Omicidio di Roberto Guerrino, trovata l’arma del delitto con le impronte

Le indagini hanno messo a fuoco la dinamica dell'assassinio. Possibili anche tracce biologiche sul corpo della vittima.

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Una statuetta di Buddha usata come arma, oggetti di valore spariti dall’appartamento e un precedente inquietante risalente al 2023: emergono nuovi elementi sull’omicidio di Roberto Pietro Guerrino, l’interprete di 60 anni trovato morto sabato 14 giugno nel suo appartamento di via Nino Oxilia 11, nel quartiere NoLo a Milano.

Il delitto

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Il corpo di Guerrino giaceva in salotto tra larghe pozze di sangue. L’uomo era seminudo, le ferite, multiple, erano concentrate sulla testa e sul volto. A dare l’allarme era stato l’ex compagno residente a Genova, con cui la vittima si sentiva quotidianamente: dopo una serata e una mattinata senza risposta, l’uomo aveva inviato una nipote sul posto. I vigili del fuoco avevano aperto la porta blindata, chiusa con più mandate, grazie alle chiavi di una vicina. La morte risale alla tarda serata di venerdì 13 giugno. Le indagini sono coordinate dal pm Carlo Scalas, con i carabinieri del Nucleo investigativo e della compagnia Duomo.

Membro dell’AIIC dal 2008, Guerrino aveva lavorato come interprete per re Carlo d’Inghilterra, Bill Clinton, Henry Kissinger, i presidenti Napolitano e Mattarella, Mario Draghi e Mario Monti.

I nuovi sviluppi

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L’autopsia, disposta dal pm Scalas, dovrà stabilire con certezza l’arma del delitto. L’ipotesi più accreditata è che il killer abbia utilizzato una o più statuette di Buddha che Guerrino collezionava per la sua fede: sono state trovate a terra, insanguinate, accanto al corpo. I reperti sono stati inviati al Ris di Parma per l’isolamento di tracce biologiche e impronte digitali. “Era una brava persona, ed era buddista” avevano confermato ieri alla stampa i titolari di un bar sotto casa che conoscevamo la vittima.

Il killer ha portato via soldi, portafogli, telefono e computer. Il movente ipotizzato è una rapina, forse scaturita da una lite per denaro dopo un incontro sessuale, probabilmente fissato tramite le app Grindr e Romeo, già utilizzate dalla vittima. Gli inquirenti chiederanno alle piattaforme i dati del profilo di Guerrino per ricostruire i suoi ultimi contatti. Dai dispositivi sequestrati si cercano elementi per identificare chi era in casa quella notte, così da affiancare le ricerche digitali alle possibili tracce biologiche, impronte digitali incluse, trovate sulle statuette. Gli investigatori ipotizzano infatti che Guerrino possa essersi difeso: se confermato, le analisi sul corpo potrebbero rivelare tracce biologiche dell’assassino. La telecamera puntata sull’ingresso del palazzo è risultata malfunzionante. Sotto analisi ora le immagini degli impianti vicini.

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Emerge infine un precedente diretto. Nel febbraio 2023, nello stesso appartamento di via Oxilia, Guerrino aveva denunciato una rapina dopo un incontro su Grindr: un 25enne egiziano lo aveva minacciato e derubato di 275 euro, per poi tornare più volte alla sua porta con complici, costringendolo a prelevare al bancomat. Proprio quando Guerrino era sceso in strada a prelevare i contanti, assediato dai rapinatori, era riuscito a dare l’allarme avvisando dei passanti. All’epoca il referto della clinica Mangiagalli aveva certificato sette giorni di prognosi. Il presunto autore era stato identificato tramite riconoscimento facciale. Gli inquirenti stanno ora valutando se il copione si sia ripetuto.

L’allarme per le aggressioni via chat

Intanto ha generato stupore e proteste nella comunità LGBTIAQ+ il rivelamento da parte della stampa di alcuni dettagli sugli indumenti trovati dalle forze dell’ordine addosso al corpo esanime della vittima al momento dell’irruzione in casa, a delitto avvenuto. Si moltiplicano inoltre gli appelli delle associazioni LGBTIAQ+ sulla crescente pericolosità delle app di incontri, che sempre più spesso diventano possibili trappole di adescamento e successiva aggressione al fine di estorsione o rapina. Secondo l’ultimo report di Arcigay dello scorso maggio in occasione della giornata contro l’omobtransfobia, le app di incontri sono diventate strumenti sistematici di adescamento a fini criminali: il documento censisce almeno 14 casi di aggressioni, rapine, estorsioni e ricatti ai danni di uomini gay e persone trans contattate via chat. A Treviso un 42enne adescato e picchiato. A Bergamo e Caserta aggressioni seriali. A Padova e Rovigo uomini raggiunti a casa e rapinati. A Bologna e Rimini coppie organizzate per adescare vittime. Il caso più grave ad Alessandria: due ventenni adescano una ragazza trans tramite app e la uccidono. «L’app di incontri», aveva dichiarato il presidente di Arcigay Gabriele Piazzoni, «è diventata un terreno di caccia per soggetti che combinano odio, omofobia e opportunismo criminale».

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