C’è un fermo per l’omicidio di Roberto Pietro Guerrino, l’interprete di 60 anni trovato morto il 14 giugno nel suo appartamento di via Nino Oxilia 11, a NoLo, Milano. I carabinieri del Nucleo investigativo e della compagnia Duomo, coordinati dal pm Carlo Scalas, hanno fermato un ragazzo di 19 anni con precedenti per rapina, maltrattamenti e lesioni. Il ragazzo avrebbe confessato in sede di udienza. Il fermo è stato convalidato e il 19enne si trova ora nel carcere di San Vittore. Il ragazzo ha ammesso l’omicidio e ha specificato di aver risposto all’annuncio per bisogno di denaro.
«Avevo bisogno di soldi, per questo avevo risposto al suo annuncio. L’ho colpito prima a mani nude e poi con la statua di Buddha.»
La ricostruzione
Secondo gli inquirenti, il delitto è avvenuto tra le 19.30 e le 20.30 di venerdì 13 giugno, dopo un incontro organizzato tramite app. Il 19enne avrebbe colpito la vittima con oltre dieci violenti colpi alla testa e al volto, sferrati con le statuette di Buddha che Guerrino collezionava per la sua pratica religiosa. Le statuette erano state trovate insanguinate accanto al corpo. Dopo il delitto, il ragazzo ha sottratto cellulare, tablet, computer, soldi e documenti della vittima, uscendo dall’appartamento con tracce di sangue su mani e braccia.
Come è stato trovato
Decisive per le indagini le immagini delle telecamere della zona, dei palazzi vicini e dei mezzi pubblici, che hanno permesso di ricostruire i movimenti del 19enne dopo l’uscita da via Oxilia. Già sabato, il giorno successivo al delitto, il ragazzo si era allontanato da Milano raggiungendo la provincia di Messina, dove aveva trovato rifugio in un autodemolitore. Sorpreso dal titolare, era stato allontanato dai carabinieri locali ed era rientrato a Milano. Lunedì sera è stato bloccato alla stazione di Melzo con diversi bagagli, mentre secondo gli investigatori stava tentando di fuggire nuovamente. Determinante anche il recupero del tablet rubato alla vittima: era stato ceduto dal 19enne alla sua fidanzata, che lo aveva con sé al momento del sequestro. Il Ris aveva inoltre individuato un’impronta palmare del ragazzo nell’appartamento, nel punto in cui si trovava la statuetta usata come arma. L’analisi del traffico del router wifi di casa Guerrino ha infine stabilito che tutti i dispositivi della vittima si erano disconnessi alle 20.30 di venerdì 13 giugno.
Il 17enne
La posizione di un secondo ragazzo, un 17enne, è al vaglio del tribunale per i minorenni. Le telecamere lo riprendono in compagnia del 19enne nei pressi del palazzo di via Oxilia il giorno del delitto. Secondo i riscontri degli investigatori, tuttavia, il minore non sarebbe mai entrato nello stabile. Il 17enne risulta al momento indagato a piede libero.
La possibile cornice omofobica
La frase pronunciata dal ragazzo in fase di udienza “Avevo bisogno di soldi, per questo avevo risposto al suo annuncio” conferma un quadro di omobitransfobia. L’assassino ha intenzionalmente accettato un incontro intimo per bisogno di soldi, ha tenuto a precisare dunque di non essere una persona attratta dagli uomini. Poi, davanti al possibile partner con cui aveva concordato l’incontro tramite messaggi, ha avuto una reazione sproposistata, che non può che essere ricondotta ad un impeto di odio e non accettazione per l’identità e le richieste della vittima.
Il contesto: l’allarme di Arcigay
Il caso Guerrino non è isolato. Secondo un report di Arcigay pubblicato a maggio, le app di incontri sono diventate strumenti sistematici di adescamento a fini criminali: il documento censisce almeno 14 casi di aggressioni, rapine, estorsioni e ricatti ai danni di persone LGBTQ+ contattate via chat. A Treviso un 42enne adescato e picchiato. A Bergamo e Caserta aggressioni seriali. A Padova e Rovigo uomini raggiunti a casa e rapinati. Il caso più grave ad Alessandria: due ventenni adescano una ragazza trans tramite app e la uccidono. «L’app di incontri è diventata un terreno di caccia per soggetti che combinano odio, omofobia e opportunismo criminale», ha dichiarato il presidente di Arcigay Gabriele Piazzoni.
