Dal 27 giugno al 4 luglio si sono svolti a Valencia i Gay Games 2026, la più grande manifestazione mondiale di sport e cultura aperta alle persone LGBTQIA+ e a tutti gli alleati, senza requisiti di orientamento sessuale, identità di genere o livello agonistico.

Per la prima volta nella storia i Gay Games si sono svolti in Spagna e nell’area del Mediterraneo, trasformando Valencia in un punto di incontro internazionale all’insegna dell’inclusione, della partecipazione e del rispetto. I principi fondanti dell’evento sono rimasti quelli della prima edizione del 1982: Participation, Inclusion e Personal Best, con l’obiettivo di mettere al centro la partecipazione prima della prestazione sportiva.

Secondo gli ultimi dati diffusi dagli organizzatori e dalle autorità locali, l’edizione 2026 ha coinvolto circa 10.200 partecipanti provenienti da oltre 80 Paesi, impegnati in 37 discipline sportive insieme a un ricco programma culturale fatto di concerti, mostre, spettacoli, incontri e iniziative comunitarie, presentandosi anche come importante appuntamento turistico internazionale.

Gay Games 2026, Valencia chiude un'edizione da oltre 10.000 partecipanti. Il resoconto - Gruppo Pesce Roma Gay Games - Gay.it
Gruppo Pesce Roma ai Gay Games

Come ogni evento sportivo che si rispetti non sono mancate le controversie. L’organizzazione dell’evento è stata accompagnata dalle tensioni tra la Federation of Gay Games, il Comune di Valencia e parte del movimento LGBTQIA+ locale, con alcune associazioni storicamente coinvolte nella candidatura che hanno deciso di ritirare il proprio sostegno denunciando un ridimensionamento del ruolo del movimento nella governance dei Giochi. Nonostante ciò la manifestazione si è svolta regolarmente e ha registrato una partecipazione importante. Il numero di atleti si è infatti sostanzialmente mantenuto sullo stesso livello di Parigi 2018 (10.317) e dell’edizione congiunta Hong Kong–Guadalajara del 2023 (10.318). Il record spetta ancora ai Gay Games di Amsterdam del 1998, con 13.000 partecipanti.

Eventi e cultura

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Oltre alle competizioni sportive, i Gay Games XII hanno proposto un ricco programma culturale con concerti, festival corali e bandistici, mostre, videomapping, esposizioni artistiche e il tradizionale Rainbow Memorial Relay, a conferma della natura dell’evento come celebrazione congiunta di sport, cultura e diritti. La cerimonia inaugurale, ospitata allo Stadio Ciutat de València, ha richiamato oltre 13.500 spettatori, mentre la cerimonia di chiusura, ospitata al Pavelló Fonteta, ha visto l’esibizione di artisti della scena pop spagnola come Nebulossa, Rebeca e Mia Collado, insieme ai cori dei Gay Games, al passaggio della bandiera alla città di Perth (Australia), sede dell’edizione 2030, e a uno spettacolo conclusivo di fuochi d’artificio.

Sport e persone trans

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Tra i temi principali al centro della riflessione sui diritti LGBTQIA+ nello sport vi è stata l’esclusione delle persone trans dalle categorie femminili, recentemente annunciata dal Comitato Olimpico Internazionale. Tra i dibattiti organizzati nel format “Out loud” durante la settimana dei giochi si è parlato proprio di questo giovedì 2 luglio, nel talk moderato da Martin Munoz, attivista trans di Seiten Wechseln Berlin, che ha ospitato sul palco i rappresentanti dell’associazione cilena Disphoria Football.

Tra gli argomenti trattati, l’idea di lanciare una competizione mondiale di calcio per tutte le persone trans, con l’obiettivo di creare comunità generare empowerment e mandare un messaggio politico di pari accesso allo sport per tutte le persone. Al termini dell’iniziatica i rappresentanti della Federazione dei Gay Games, Jan Schneider e Sophia Goodner-Rodriguez, hanno sottoscritto la Charter for Gender Diversity in Sports, che contiene una serie di concreti benchmark per rendere gli spazi sportivi accessibili alle persone trans. La carta è stata elaborata da Seiten-Wechseln Berlin ed è già riconosciuta da EGLSF, la federazione che licenzia ogni anno gli Eurogames in Europa.

Le testimonianze Italiane

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Tra la delegazione italiana hanno sfilato diversi atleti, tra cui in particolare la Polisportiva Momo di Padova, con una squadra di Pallavolo, e il Gruppo Pesce Roma, che è tornato a casa con una doppia medaglia di argento nel nuoto.

La Polisportiva Momo di Padova è nata nel 2008, con un tesseramento che oggi coinvolge circa 350 atleti iscritti tra pallavolo, calcio trekking e pádel. I Gay Games di Valencia sono stati i loro primi giochi. “Lo sport è il mezzo che ha permesso di sentirci noi stess* in mezzo a tante altre persone. Con AICS stiamo facendo partire il primo campionato di pallavolo dove le persone trans vengono riconosciute nel loro genere elettivo. La prima edizione partirà a ottobre 2026. Ognuno nel proprio piccolo cerca di combattere per i diritti“, ci ha detto Diego Loperfido, vicepresidente della Polisportiva Momo di Padova.

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Gruppo Pesce Roma

Essere presenti ai Gay Games non significa soltanto gareggiare: significa rappresentare con orgoglio una comunità che continua a rivendicare il proprio diritto alla visibilità, all’inclusione e alla piena partecipazione in ogni ambito della società, compreso quello sportivo“, ha aggiunto il presidente del Gruppo Pesce Roma Francesco Paolo Gagliano.Sono particolarmente orgoglioso che quest’anno abbiamo rappresentato l’Italia nel nuoto ai Gay Games di Valencia. In un momento storico in cui, anche in Italia, i diritti e il riconoscimento delle persone LGBT+ richiedono ancora attenzione e impegno, partecipare a manifestazioni internazionali come questa assume un valore che va ben oltre il risultato agonistico: è un messaggio di presenza, di condivisione e di orgoglio. A rendere questa esperienza ancora più speciale sono arrivati anche gli straordinari risultati dei nostri atleti: Giulio Martellotti ha conquistato la medaglia d’argento nei 1500 metri stile libero e Giulio Anzuinelli un altro argento nei 400 misti. Traguardi che premiano il loro impegno e dimostrano come lo sport possa essere uno strumento potente di inclusione, rappresentanza e cambiamento“.

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Rosario Coco

Presente a Valencia anche Rosario Coco, Presidente Gaynet e Coordinatore Ufficio Outsport, che ha partecipato al torneo di calcio a 7 con la formazione NOVA Pride FC (Northern Virginia Pride), raccontandoci la sua esperienza:

Da più di 10 anni frequento gli Eurogames, ed ero stato anche ai Gay Games di Parigi, per attività di ricerca, advocacy e contributo ai programmi culturali. Questa volta ero in campo. C’erano persone letteralmente da tutto il mondo, incluso un ragazzo nigeriano che vive negli Stati Uniti e che giocava nella mia squadra. Proveniva da un Paese dove gli omosessuali, oltre a essere criminali per legge, rischiano il linciaggio per strada. Era lì con un compagno, un ragazzo berlinese. Toccare con mano l’atmosfera di libertà che si respirava al Centro Polisportivo Nazaret è stato liberatorio. Non era certo il mio primo torneo di calcio LGBTQIA+, ma vuoi per l’occasione, per il numero di persone o per la dimensione internazionale, la sensazione è stata quella del materializzarsi di una visione: vorrei vedere un giorno un calcio in cui, a fine partita, due giocatori possano scambiarsi un bacio o un gesto di affetto, esattamente come succedeva lì, un manifesto contro la mascolinità tossica che farebbe bene a tutti giocatori del calcio maschile. Magari quel giorno succederà in Champions League e non solo ai Gay Games. A quel punto questo evento diventerà un grande memorial del tempo che fu, perché come abbiamo imparato di memoria c’è sempre un gran bisogno. Inoltre, ciò che mi ha letteralmente commosso è stata la presenza nello stesso centro di ben due campi estivi, tra cui la Football Technical Academy Valencia, con ragazzi tra gli 8 e 13 anni che svolgevano le loro attività condividendo i nostri spazi, parlando con noi, facendo il tifo per le varie squadre. A sostenere l’organizzazione del torneo di calcio c’era la Federazione Calcistica di Valenzia, l’equivalente del nostro comitato FIGC locale. Ho chiesto loro se gli organizzatori dei campi esitivi fossero consapevoli dei Gay Games e se temevano le proteste di qualche genitore. Mi hanno risposto che erano al corrente di tutto e che no, non avevano nessun timore, aggiungendo che forse sarebbe stato possibile 10 anni fa, ma oggi è fuori discussione. Uno degli allenatori, con cui sono rimasto in contatto, mi ha detto che la presenza lì fa bene ai ragazzi, perché tra le loro priorità c’è prima la persona e poi il giocatore. In Italia siamo ancora ai primi tentativi di risvegliare il calcio da questo punto di vista, vedi la Lega Nazionale Dilettanti, ma uno scenario del genere resta ancora molto lontano, purtroppo, specie per la situazione politica”.

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