Si aspettava ormai solo l’ufficialità, visto e considetato che se ne parlava da mesi, e ora tra mille polemiche è arrivata. Il Comitato Olimpico Internazionale ha annunciato che le donne transgender non avranno più alcuna possibilità di partecipare alle competizioni femminili dei Giochi Olimpici e Paralimpici, invernali o estive che siano. La nuova politica del CIO, che entra in vigore immediatamente, è di fatto storica, perché segna un cambiamento radicale rispetto alle precedenti linee guida che consentivano la partecipazione sulla base di livelli di testosterone regolamentati.
La tanto temuta e contestata decisione arriva dopo la creazione di una “task force”, che la neo presidente Kirsty Coventry aveva voluto affinché esaminasse la questione. I famigerati test biologici per tutte le atlete donne, che oltre 70 associazioni avevano fortemente criticato a inizio marzo, diventeranno realtà per prendere parte alle Olimpiadi di Los Angeles 2028.
Stop alle atlete trans e intersessuali, l’annucio del CIO
Secondo il CIO questa decisione mira a dare priorità a “equità e sicurezza” nello sport femminile, ma saranno le atlete con DSD (differenze nello sviluppo sessuale) a subirne maggiormente le conseguenze. Il CIO ha confermato che tutte le atlete che parteciperanno alle competizioni femminili saranno da ora in poi soggette a procedure obbligatorie di verifica del sesso.
L’idoneità sarà determinata “sulla base di uno screening genetico SRY effettuato una sola volta“, metodo utilizzato per verificare la presenza del cromosoma Y. “Con la rara eccezione delle atlete con diagnosi di Sindrome da Insensibilità Androgena Completa (CAIS) o altre rare differenze/disturbi dello sviluppo sessuale (DSD) che non traggono beneficio dagli effetti anabolizzanti e/o di miglioramento delle prestazioni del testosterone, nessuna atleta con un test SRY positivo sarà idonea a competere nella categoria femminile di un evento CIO“, si legge nel comunicato ufficiale.
Nel 2021 il CIO aveva dato libertà di scelta a ciascuna federazione, nel definire la propria politica. Adesso spetterà a tutte le federazioni e agli enti sportivi nazionali organizzare gli obbligatori test cromosomici, che dovranno essere effettuati una sola volta nella vita dell’atleta. Questo test andrebbe ad escludere non solo le atlete trans ma anche quelle intersessuali, come si ipotizza la pugile algerina Imane Khélif, medaglia d’oro a Parigi 2024.
Il gene SRY e i test genetici del sesso

Da adesso in poi tutto ruoterà attorno al gene Sry, situato sul cromosoma Y e responsabile dell’attivazione dello sviluppo sessuale maschile durante la fase embrionale. “La presenza di questo gene è stabile per tutta la vita e rappresenta una prova altamente accurata”, sostiene il CIO. Chi ce l’ha non potrà gareggiare agli eventi del Comitato Olimpico Internazioanle. Le atlete che risulteranno negative al test genetico saranno idonee. Quelle positive, comprese le atlete transgender XY e le atlete con differenze dello sviluppo sessuale (DSD) sensibili agli androgeni, non potranno mai più competere nelle categorie femminili.
“Come ex atleta credo profondamente nel diritto di competere in modo equo. Ai Giochi, anche il minimo margine fa la differenza tra oro e sconfitta. Non sarebbe equo, e in certi casi nemmeno sicuro, permettere a maschi biologici di gareggiare nella categoria femminile“, ha commentato Kirsty Coventry, utilizzando un linguaggio vergognosamente transfobico e trumpiano. Proprio il tycoon ha dato il via a simile stop, con l’ordine esecutivo firmato a inizio 2025, costringendo il Comitato Olimpico e Paralimpico USA ad adeguarsi e ora lo stesso CIO, a due anni dalle Olimpiadi a stelle e strisce di Los Angeles, a fare altrettanto. Secondo Coventry la decisione del CIO è “basata su dati scientifici ed è stata guidata da esperti medici”. “Ogni atleta deve essere trattato con dignità e rispetto, e gli atleti dovranno sottoporsi allo screening una sola volta nella vita. Devono essere fornite informazioni chiare sulla procedura e deve essere disponibile un supporto psicologico, oltre alla consulenza medica specialistica”.
Eppure nella storia dei Giochi Olimpici estivi c’è stata solo una donna trans ad aver gareggiato, ovvero la neozelandese Laurel Hubbard, nel sollevamento pesi a Tokyo nel 2021. Dopo mesi di insulti Hubbard uscì al primo turno, per poi ritirarsi a fine Olimpiadi.
L’allarme di oltre 70 organizzazioni contro i test genetici del sesso
Il 18 marzo scorso Sport & Rights Alliance (SRA), ILGA World, Humans of Sport e oltre 70 altre organizzazioni hanno pubblicamente criticato i test genetici sul sesso ora ufficializzati dal CIO. Nel 1996, dopo i Giochi Olimpici di Atlanta, lo stesso CIO votò per interrompere i test di verifica del sesso in quanto scientificamente ed eticamente ingiustificabili, poiché si trattava di un test impreciso per determinare sia il sesso che un eventuale vantaggio atletico delle atlete coinvolte, causando loro un danno considerevole. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, UN Women, l’Associazione medica mondiale, l’Associazione medica degli Stati Uniti e e più recentemente un gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno condannato i test di verifica del sesso e gli interventi medici non necessari in quanto discriminatori, non etici e dannosi.
“Obbligare donne e ragazze a sottoporsi a screening genetici obbligatori solo per fare sport significherebbe ripristinare una pratica che – anche nel caso di “test una tantum” – viola la loro privacy, le espone a giudizi e umiliazioni pubbliche estreme, e apre la strada a interventi medici non necessari”, ha affermato la dottoressa Payoshni Mitra, Direttrice Esecutiva di Humans of Sport, organizzazione che lavora con le atlete danneggiate dalle politiche di controllo del sesso nello sport a livello globale, con particolare attenzione alle atlete provenienti dall’Asia e dall’Africa. “Spesso si dimentica che alle Olimpiadi e alle competizioni internazionali partecipano anche atlete minorenni: questa politica comporterebbe enormi rischi per la loro tutela, poiché richiederebbe esami sui corpi di ragazze e bambine e la divulgazione di informazioni intime sulla loro salute, con il rischio di causare danni permanenti alla loro dignità, salute mentale e sicurezza“.
Non è poi chiaro come il CIO e le Federazioni Internazionali verificheranno gli screening genetici obbligatori in oltre 200 contesti nazionali diversi. Sebbene ciò possa potenzialmente danneggiare tutte le donne e le ragazze, i danni sarebbero particolarmente evidenti nei paesi del Sud del mondo, che dispongono di minori risorse e protezioni per gli atleti. Secondo l’organizzazione no profit statunitense The Inclusion Playbook, i test di verifica del sesso proposti dal CIO potrebbero costare fino a 10.000 dollari per atleta; resta da vedere come le FI o altri organi di governo sosterranno tali costi.
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Nell'articolo c'è un passaggio poco chiaro. Scrive il CIO che le persone con cromosma Y sono escluse con una eccezione: "differenze/disturbi dello sviluppo sessuale (DSD) che non traggono beneficio dagli effetti anabolizzanti e/o di miglioramento delle prestazioni del testosterone". Poi però l'articolo dice che verranno escluse le "atlete con differenze dello sviluppo sessuale (DSD) sensibili agli androgeni". Quindi le persone DSD sono escluse oppure no? Devo dedurre che le atlete DSD "sensibili agli androgeni" sono quelle che, nei termini del CIO, "traggono beneficio dagli effetti anabolizzanti e/o di miglioramento delle prestazioni del testosterone"? Gesù, non siamo tutti esperti di genetica, se magari ci aiutaste a fare un po' di chiarezza... grazie.