Quella di Napoli è la versione più acuta di una tensione che nel 2026 attraversa tutta la stagione dei Pride italiani: chi rappresenta la comunità LGBTQIA+, con quali alleanze, su quali basi politiche.
Su questo giornale abbiamo sollevato la questione già anni fa, ricevendo spallucce da molte associazioni e leader della comunità LGBTIAQ+. Nel 2023, nel silenzio, scrivevamo: “Cosa vogliono dirci i Pride antagonisti?“. Nel 2024 la nostra domanda si era fatta più ficcante: “Pride antagonisti o istituzionali: a quale partecipare?”
A Roma il coordinamento del Pride ha escluso i Gay Conservatori e Liberali, scatenando accuse e controaccuse. L’associazione ebraica Keshet non ha avuto il permesso di sfilare con il proprio carro. Le domande su pinkwashing, sionismo e confini della comunità si ripresentano ovunque, con intensità crescente. Napoli è il punto in cui queste tensioni sono esplose con più forza, producendo una spaccatura che non sembra ricomponibile. A Milano alcuni collettivi hanno organizzato il Trans Pride: una comunità nella comunità ha ritenuto che il Pride generalista non è sufficiente. Con i medesimi presupposti, a Roma i collettivi trans hanno preferito non usare la parola Pride e hanno organizzato la Trans Queer Liberation March.
Ripercorriamo ora costa è accaduto, e sta ancora accadendo, a Napoli.
La frattura è sintomatica: due cortei, due date, due idee di comunità che non si parlano. Da una parte il Napoli Pride, in programma il 27 giugno, organizzato da un Comitato che esiste da trent’anni e che raccoglie Antinoo Arcigay Napoli, l’Associazione Transessuale Napoli, ALFI Napoli Le Maree, Pride Vesuvio e il Coordinamento Campania Rainbow. Dall’altra Arrevutamm Pride, rete queer e transfemminista, autofinanziata e senza sponsor, che il 20 giugno scenderà in piazza per il secondo anno consecutivo rivendicando un percorso autonomo.
Le accuse
Le accuse di Arrevutamm sono durissime. Il Comitato del Napoli Pride si sarebbe ricostituito “con modalità autoritarie“. Il linguaggio scelto per il rilancio (transfemminismo, queer, antigenocidio) sarebbe usato in modo strumentale. Al centro c’è Antonello Sannino, presidente di Antinoo Arcigay Napoli, accusato di aver partecipato al Pride di Tel Aviv nel 2025, poi annullato per l’escalation militare mentre lo stesso Antonino era sotto le bombe, mentre a Gaza era in corso quello che Arrevutamm definisce un genocidio. C’è poi il nodo dei Gay Conservatori e Liberali: Arrevutamm sostiene che Sannino sarebbe stato annunciato come ospite di una loro convention. Per la rete, anche solo non smentire quel rapporto equivale a legittimare un’organizzazione descritta come omonazionalista e funzionale a contrapporre “lesbiche e gay normali” alle persone trans.
La replica
La replica del Napoli Pride è altrettanto netta. Le accuse sono “informazioni non veritiere, semplificazioni strumentali e narrazioni distorte“. Sul transfemminismo, il Comitato dice di non avere bisogno di rivendicarlo a parole: la piattaforma politica è pubblica e include il pieno riconoscimento delle persone trans, non binarie e queer. Sull’isolamento di Sannino, il Comitato avverte che delegittimare un singolo nome significa cancellare il lavoro collettivo di decine di attivisti, comprese le soggettività trans e queer interne al Comitato stesso. Sulle accuse nel merito (il viaggio a Tel Aviv nel 2025, i Gay Conservatori) il Napoli Pride sceglie di non rispondere punto per punto: lo spazio digitale, scrive, non è il luogo in cui si misura la credibilità politica di un Pride.
Il sintomo di una frattura più ampia
Napoli non è un caso isolato. Tensioni simili attraversano altri Pride italiani. A Roma, il coordinamento ha escluso i Gay Conservatori e Liberali dai talk della Pride Croisette: Francesca Pascale ha risposto dando del “fascista rosso” al presidente del Roma Pride Mario Colamarino. Sempre a Roma, le bandiere dell’associazione ebraica Keshet non saranno ammesse nel corteo. Le stesse domande su pinkwashing, sionismo, alleanze con le istituzioni e confini della comunità si ripresentano, città per città, con intensità crescente. Il Pride sta diventando uno specchio della polarizzazione politica generale: posizioni che si radicalizzano, spazi di mediazione che si restringono, toni che somigliano sempre di più a quelli del dibattito pubblico che il movimento diceva di voler tenere a distanza.
Il problema è che nel frattempo i diritti delle persone LGBTQIA+ non sono in pausa. In Italia mancano ancora protezioni contro i crimini d’odio, il riconoscimento delle famiglie arcobaleno resta incompleto, le persone trans affrontano iter burocratici e sanitari che il Parlamento non ha ancora riformato, oltre a una più generale persecuzione ideologica sbandierata dall’attuale destra di governo. Una destra che gongola, vedendo la comunità LGBTIAQ+ divisa.
Quanto spazio resta, dentro questa polarizzazione, per occuparsi di chi quei diritti li aspetta ancora?
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