La tesi di fondo di Giulia Blasi è semplice: smettere di aspettare “salvatrici” o “salvatori” della politica, e iniziare a guardare alla democrazia per quello che è davvero: un processo collettivo, imperfetto, spesso ingrato, e profondamente segnato da dinamiche di genere. La scrittrice ne parla nella sua newsletter “Servizio a domicilio“.
Nel suo ragionamento, che parte dal libro ‘La promessa’ di Marianna Aprile, Blasi individua un nodo cruciale: la politica italiana (ma non solo) è ancora attraversata da una sorta di “messianesimo”, cioè dall’illusione che basti una figura nuova per cambiare tutto. Lo scrive chiaramente:
“è sufficiente che qualcosa sia nuovo per vederci una promessa”
Un meccanismo che si ripete da decenni, e che riguarda soprattutto chi è stato storicamente escluso, donne comprese. Ma qui arriva il punto queer e politico insieme: quando quella “promessa” ha il volto di una donna, per giunta apertamente LGBTIAQ+, le regole cambiano.
Blasi lo mostra analizzando il trattamento riservato a Elly Schlein: nonostante risultati concreti e una leadership legittimata, viene continuamente giudicata su parametri mobili, contraddittori, spesso estetici o caratteriali. Troppo o troppo poco. Sempre “sbagliata”. È il classico double bind di genere, che colpisce ancora più duramente chi, come Schlein, esce dai canoni tradizionali. Tutto questo avviene nel campo della siddetta sinistra, nello sbandierato campo largo che, a quanto pare, tanto largo non è. E a Schlein, in queste settimane post referendum che lasciano intravedere una possibile sconfitta di Meloni e un prossimo governo del centrosinistra, viene puntualmente preferito Giuseppe Conte. Il confronto è emblematico: a Conte non viene richiesta simpatia, chiarezza o coerenza performativa. A Schlein sì. Sempre.
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Nel ragionamento di Giulia Blasi, Giuseppe Conte diventa quasi un controcampo perfetto, una cartina di tornasole del doppio standard. La sua ascesa politica è stata fulminea, quasi surreale: catapultato a Palazzo Chigi senza una vera traiettoria politica alle spalle, ha incarnato per un periodo proprio quel bisogno collettivo di affidarsi a una figura “nuova”, rassicurante, apparentemente neutra.
Eppure, sottolinea Blasi, a Conte non è mai stato chiesto di performare simpatia, scioltezza o autenticità mediatica. Non è mai stato giudicato “troppo freddo”, “troppo costruito” o “non abbastanza comprensibile”. Il suo stile, spesso opaco, a tratti notarile, non è diventato un problema politico, ma semmai una cifra.
Insomma, ciò che in un uomo viene letto come autorevolezza o riservatezza, in una donna diventa immediatamente difetto, mancanza, inadeguatezza. Il punto non è tanto Conte in sé, quanto il sistema di aspettative che lo circonda e lo protegge. Un sistema che consente a figure maschili di esistere politicamente anche dentro l’ambiguità o l’imperfezione, mentre alle donne, soprattutto se queer o non conformi, viene richiesto di essere sempre perfettamente leggibili, impeccabili, “giuste”.
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Secondo Alessia Crocini (Famiglie Arcobaleno) bisognerebbe invece apprezzare “lo studio, la preparazione e i risultati concreti” di Schlein, in riferimento agli oggettivi successi di Schlein la cui leadership conta ad oggi per il PD quasi 10% di elettori in più nei sondaggi. “Schlein ha ricostruito un rete interna territoriale e le relazioni con i corpi intermedi, le associazioni, con lavoratrici e lavoratori” spiega Crocini che sottolinea di non essere elettrice del PD.
Eppure il consenso di Schlein e la mobilitazione giovanile al recente referendum segnalano un’inversione di tendenza anche rispetto agli innamoramenti mediatici in stile berlusco-meloniano “Non si fa una foto ogni due secondi e questo in epoca di social media forse non paga, eppure donne e giovani prendono fiducia” spiega Crocini che senza mezzi termini parla di “misoginia verso Elly Schlein” e punta il dito verso una certa abitudine a vedere con sospetto la preparazione della segretaria PD “Viene sempre tacciata di essere secchiona, ma io preferirei una secchiona a Palazzo Chigi al posto di chi usa certi modi soltanto per essere visibile“.
Il punto politico, e queer, quindi è questo: rifiutare la logica dell’eroina solitaria. La politica, scrive Blasi, è “un gioco di squadra”. Non è una questione di facce, ma di strutture, relazioni, lavoro invisibile. Continuare a cercare il leader perfetto significa disperdere energie e, spesso, sabotare proprio chi quel lavoro lo sta già facendo. In fondo, la promessa tradita non è solo quella dell’emancipazione femminile, ma quella di una democrazia meno tossica, meno gerarchica, meno ossessionata dal carisma individuale. Meno ossessionata dal capo. O dalla capa.
