Lunedì 25 maggio alle 20, FR*CINEMA porta in Italia anteprima europea assoluta ENIGMA, il documentario HBO di Zackary Drucker, che sarà presente in sala per un q&a con Pietro Turano al Cinema Troisi a Roma.
Il controverso documentario di Drucker, che ha irritato Amanda Lear, ci fa arrabbiare e commuovere mentre ci conduce verso un tentativo fattuale di superamento del binarismo di pensiero.
Inizia così: una donna anziana che cura i suoi fiori in Provenza. Amanda Lear, ottantenne splendida, accoglie l’indagine con la predisposizione serena di chi non deve niente a nessuno. Dice che è bello essere lontana dal palco, dal rumore. Poi subito rimpiange i tempi felici della giovinezza, i club, le feste.
Dall’altra parte c’è April Ashley, introdotta da una specie di Pippo Baudo all’inglese, che con la brutalità bonaria dell’epoca dice: «Lei, o se insisti, lui». April in tubino nero, croce d’oro al collo, va dritta al punto della questione di genere:
«Biologicamente sono un uomo. Socialmente sono una donna».
Durante un tentato suicidio, April si butta nel fiume ma un ragazzo la salva prendendola per i capelli lunghi. Il titolo del giornale l’indomani fu “Salvato perché hai i capelli lunghi”. Per April è la prima volta che la sua identità trova un barlume di luce.

E il film è questo. Un incipit da manuale ci fa capire subito che qui la battaglia è tutta interna a noi. Come non amare Amanda e come non prenderla a schiaffi? E come non vedere i suoi limiti politici, ma anche come non vedere che ella si è realizzata come persona? E forse si sono realizzate anche le altre, April in primis, perché anch’esse hanno seguito la propria vocazione, evidentemente più politica?
Con “ENIGMA” scopriamo il tripudio trans dei decenni 50 e 60 a Parigi, intorno al quartiere a luci rosse, con al centro Le Carousel, locale di cabaret con numerose donne trans sul palco. Poi c’è La Giostra e altri locali più o meno confinanti con la prostituzione, che nel doc non viene mai nominata.
Mentre Amanda guadagnava nei club di tutta Europa cavalcando l’eccitazione del dubbio che trionfava nello show-biz di quegli anni tra Parigi, Londra e Costa Azzurra, April viveva da donna apertamente trans a Londra ed era disoccupata. Aprì un ristorante: la libera impresa come unica via di affermazione di sé, alle proprie condizioni. Fu un successo straordinario, si sedevano a mangiare popstar e borghesia, plebe e aristocrazia, sconosciuti e famosi. In questo preciso momento del doc, April rivela che a quei tempi Amanda se ne stava ben lontana, nonostante i suoi inviti, dal ristorante. “Mi chiamava nei suoi momenti di tristezza” ma poi non si faceva mai vedere.
Amanda Lear conquista tutti con la disco-music e diventa un sex symbol del 1977, dice un cinegiornale dell’epoca. Su un giornale di quel tempo si legge un titolo con un virgolettato di Amanda “I miei dischi saranno pure spazzatura tesoro, ma ho un glamour pazzesco”.
Questo il tono di sfida di quell’ambiguità indossata a maschera per una liberazione che passava sotto traccia e che giocava con l’imbarazzo sessuale: un’adesione totale ai meccanismi del patriarcato, pur di metterlo in crisi. Questo il trucco di Amanda e non solo di Amanda in quegli anni. Un altro titolo esemplare dell’epoca, che sprigiona la voglia celebrativa della diva avvinghiata al dubbio di genere, come se non esistesse altro che la scelta binaria: “Lear: re o regina?”. Un cognome del resto tanto reale quanto shakespeariano, perfetto per ascendere al trono dell’ambiguità. “Ho scritto una canzone” dice Amanda a un certo punto “dal titolo ‘La sfinge’ perché io non posso piangere mai, né tradire emozioni, devo restare lì immobile”.

Titoli dei giornali dell’epoca scorrono sullo schermo: Amanda sei un uomo o una donna? O ancora “Lear è un uomo di nome Arthur ed è nato a Saigon” (capitale vietnamita assai inserita nel dibattito e negli spostamenti umani dell’epoca a causa della guerra in Vietnam) o ancora “Sei un vampiro transessuale?”.
Indecenti, certo. Ma Amanda li cavalcava. Le sue hit disco-music vibravano di titoli quali Enigma, Incognito, Alter Ego, Metamorfosi. Un verso di una canzone: «La chirurgia mi ha costruita così bene che nessuno potrebbe dire che una volta ero qualcun’altra».
Dice April Ashley a proposito del genere e lo dice quando nessuna gender theory era stata vergata dalla Butler di turno:
“Non ho deciso io, non so chi sia a decidere, ma di certo non ho deciso io”.
Il documentario di Drucker sembra inizialmente giudicare, o per meglio dire spinge lo spettatore al giudizio movimentista, politico, identitario: di questi tempi, poi, non è così difficile. L’indagine, con documenti visivamente straordinari, racconta con dovizia come Amanda non abbia mai lottato che per sé. In contrapposizione netta alle altre, che sembrano aver lottato anche per le altre persone trans. Ma è davvero così? O forse tutto attiene a ciò che ciascun individuo vuole davvero per sé?
Amanda afferma che non bisogna accettare il destino. E nega di essere stata Peki d’Oslo. Ma allora chi era Peki d’Oslo se non una che non accettava il suo destino? Questo è un passaggio che ha fatto particolarmente indiavolare Amanda, ma è anche il più rivelatore della docu-indagine di Drucker.

In una scena Salvador Dalì dipinge e pronuncia il nome “Angelica” mentre Amanda se ne sta abbarbicata come fosse appesa a una tenda, modella al servizio della tracotanza del genio. Cos’era Dalì per Amanda? “Un fratello“, dice oggi Lear.
C’è anche Gianni Boncompagni. E c’è David Bowie: “Come faccio a spiegare me stessa se non sono me stessa?” dice Amanda a Bowie. Un’attivista trans sottolinea, con il sorriso sulle labbra: “Amanda ha giocato per l’intera carriera a restare fuori dalla parola trans”. E la stessa Amanda dice “Non ho venduto l’anima al diavolo, ma quando hai successo nello show biz, hai la sensazione di aver venduto un pezzo di te”.
April ricorda di aver scritto a Tony Blair, quando era primo ministro, per dirgli che era assurdo che le persone trans nel Regno Unito non potessero cambiare i propri dati anagrafici. Nel 2004 arrivò il Gender Recognition Act. Ma tra il 1970 e quel momento, le persone trans non avevano potuto sposarsi, e la ragione aveva un nome preciso: il matrimonio di April, annullato nel 1970 con una sentenza che di fatto aveva reso impossibile qualsiasi unione legale per le persone trans, intrappolate tra l’assenza della rettifica anagrafica e il divieto dei matrimoni gay. Trentaquattro anni di vuoto giuridico che portavano il suo nome. Ecco perché April Ashley è così amata oggi dalla comunità trans, a differenza di Amanda.

È giusto oggi giudicare Amanda per aver compiuto solo e unicamente le proprie scelte individuali, senza aderire a lotte politiche? Chi siamo noi quando smettiamo di riempire il vuoto del nostro io con le battaglie comunitarie che, oggi più che mai, sembrano darci un’identità e un’appartenenza e finanche una dignità pubblica? Sappiamo guardare dentro le nostre peculiari ambizioni di affermazione individuale? Dove finisce l’io e dove inizia il noi è un confine stabilito da chi?
Mentre April dice durante un talk inglese del 1982, piuttosto stancamente, che “Ho dovuto tutta la vita giustificare la mia identità femminile”, Amanda compie, fin dal principio, la scelta della sottrazione del dramma. Sgombera il campo dal feticcio che ossessiona le masse mediatiche e trasforma quella pretesa stessa di verità binaria, quella domanda, essa sì, feticcio e oggetto di morbosità conformista, ecco: Amanda la mutua in un dato di realtà personale.
Chi ha fatto la scelta giusta? Siamo realmente obbligati a giudicare? O possiamo dirci che il superamento del binarismo è qualcosa che va oltre le questioni di genere? Cosa è giusto, cosa è sbagliato? Esiste una risposta? E perché la cerchiamo?
“La cosa importante è non guardarsi indietro e andare avanti per la tua strada”
Così dice Amanda.
Di questo e molto altro si discuterà a FR*CINEMA lunedì 25 Maggio alle ore 20 al Cinema Troisi di Roma, insieme alla regista del film Zackary Drucker.
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