città abbia come protagonisti del palco due performer transgender o corpi neri che parlano della pena di morte per l’omosessualità nei loro paesi”.

Una dinamica che il Napoli Queer Festival prova a ribaltare, portando al centro proprio quei corpi, quei linguaggi e quelle esperienze che raramente trovano spazio nei contesti ufficiali.

Cartesiane Culture, il motore collettivo del festival

Questa dimensione collettiva prende forma concreta nell’associazione Cartesiane Culture, nata dal festival e diventata il suo cuore organizzativo. “Poi è nata l’associazione, che è il motore propulsivo di questo festival”, spiega Affinito.

Composta da lavoratorɜ dello spettacolo, artistɜ e attivistɜ, Cartesiane Culture rappresenta il tentativo di costruire un progetto che non si esaurisca nei giorni della rassegna, ma che possa crescere e radicarsi nel tempo.

“Ci piacerebbe riuscire anche a crescere come associazione”, aggiunge, sottolineando anche la necessità di costruire una maggiore autonomia nel lungo periodo.

Un pubblico giovane, curioso, non abituale

Uno degli aspetti più interessanti del festival è il pubblico che riesce a intercettare. “Un pubblico misto, sicuramente, ma molto giovane e molto curioso”, racconta Affinito. “Durante il festival vedi facce completamente nuove nei teatri”.

Un segnale importante, che mette in discussione l’idea che le nuove generazioni siano distanti dal teatro. “Non è vero che i giovani non vanno a teatro, si annoiano se vedono sempre le stesse cose”.

Da qui la scelta di portare in scena proposte inedite e di dare spazio anche a artistɜ emergenti: “È molto bello che il festival possa essere una vetrina per persone che stanno cercando di investire nella loro carriera in quanto persone queer”.

Uno spettacolo particolarmente atteso

“Atlas da Boca” di Gaya de Medeiros
“Atlas da Boca” di Gaya de Medeiros

Alla domanda su quale appuntamento senta più vicino, Affinito non ha dubbi nel sottolineare il valore complessivo della programmazione, frutto di un lavoro lungo e condiviso. Ma c’è uno spettacolo, in particolare, che porta con sé un significato speciale.

“Sono molto molto contento di essere riusciti quest’anno ad ospitare lo spettacolo Atlas da Boca della compagnia portoghese con Gaya de Medeiros, racconta. “Lo volevamo fare anche l’anno scorso, poi non ci riuscimmo e questo fatto che siamo rimasti in contatto per quasi due anni per riuscire a farlo mi rende particolarmente contento”.

Un legame costruito nel tempo, che per il direttore artistico si accompagna anche a un forte coinvolgimento emotivo: “Trovo che lo spettacolo sia molto bello, molto emozionante, mi sono commosso già guardandolo in video. Ho davvero molto entusiasmo all’idea di poterlo vedere di persona”.

 

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Comunità, alleanze e futuro

Più che al successo immediato, Giuseppe Affinito guarda a ciò che il festival può lasciare nel tempo. “Mi auguro che rimarremo sempre più uniti e unite, più vicini e sempre più compatti in quello che desideriamo raggiungere”, dice.

L’obiettivo è che l’energia prodotta durante i sei giorni non si esaurisca con la fine della rassegna: “Sarebbe bello che il senso che si produce in queste giornate non venga disperso”.

E soprattutto, che si rafforzi un senso di comunità oggi sempre più necessario. “La connessione che noi cerchiamo per rompere il gioco della solitudine e dell’oppressione si trova in quei momenti”, spiega. “Si trova dove si saldano le alleanze. Ed è quello che ci serve tantissimo: allearci”.

Non solo: il festival diventa anche uno spazio reale di incontro tra persone. Come racconta lo stesso Affinito, durante le passate edizioni sono nate relazioni, connessioni, legami che vanno oltre i giorni della rassegna, segno di una comunità che si costruisce anche attraverso la condivisione di esperienze.

In fondo, è proprio qui che il Napoli Queer Festival trova il suo significato più profondo: non solo nel portare in scena linguaggi e corpi fuori dalle norme, ma nel creare spazi reali di incontro, relazione e possibilità.

© Riproduzione riservata.

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