Oggi è successa una cosa molto importante. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il tribunale più alto d’Europa, quello che decide se le leggi dei paesi membri rispettano i valori comuni, ha condannato l’Ungheria. Ha stabilito che la legge anti-LGBTIQ+ approvata dal governo di Viktor Orbán nel 2021 è illegale. Va abrogata.
È una sentenza storica. La più importante mai pronunciata in Europa sui diritti delle persone LGBTIQ+. E vale per tutti, non solo per l’Ungheria.
Cosa era questa legge
Nel giugno 2021, il parlamento ungherese ha approvato una legge che vietava qualsiasi contenuto LGBTQ+ rivolto ai minori. Libri, serie televisive, pubblicità, contenuti online: tutto ciò che rappresentava persone gay, lesbiche, bisessuali o transgender veniva equiparato a contenuto per adulti, come la violenza o la pornografia. La legge era ispirata a una normativa russa del 2013, quella con cui Putin aveva cominciato a cancellare la visibilità LGBTQ+ in Russia. Orbán l’ha copiata e l’ha chiamata «protezione dei bambini». In realtà equiparava l’omosessualità alla pedofilia. E mandava un messaggio preciso a milioni di ungheresi: siete invisibili, siete sbagliati, non esistete per i nostri figli.
Perché la Corte europea può intervenire
L’Unione Europea non è solo un accordo commerciale. È una comunità di valori. Ogni paese che entra nell’UE accetta di rispettare certi principi fondamentali: la dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo stato di diritto, i diritti delle minoranze. Questi valori sono scritti nell’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea: il documento fondativo dell’Europa.
La Corte di Giustizia è il guardiano di questi valori. Quando un paese li viola, la Commissione europea può portarlo in giudizio. È quello che è successo con l’Ungheria.
Perché è la più grande causa della storia dell’UE
Il caso ha visto schierati contro l’Ungheria la Commissione europea, il Parlamento europeo e 16 stati membri su 27. Non era mai successo prima. Tutti e 27 i giudici della Corte si sono riuniti in formazione straordinaria: un segnale inequivocabile che consideravano questo caso di importanza eccezionale.
Cosa ha stabilito la Corte: quattro condanne in una
La sentenza condanna l’Ungheria su quattro piani distinti:
Il primo riguarda il mercato europeo. L’UE garantisce a cittadini e imprese la libertà di offrire e ricevere servizi in tutta Europa senza restrizioni arbitrarie. La legge ungherese vietava la distribuzione di libri, serie tv e contenuti digitali LGBTQ+. È come se l’Ungheria avesse eretto un muro dentro il mercato comune. La Corte dice: non si può fare.
Il secondo riguarda i diritti fondamentali. La Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE elenca i diritti inviolabili di ogni persona europea. La legge ungherese ne ha violati quattro: il diritto a non essere discriminati per orientamento sessuale e identità di genere, il diritto alla vita privata e familiare, la libertà di espressione e la dignità umana. Per la prima volta nella storia, la Corte stabilisce esplicitamente che l’identità di genere è un motivo protetto di non discriminazione. È una svolta che vale per tutta Europa.
Il terzo riguarda la privacy. L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono dati personali sensibili, protetti dalla normativa europea sulla privacy (si chiama in gergo tecnico GDPR (General Data Protection Regulation). La legge ungherese obbligava a classificare e segnalare contenuti legati a queste caratteristiche, trattando dati sensibili senza alcuna base giuridica legittima. Una violazione della privacy oltre che dei diritti civili.
Il quarto è il più importante. Per la prima volta nella storia dell’UE, la Corte stabilisce che l’Ungheria ha violato l’Articolo 2 del Trattato, quello che definisce i valori fondativi dell’Europa. I giudici scrivono che la legge ungherese «è contraria alla stessa identità dell’Unione». E aggiungono che nessun paese membro può invocare la propria identità nazionale per giustificare l’emarginazione sistematica di un gruppo di persone.
Cosa significa in concreto?
Significa che l’Ungheria deve abrogare la legge. Subito. E significa che la stessa logica si applica a tutte le misure costruite su quella legge: il divieto del Pride scritto in Costituzione, il riconoscimento facciale ai cortei, la criminalizzazione degli organizzatori delle marce. L’intera architettura discriminatoria di Orbán è oggi giuridicamente condannata dall’Europa.
Perché vale per tutta Europa
Questa sentenza non riguarda solo l’Ungheria. Riguarda tutti i paesi europei, compresa l’Italia, dove forze politiche stanno cercando di limitare la visibilità LGBTQ+ usando gli stessi argomenti: la protezione dei bambini, i valori tradizionali, la sovranità nazionale. La Corte ha risposto in modo inequivocabile: quegli argomenti non reggono davanti al diritto europeo. Non reggevano ieri. Non reggeranno domani.
