La Camera ha approvato in prima lettura il ddl Valditara sull’educazione sessuo-affettiva, con 151 voti a favore, 113 contrari e un astenuto, aprendo la strada a un passaggio al Senato che difficilmente arriverà prima del 2026. Il testo introduce tre principi:
- divieto di qualunque attività sulla sessualità nelle scuole dell’infanzia e primarie
- obbligo di consenso informato scritto delle famiglie per ogni attività su sessualità e affettività alle medie e alle superiori
- maggiore controllo sugli esperti esterni, selezionati dal collegio docenti e approvati dal consiglio di istituto, con piena trasparenza sui materiali utilizzati
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Il ddl Valditara è la fotografia nitida di un riflusso: una spinta reazionaria che traveste da “libertà educativa” ciò che, nella pratica, è un dispositivo di controllo e sottrazione. Non basta vietare ogni traccia di educazione sessuale nelle scuole dell’infanzia e primarie: anche alle medie e alle superiori l’ostacolo è quasi insormontabile. Il consenso informato obbligatorio, i materiali da esibire alle famiglie, le attività alternative da organizzare senza risorse né spazi: un labirinto amministrativo pensato più per scoraggiare che per educare. Un meccanismo che trasforma ogni progetto in un rischio, ogni iniziativa in un potenziale incidente diplomatico. Le scuole, già stremate, vengono lasciate sole a gestire conflitti, paure, burocrazia.
Eppure è soltanto di qualche giorno fa una nuova ricerca che smonta la crociata anti-gender del governo Meloni: 9 giovani su 10 chiedono educazione sessuale e affettiva a scuola e l’80% dei genitori è favorevole. L’indagine dell’Osservatorio “Giovani e Sessualità” è stata condotta sul considerevole campione di 15mila ragazzi tra 11 e 24 anni, e mostra una richiesta chiara e trasversale che smentisce la linea reazionaria e repressiva della destra al governo.
Le famiglie, che questa legge pretende di “difendere”, restano abbandonate nella loro solitudine educativa: spaventate, disinformate, spesso prive degli strumenti per affrontare temi che, senza un supporto competente, diventano terreno di silenzi e fraintendimenti. Intanto la rete di educatori e professionisti dell’affettività (psicologi, sessuologi, associazioni) viene marginalizzata: filtrata, sminuita, resa sospetta. Come se il problema non fosse la violenza, ma chi la studia e prova a prevenirla.
Massimo Prearo, sociologo e studioso dei movimenti LGBTQIA+, uno dei principali ricercatori italiani su politiche di genere, attivismo queer e teorie anti-gender, commenta così:
Un chiaro esempio di quello che la letteratura chiama de-democratizzazione. Ovvero l’erosione progressiva delle strutture e delle istituzioni democratiche attraverso decisioni, procedure, strumenti e torsioni istituzionali che hanno per preciso ed esplicito obiettivo di indebolire tutele e garanzie di partecipazione.
E che mirano a escludere categorie considerate pericolose e non grate, leggi: docenti ideologizzati, associazioni, persone LGBTQIA+, la società (ostacolo alla libertà educativa della famiglia), e infine la democrazia stessa, l’ostacolo ultimo e più grave al compimento di un progetto politico autoritario.
Dopo l’approvazione di ieri alla Camera, ora il testo passa al Senato. Tra manovra e calendario pieno, l’approvazione definitiva non arriverà prima del 2026. Fuori da Montecitorio è durissimo l’attacco della segretaria PD Elly Schlein:
“Quello che ha votato oggi la destra è molto grave. È il contrario di quello che servirebbe in questo paese per contrastare la violenza di genere e prevenirla. Tante volte ci siamo messi a disposizione su questo tema della violenza per far fare dei passi avanti al paese, abbiamo votato insieme delle misure di repressione, ma non basta la repressione se non si fa la prevenzione. E quello che la destra oggi fa è un passo indietro clamoroso, perché impedisce e vieta l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole primarie, e nella sostanza la impedisce anche nelle scuole secondarie, perché senza dare risorse in più alle scuole, si chiede loro di farsi carico di preparare attività separate per le famiglie che non danno il consenso, senza avere risorse in più e senza spazi adeguati. Il risultato è evidente, quella scuola ci penserà due volte prima di proporre un’attività di educazione sessuale e affettiva. Faccio una riflessione: proprio in questi giorni c’è stata una notizia gravissima di attualità, che ha visto al Liceo Giulio Cesare comparire su un muro una lista degli stupri. È la dimostrazione che la cultura dello stupro e la violenza patriarcale nelle scuole è già entrata e ci sentiamo spiegare da dei ministri della Repubblica che l’educazione non serve a prevenire (in riferimento a quanto dichiarato da Roccella che ha sottolineato che nei paesi dove c’è educazione sessuale non c’è calo di femminicidi ndr). E invece proprio dalle scuole deve arrivare l’educazione all’affettività e alla sessualità. L’Italia è uno dei sette paesi europei che non ha quest’educazione obbligatoria. Invece noi siamo convinti che servirebbe in tutti i cicli scolastici, questo passo indietro è inspiegabile. Purtroppo la violenza patriarcale nelle scuole è già entrata e come hanno spiegato studentesse e studenti proprio del Liceo G. Cesare quando lo stupro viene utilizzato come minaccia, arma la stessa cultura che arma le violenze, che umilia, che zittisce il corpo e la libertà delle donne. Quindi è proprio dalle scuole che bisogna ripartire rendendo obbligatoria l’educazione alle differenze, all’affettività, come in tantissimi altri paesi europei. Questo atteggiamento (della destra ndr) è inspiegabile ed è un netto passo indietro rispetto a quello che invece bisognerebbe fare per prevenire e contrastare la violenza contro le donne”
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Per la destra si tratta di una norma che tutela il “primato educativo” dei genitori e garantisce, secondo Valditara, “serietà scientifica” e “crescita equilibrata dei giovani”. La Lega rivendica il risultato come un argine alla cosiddetta “ideologia gender”, mentre FdI parla di “strumento di libertà” e FI di “alleanza scuola-famiglia”. Esultano le associazioni Pro Vita, che definiscono la giornata “storica” e rivendicano il lungo lavoro di pressione sul Parlamento.
Durissima l’opposizione, che aveva già tentato il rinvio del provvedimento anche alla luce dei recenti episodi di sessismo nelle scuole. Per Elena Bonetti di Azione questa legge, rivendicando il primato educativo della famiglia, introduce una scelta ideologica che minerà proprio il ruolo della famiglia nella scuola “Perché è anche a molte famiglie che dobbiamo insegnare ed educare a una parità di genere che evidentemente non c’è altrimenti non avremmo questi dati sulle violenze sulle donne e sulle violenze in famiglia”
Nicola Fratoianni di AVS parla di “ossessione ideologica”, mentre Maria Elena Boschi contesta il rischio di affidare la scelta dei contenuti ai soli genitori, senza tener conto di situazioni familiari critiche. La Flc-Cgil accusa il ddl di ledere l’autonomia scolastica.
Rossano Sasso della Lega, massimo promotore del disegno di legge insieme al ministro Valditara, ha rilasciato in aula una inquietante dichiarazione:
“Hanno detto che siamo oscurantisti, bigotti, medievali e patriarcali perché abbiamo stabilito un principio molto chiaro. Nell’educazione dei figli vengono prima i genitori, la mamma e il papà, viene prima la famiglia, e molto, ma molto dopo lo Stato e ancora più tardi i vostri attivisti. Per la mia generazione, per il mio gruppo e penso per tutti i colleghi del centrodestra dio patria e famiglia non è solo uno slogan, è un credo che guida la nostra azione politica, per l’amore e la difesa di dio, per l’amore e la difesa della patria, per l’amore e la difesa dei valori della famiglia e finché gli italiani ce lo consentiranno, noi andremo avanti”
Anche l’Associazione nazionale presidi solleva dubbi: per le attività curricolari l’autorizzazione non sarebbe tecnicamente applicabile, e la norma “a costo zero” rischierebbe di non coprire il maggior lavoro dei docenti.
