Cosa accade agli adolescenti di Euphoria quando nella terza stagione entrano nella vita adulta? Gli autori e il regista Sam Levinson hanno plasmato un futuro nel quale le identità sessuali e la contemporanea ossessione per il sesso sembrano prendere il sopravvento e determinare le praterie sulle quali introspezioni e affermazioni continueranno la guerra infinita dell’esistenza.
Uno sviluppo che ha sorpreso molti spettarori, divisi tra i nostalgici di un’adolescenza che non c’è più, e gli entusiasti che nella svolta narrativa intravedono un potenziale esplosivo. Le anime di Euphoria si ritroveranno catapultate nel mondo del sex work: un messaggio chiaro di visibilità alla liberazione dei corpi di una generazione che cerca di sopravvivere allo sfruttamento capitalistico, a quello tecno-digitale e agli antichi soprusi maschilisti.
La prima puntata, vista giovedì 9 Aprile nell’anteprima per l’Italia organizzata da HBO Max a Milano, ha regalato la solita, incantevole, strepitosa Zendaya, fin da subito inguaiata e in bilico su quel confine che per il suo personaggio, Rue, sembra dividere e tenere insieme prigione e libertà: eccola precipitata in una girandola di narcotrafficanti (i soliti) e di “commercianti di fica” (vagina), una delle quali è Magick, pole dancer del club Silver Slipper con un tutore ortopedico tempestato di cristalli: è Rosalía, al suo debutto televisivo.
Privatissimo e viscerale invece il tuffo di Cassie (Sydney Sweeney) nel sex-working su OnlyFans, per raccattare i 50mila dollari necessari per gli addobbi floreali del suo imminente matrimonio con Nate (Jacob Elordi) il quale, dal canto suo, sembra trattenere con più maturità le intemperie di tossicità che furono: forse covando un’escalation più devastante?
Più subdola e tossica l’intrusione di Jules (Hunter Schafer) nell’universo del sex working, qui metafora esistenziale: studia arte, o almeno ci prova, e lo fa finanziando la sua vita bohémien con un sugar daddy. La dipendenza affettiva cambia la sua valuta per precipitarci in burroni che la stagione 3 è destinata ad esplorare.
Maddy (Alexa Demie) è a Hollywood, lavora in una talent agency e coltiva i suoi “lavoretti paralleli” con quella determinazione feroce e un po’ predatoria che l’ha sempre distinta: passa dalle serate giuste agli shooting più en vogue con l’innocente cinismo di sempre, come se a quella bambina cresciuta toccasse l’inevitabile vita di adulta bambina.
Lexi (Maude Apatow), la più attenta osservatrice del gruppo, è ora assistente di una showrunner, interpretata da Sharon Stone, omaggio non privo di ironia, che sembra avere in mano lo specchio della serie stessa in una meta-narrazione spietata.
Sullo sfondo, il fantasma di Fez (Angus Cloud, morto nel 2023) aleggia senza essere nominato: la sua assenza viene gestita con rispetto e senza forzature narrative. E poi c’è Cal Jacobs (Eric Dane, scomparso nel febbraio 2026 dopo aver completato le riprese nonostante la diagnosi di SLA): in isolamento dopo la denuncia del figlio Nate, porta sullo schermo il peso di una redenzione che non arriverà mai abbastanza presto, e che ora è anche il testamento di un attore.
La domanda vera, quella che la stagione 3 di Euphoria sembra voler tenere aperta fino all’ultimo episodio, è se Rue riuscirà a pagare il debito con la spietata Laurie (Martha Kelly, sempre più presente e bravissima) o se sarà ancora una volta il debito a sbranare lei. E se Jules, dopo tutto, tornerà davvero, non come storia d’amore, ma come specchio in cui Rue può finalmente riconoscersi.
Il resto è l’alto mare aperto dell’età adulta: quella stagione della vita in cui non si chiede più cosa si vuole diventare, ma si supplica, semplicemente, di sopravvivere a ciò che si è già diventati. Pietà per tutti noi.



