Il 27 giugno il Napoli Pride compie trent’anni. Un anniversario che arriva in un momento particolarmente complicato, dentro e fuori il movimento. O forse la frattura tra Pride ufficiali e Pride antagonisti c’è sempre stata? Abbiamo raggiunto Antonello Sannino, presidente di Antinoo Arcigay Napoli e figura centrale del Comitato Napoli Pride, per parlare di tutto: del modello “Onda Pride” che Napoli ha inventato nel 2013 e che ha trasformato la geografia delle piazze LGBTQIA+ in Italia, delle divisioni interne al movimento, degli sponsor ritirati, dei Gay Conservatori e Liberali, e di Keshet. Ne è venuta fuori una conversazione a tratti aspra, senza giri di parole, che rispecchia il clima di questa stagione.
Il contesto napoletano è però quello che nell’ultimo anno ha prodotto la frattura più visibile e rumorosa. Da una parte il Comitato del Napoli Pride, che raccoglie Antinoo Arcigay Napoli, l’Associazione Trans Napoli, ALFI Napoli Le Maree, Pride Vesuvio e il Coordinamento Campania Rainbow, che il 27 giugno scenderà in piazza con il claim “30 Anni Dopo”. Dall’altra Arrevutamm Pride, rete queer e transfemminista autofinanziata e senza sponsor, che sfilerà 20 giugno per il secondo anno consecutivo rivendicando un percorso autonomo e incompatibile con quello del Comitato.
Secondo le accuse di Arrevutamm il Comitato si sarebbe ricostituito “con modalità autoritarie“, il linguaggio transfemminista usato nella comunicazione sarebbe strumentale, e soprattutto la figura di Sannino sarebbe politicamente compromessa dal viaggio in Israele nel 2025 — avvenuto mentre il Pride di Tel Aviv veniva annullato per l’escalation militare — e dai presunti rapporti con il movimento dei Gay Conservatori e Liberali. Il Napoli Pride ha respinto tutte le accuse, definendole “informazioni non veritiere, semplificazioni strumentali e narrazioni distorte”, rifiutando di rispondere “sul terreno digitale” e avvertendo che isolare il nome di Sannino significa cancellare il lavoro collettivo di decine di attivisti. La spaccatura, al momento, non è ricomposta.
È in questo contesto che abbiamo fatto le nostre domande.

Nel 2013 Napoli ha inventato il modello “Onda Pride”, che ha destrutturato l’idea di un corteo nazionale unico. Oggi si contano più di settanta Pride rilevanti in tutto il paese. Qual è l’eredità di quella scelta?
Antonello Sannino: L’Onda Pride nasce a Napoli nel 2013, da un’idea mia e di pochi altri. Eravamo in cinque: il Pride sardo, Milano, Catania, Napoli e Bologna. Quell’anno il Pride nazionale era a Palermo, il 22 giugno. L’Onda Pride nacque la settimana successiva.
L’idea di fondo era di maturità del movimento. Il Pride nazionale itinerante, negli anni, aveva sviluppato comitati territoriali capaci di organizzare Pride con continuità. Le grandi città chiedevano sempre più di avere una piazza propria, indipendentemente dal Pride nazionale o da quello di Roma. Si trattava di mettere a sistema quello che era già cresciuto. Il nome era un omaggio all’onda studentesca degli anni Novanta: uniti nella piattaforma politica, nelle rivendicazioni. Un’onda che potesse arrivare nei piccoli centri, nel paese degli ottomila campanili si puntava a diventare il paese degli ottomila Pride.
Si immaginava anche qualcosa di più ambizioso: una piazza al nord, una al centro, una al sud, collegate da maxischermi, sul modello dello sciopero generale con i grandi sindacati. Poi si è capito che l’Onda non poteva concentrarsi in un solo giorno e si è dilatata nel tempo: oggi inizia ad aprile con Sanremo e termina a ottobre con i Pride nelle città del sud. Cresce ogni anno, cinque, dieci Pride in più. Fu un modello giusto, che sta cambiando il paese.
Perché la spaccatura con Arrevutamm Pride è insanabile?

Antonello Sannino: Non credo che sia insanabile. A Napoli ci sono stati Pride antagonisti anche nel 2009 e nel 2011, con i centri sociali. Non è una novità né sarà l’ultima volta. Credo anzi che possa essere giusto avere più Pride nelle grandi città.
Quello che trovo profondamente sbagliato è lo scontro tra Pride. Questo governo reazionario è riuscito a fare pochissimo di quello che si era prefisso: niente premierato, niente autonomia differenziata, niente riforma della giustizia, niente ponte sullo Stretto, niente blocco navale. In compenso è riuscito in due leggi fortemente ideologiche: la gestazione per altri come reato universale e il blocco dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Ci è riuscito grazie alla divisione del movimento. Chi attacca qualsiasi Pride, di fatto, si schiera con la destra.
Noi avevamo cercato il dialogo con Arrevutamm ancora prima che venisse annunciata la presenza di due Pride. Quel dialogo non c’è stato. Ci auguriamo che ci possano essere dieci, cento Pride a Napoli, perché no, anche uno per ogni giorno dell’anno. Ma che vadano tutti nella stessa direzione, con rispetto reciproco e con la consapevolezza che il nemico vero è questa destra reazionaria. I profili fake e i troll che in questi giorni riempiono di insulti le nostre pagine arrivano ogni anno, ad ogni Pride: quello è il nemico. Chi propone il boicottaggio del Napoli Pride si sta schierando con loro, che lo voglia o no.
È vero che molti sponsor si sono ritirati? Riesci a darci una panoramica?
Antonello Sannino: Sì, è vero che diverse aziende hanno ritirato il loro sostegno. Ma bisogna smettere di raccontare bugie su questo punto. Non c’è un grande interesse delle multinazionali capitaliste nei nostri Pride, almeno non a Napoli. Le realtà come la nostra sono piccole rispetto alle logiche di quelle aziende. Non c’è un meccanismo strutturato di pinkwashing o rainbow washing.
Tutti i rapporti con le aziende, anche le multinazionali, sono nati da relazioni individuali: singoli lavoratori e lavoratrici LGBT e queer che, internamente alle loro aziende, hanno costruito percorsi di sostegno al Pride, spesso con risorse molto limitate. Il caso di Avio (azienda che produce strumentazione bellica e armi) è emblematico: il rapporto nacque da un’istanza dei dipendenti che volevano partecipare e sostenere il Pride indipendentemente dalla propria azienda. Da due anni Avio non ci supporta più ufficialmente, ma quei lavoratori e quelle lavoratrici vengono lo stesso, con i loro striscioni. Il Pride si farebbe comunque anche senza sponsor. Si sta creando, su questo tema, un danno enorme alla credibilità del dibattito.
La questione dei Gay Conservatori e Liberali, che contestano il Pride come strumento politico di sinistra, è sempre più rumorosa. È una critica che va ascoltata?
Antonello Sannino: Rispondo da radicale libero. Ho ricevuto un invito dai Gay Conservatori a marzo e sono stato molto chiaro con loro: non condivido le loro posizioni. A partire dal nome, che contiene un ossimoro etimologico, culturale e politico. Una persona gay, LGBT, queer non può essere conservatrice, non può puntare a conservare uno status quo che è fatto di discriminazione, violenza e marginalità. Non posso accettare le loro posizioni sull’aborto né sulla gestazione per altri.
Detto questo, non significa che non si debba aprire un dialogo con quel mondo. Come a Napoli accettammo il tesseramento di Francesca Pascale quando era ancora compagna di Berlusconi, e abbiamo contribuito ad aprire il Dipartimento dei Diritti Civili in Forza Italia con Mara Carfagna, scelte che si sono rivelate decisive per spostare un pezzo di opinione pubblica sulle unioni civili, è importantissimo parlare anche con chi vota una destra liberale, aperta sui diritti civili, che si contrapponga al modello di Vannacci e Salvini. Con quel mondo apriamo il dialogo. Ma non condividendo l’impostazione dei Gay Conservatori, a cominciare dal nome stesso.
La vulgata secondo cui il Pride è di tutte le persone LGBTQIA+ non corrisponde alla realtà: il Pride è un evento politico e quindi non può mettere tutti d’accordo. Come si fa?
Antonello Sannino: Quello che sta succedendo non è una novità, è solo amplificato. Nel 2009 e nel 2011 c’erano Pride antagonisti a Napoli, quando in Italia i Pride erano tre o quattro in tutto. Oggi sono settanta: la cassa di risonanza è proporzionalmente più grande.
Il Pride è sempre stato politico, da Stonewall, e anche prima di Stonewall, perché i momenti di orgoglio nella comunità LGBT esistevano già, solo che non li chiamavamo così. Ci saranno sempre fratture interne. Il punto è non far diventare quelle fratture un punto di debolezza strutturale. Arrivare a pubblicare post con “boicottiamo il Napoli Pride” da parte di attivisti queer è un errore di proporzioni gigantesche, che indebolisce tutti, e indebolisce soprattutto le soggettività più fragili: le persone trans, le persone non binarie, chi è più esposto. Più si è fragili, più si è vulnerabili agli attacchi interni.
Dobbiamo essere uniti nelle diversità. Con una distinzione fondamentale: il Pride deve essere profondamente politico e profondamente apartitico.
L’anno scorso Keshet è salita sul palco del Napoli Pride tra insulti e lanci di oggetti. Quest’anno viene esclusa dal Roma Pride. Cosa sta succedendo?
Antonello Sannino: Quello che accadde l’anno scorso al Napoli Pride fu vergognoso. I ragazzi e le ragazze di Keshet, così come quelli di Certi Diritti, che furono maltrattati quasi allo stesso modo, stavano raccontando la loro visione da persone queer ed ebree: contestazione al governo di Netanyahu, difesa dell’esistenza dello Stato di Israele, tutela della comunità ebraica queer in Italia. Tutto quello che successe è stato segnalato all’autorità di pubblica sicurezza con esposti e denunce.
Quello che rivendico con orgoglio è che il Napoli Pride è stato l’unico Pride in Italia, e forse in Europa, a dare la parola fino all’ultimo secondo all’associazione ebraica Keshet. Un giorno, quando si sarà sedimentato tutto questo odio, ci renderemo conto di quanto sia stato profondamente sbagliato escludere Keshet dalle nostre piazze.
Voglio bene a Mario Colamarino (presidente comitato Roma Pride, dove i carri Keshet non potranno sfilare) personalmente, siamo entrambi vesuviani, lui di Torre del Greco, io di Torre Annunziata, siamo le due torri, abbiamo fatto insieme un Pride bellissimo l’anno scorso. Non immagino nemmeno il livello di pressione che sta ricevendo in questi giorni. Ma credo che escludere il carro di Keshet dal Roma Pride sia una scelta sbagliata. Spero che da qui al Pride si trovi un punto di convergenza, perché ogni attacco a qualsiasi Pride è un favore fatto alle destre. Mi auguro che il Circolo Mario Mieli abbia la capacità di rivedere, anche solo in parte, la propria posizione e di consentire una partecipazione serena e in totale sicurezza all’associazione ebraica Keshet.
Mentre ci si divide all’interno, fuori gli avversari della comunità LGBTQIA+ sono sempre più agguerriti. Questa divisione indebolisce la capacità di risposta?
Antonello Sannino: Questo governo è stato bloccato quasi su tutto: ponte sullo Stretto, riforma della giustizia, autonomia differenziata, piano industriale, piano energetico. L’economia stagna. In compenso sono riusciti in due leggi fortemente ideologiche, e c’è da chiedersi anche della loro tenuta costituzionale. La domanda è: perché ci sono riusciti proprio su quelle? Perché nel movimento LGBTQ italiano c’è una frattura profondissima che ha indebolito in modo spaventoso la nostra capacità di incidere nell’agenda politica del paese.
Lo dico con chiarezza: ogni attacco a un Pride, a un’associazione LGBTQ, a un collettivo queer, a un singolo attivista, è un favore gigantesco alla destra reazionaria. Non ce lo possiamo permettere. Il mondo fuori ci spara addosso e diventa ogni giorno più ostile. Dobbiamo assolutamente trovare un punto di caduta che ci consenta di essere più forti, da posizioni diverse, ma unite, rispetto a quello che è il vero avversario del progresso dei diritti nel nostro paese.
