Ungheria, la Corte di Giustizia UE condanna la legge anti-LGBTQ+ di Orbán. Magyar deve agire subito

La Corte di Giustizia UE condanna la legge anti-LGBTIQ+ di Orbán su quattro piani distinti, incluso l'Articolo 2 del Trattato UE sui valori fondativi dell'Unione. Per il nuovo premier ungherese Péter Magyar è il primo test concreto: agire subito o tradire la promessa europea.

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È una sentenza storica. Arriva oggi, 21 aprile 2026, nove giorni dopo la vittoria elettorale di Péter Magyar dopo 16 anni di regime Orban. E non lascia margini di manovra al nuovo premier ungherese.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che la legge anti-LGBTIQ+ approvata dall’Ungheria nel 2021, quella di ispirazione russo-putiniana che equiparava l’omosessualità alla pedofilia e vietava qualsiasi contenuto LGBTQ+ rivolto ai minori, viola il diritto dell’Unione su quattro piani distinti:

la libertà di prestare e ricevere servizi
La libertà di prestare e ricevere servizi è un principio fondante del mercato unico europeo: cittadini e imprese dell’UE possono offrire e fruire di servizi in tutta l’Unione senza restrizioni arbitrarie. La legge ungherese vietava la distribuzione, la trasmissione e la vendita di contenuti LGBTQ+ — libri, serie tv, pubblicità, piattaforme digitali. Per la Corte, si tratta di una restrizione illegittima alla libera circolazione di servizi nel mercato interno europeo.

– la Carta dei Diritti Fondamentali
La Carta dei Diritti Fondamentali è il documento che elenca i diritti inviolabili di ogni cittadino europeo. La sentenza stabilisce che la legge ungherese ha violato quattro di questi diritti: il divieto di discriminazione basata su orientamento sessuale e identità di genere, per la prima volta riconosciuta esplicitamente dalla Corte come motivo protetto, il rispetto della vita privata e familiare, la libertà di espressione e informazione, e la dignità umana. La legge, scrivono i giudici, stigmatizza e marginalizza le persone LGBTIQ+.

– il GDPR. Il GDPR è il regolamento UE sulla protezione dei dati personali, in vigore dal 2018. L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono dati personali sensibili, protetti con norme rafforzate. La legge ungherese imponeva di classificare e segnalare contenuti legati a queste caratteristiche, trattando dati sensibili senza una base giuridica legittima. Per la Corte, una violazione della privacy oltre che dei diritti civili.

– violazione dell’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea, quello che ne sancisce i valori fondativi
L’Articolo 2 del Trattato UE è la norma che definisce cosa è l’Europa: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, diritti delle minoranze. Non era mai stato usato prima come base autonoma di condanna. La Corte stabilisce oggi che la legge ungherese non ha solo violato regole tecniche, ma ha attaccato l’identità stessa dell’Unione. Nessuno stato membro, scrivono i giudici, può invocare la propria identità nazionale per giustificare l’emarginazione sistematica di un gruppo di persone.

Scrivono i giudici:

La legge ungherese è contraria alla stessa identità dell’Unione“.

È il più grande caso di diritti umani nella storia dell’UE: la Commissione europea contro l’Ungheria, con 16 stati membri e il Parlamento europeo schierati a supporto. Tutti e 27 i giudici riuniti in formazione straordinaria. Una condanna su tutti i punti contestati.

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Cosa dice la Corte: una sentenza storica

Dunque per la prima volta, la Corte stabilisce che l’identità di genere è protetta come motivo di discriminazione dall’Articolo 21 della Carta. Stabilisce che la legge ungherese stigmatizza e marginalizza le persone LGBTIQ+. E stabilisce che nessuno stato membro può invocare la propria identità nazionale per giustificare misure di questo tipo. La stessa architettura legislativa, ricorda la Corte, ha poi aperto la strada al divieto del Pride (Budapest e Pécs nello specifico, con conseguente criminalizzazione del sindaco della capitale e di un attivista) e alla sua criminalizzazione. “La sentenza segna una svolta, e dà inizio ad una riflessione costituzionale dell’UE partendo proprio dai diritti LGBTQIA+. Ora il governo Magyar dimostri di essere davvero europeista e rimuova le norme discriminatorie e la Commissione Ue monitori l’attuazione della sentenza” commenta l’eurodeputato PD Alessandro Zan.

ILGA e HATTER SOCIETY

Katrin Hugendubel, vicedirettrice di ILGA-Europe, è diretta: “Con questa sentenza la Corte conferma quello che diciamo da sei anni. L’Ungheria non può entrare in un’era post-Orbán senza abrogare questa legislazione, incluso il divieto del Pride. Se Péter Magyar vuole davvero essere pro-UE, deve mettere questo in cima all’agenda dei suoi primi 100 giorni“.
Eszter Polgári di Háttér Society aggiunge: «È la prima volta che la Corte ha trovato una violazione autonoma dell’Articolo 2 del TUE per aver sistematicamente minato i diritti delle minoranze sessuali e di genere. La Corte è stata ferma: nessuno stato può emarginare le persone LGBTIQ+ attraverso la stigmatizzazione».

Rémy Bonny di Forbidden Colours, che insieme a Háttér Society aveva costruito la coalizione europea che ha spinto governi e istituzioni ad agire, avverte: “Abbattere una sola legge non è sufficiente. Il governo ungherese deve smantellare l’intera architettura della discriminazione: dal divieto del riconoscimento legale del genere al divieto costituzionale del matrimonio egualitario».

Il test per Magyar

Magyar dispone della supermaggioranza dei due terzi in parlamento. Ha gli strumenti per ottemperare. Il programma di Tisza non conteneva impegni espliciti sull’abrogazione delle leggi anti-LGBTQ+, e durante la campagna Magyar aveva evitato sistematicamente il tema per non perdere il voto conservatore. Oggi quella strategia del silenzio non regge più. La sentenza è vincolante. L’Europa ha parlato.
Per la comunità LGBTIQ+ ungherese, che ha aspettato quattro anni questa sentenza e sedici anni la fine di Orbán, oggi, più che un punto di arrivo, costituisce la prima prova concreta di ciò che Magyar farà del potere che gli è stato consegnato. Le associazioni magiare avevano stilato nei giorni scorsi un elenco di 12 punti a cui richiamare il nuovo leader conservatore.

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