L’Italia vieta l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole materne ed elementari e obbliga al consenso informato dei genitori per le scuole medie e superiori.
Dopo l’approvazione alla Camera del dicembre 2025, il Senato ha approvato in via definitiva con 78 voti favorevoli e 38 contrari, il disegno di legge presentato dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara in materia di consenso informato in ambito scolastico. Il testo è ora legge.
Il provvedimento, composto da tre articoli in tutto, cambia in modo strutturale le regole con cui le scuole italiane possono affrontare i temi della sessualità, dell’affettività e dell’identità di genere. Le conseguenze più dirette riguardano gli studenti LGBTQ+ e i programmi di educazione che negli ultimi anni venivano svolti spesso in collaborazione con associazioni ed esperti esterni.
Cosa dice la legge
– L’articolo 1 stabilisce che le istituzioni scolastiche sono tenute a richiedere il consenso informato preventivo dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, e che tale consenso deve essere acquisito dopo aver messo a disposizione il materiale didattico previsto.
– L’articolo 2 disciplina il coinvolgimento di esperti esterni: sarà possibile solo previa deliberazione del collegio dei docenti e approvazione del consiglio d’istituto, con criteri di selezione basati su titoli, esperienza e coerenza con finalità educative.
– L’articolo 3 precisa che dall’attuazione della legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
In termini concreti: ogni volta che una scuola media o superiore vuole organizzare un’attività, curricolare o extracurricolare, che riguardi sessualità, affettività, relazioni o orientamento, deve prima ottenere il consenso scritto dei genitori degli studenti minorenni. La richiesta dovrà essere trasmessa almeno sette giorni prima dello svolgimento e dovrà contenere le finalità educative, i contenuti, i temi, le modalità di svolgimento e l’elenco di eventuali esperti esterni o associazioni coinvolte.
Per i bambini più piccoli, la scelta è ancora più netta: l’educazione sessuo-affettiva viene vietata nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Valditara ha rivendicato questa impostazione, sostenendo che chi frequenta la scuola primaria è troppo piccolo per affrontare tematiche così complicate e che i temi relativi alla pluralità dei generi verranno affrontati alle medie e alle superiori con il consenso dei genitori.
Le parole del ministro
Dopo il voto, Valditara ha dichiarato: «Con l’approvazione definitiva di oggi al Senato della legge sul Consenso informato tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender e ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni. In questo applichiamo la Costituzione che attribuisce ai genitori il diritto di educare i figli. Ovviamente pretendiamo che certe teorie siano spiegate da medici, psicologi, professionisti seri».
Il ministro ha anche tentato di ridimensionare le critiche: ha chiarito che «non è vero che con questa legge non si potrà fare educazione affettiva: il governo per la prima volta ha reso stabilmente obbligatoria in tutti i gradi di scuola l’educazione al rispetto, alle relazioni e all’empatia», aggiungendo che «non è vero che non si farà l’educazione sessuale in senso biologico: continuerà a farsi nei programmi di scienze in tutti i gradi di scuola».
L’impatto: a chi serve?
L’impatto più immediato riguarda le associazioni, tra cui molte realtà LGBTIQ+, che negli anni hanno collaborato con gli istituti scolastici su temi come il contrasto all’omofobia, l’identità di genere e la prevenzione della violenza. Sarebbe in verità auspicabile che l’educazione all’affettività e l’educazione sessuale siano inserite come materie curriculari, senza l’utilizzo di associazioni esterne. E invece l’Italia di Meloni depotenzia anche la volontà degli istituti scolastici più illuminati che, finora, si erano destreggiati per organizzare corsi per i propri studenti.
Questa legge non serve ai bambini e ai ragazzi e dunque non serve ai cittadini di domani.
Questa legge non serve al bambino cresciuto in una famiglia in cui certe conversazioni non avvengono e non avverranno mai.
Non serve alla ragazza che a casa non può dire chi è.
Non serve al figlio di genitori immigrati, cresciuto tra due sistemi di valori in conflitto, che forse proprio a scuola avrebbe trovato un adulto in grado di aiutarlo a orientarsi.
Non serve a nessuno di quelli per cui la scuola pubblica esiste: i fragili, i soli, i dimenticati.
Serve alla destra.
Serve all’idea che i figli appartengano alle famiglie prima che a se stessi.
Serve all’idea fondante di questa destra reazionaria, l’idea che il rispetto, verso l’altro, verso chi è diverso, verso il proprio corpo, sia un contenuto ideologico da filtrare, e non un diritto da garantire.
articolo in aggiornamento
