Alec Sebastian D’Aulerio e Arono Celeprin, attivistə LGBTQIA+ che hanno fondato insieme il Trans* Pride Milano, hanno denunciato un’aggressione omofobica subita sabato 18 luglio, intorno alle 15:30, nella metropolitana di Milano. Secondo la loro testimonianza, sarebbero statə insultatə, inseguitə e intimiditə fisicamente sulla linea gialla dopo essere statə vistə mentre si tenevano per mano.
L’episodio arriva a pochi mesi da una grave aggressione transfobica avvenuta lo scorso febbraio in una discoteca della città. Due episodi apparentemente diversi, ma legati, spiegano, dalla stessa volontà di controllare e punire i corpi trans e queer nello spazio pubblico. Alec e Arono ne hanno parlato con Gay.it.
L’aggressione omofobica nella metropolitana di Milano

Alec e Arono hanno scelto di raccontare pubblicamente quanto accaduto attraverso un post condiviso sui social. “L’abbiamo fatto perché era un dovere politico”, spiega Alec a Gay.it. “Quando inizi a considerare l’idea che rischiare la pelle ogni volta che esci di casa sia un’opzione, allora quella non è più una faccenda privata. Diventa un fatto pubblico che merita la giusta attenzione, in uno stato di diritto come il nostro”.
Nel post raccontano di aver iniziato a sentire alle loro spalle la parola “fr*ci”, ripetuta più volte dopo il loro ingresso in metropolitana. Poiché l’uomo parlava un’altra lingua, inizialmente Alec e Arono hanno provato a convincersi che il suono fosse soltanto simile all’offesa. La ripetizione insistente della parola ha però dissolto ogni dubbio.
Inizialmente avrebbero provato ad allontanarsi, sperando di evitare un’escalation, ma l’uomo avrebbe raggiunto nuovamente Alec e Arono, intimidendolə fisicamente.
“La sensazione di pericolo l’abbiamo percepita fin da subito, proprio dai modi insistenti dell’aggressore, per questo ci siamo allontanati”, racconta Arono. “Poi quando ci ha raggiunti cercando di intimidirci a livello fisico, ne abbiamo avuto la conferma. Quando ci siamo allontanati la seconda volta abbiamo concordato tra di noi un possibile piano di fuga: sapevamo già che ci avrebbe seguito ancora”.
Secondo quanto raccontato nel post, l’uomo si sarebbe poi seduto accanto a loro, continuando a ripetere “fr*ci” e “fr*ci italiani” durante quella che Alec e Arono ritengono fosse una videochiamata. Avrebbe inoltre ripreso entrambə con il telefono.
Alec e Arono avrebbero quindi cercato di allontanarsi una seconda volta, spostandosi verso l’ultimo vagone. Dopo alcuni minuti, però, l’uomo avrebbe ricominciato a seguirli. Nel post Alec racconta di essersi sentito, a quel punto, “ormai in trappola”. Avrebbe quindi iniziato a urlare, chiedendogli perché stesse seguendo entrambə e minacciando di chiamare la polizia. Solo allora l’aggressore si sarebbe allontanato.
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La precedente aggressione transfobica in discoteca
L’aggressione in metropolitana arriva a pochi mesi da un altro episodio, avvenuto nella notte di San Valentino all’interno di una discoteca di Milano.
Arono racconta che Alec aveva iniziato ad avvertire un forte malessere fisico, legato a una condizione di salute cronica ancora in fase di approfondimento. “Ci dice di dover correre in bagno, ma ben presto torna da noi dicendomi che i bagni degli uomini erano tutti occupati e in più avevano le grate sotto: si vedeva dentro quindi non se la sentiva comunque di andarci, essendo transgender”, spiega.
Alec, Arono e la sorella di Alec avevano quindi deciso di tornare a casa. Mentre aspettavano al guardaroba, però, Alec si sarebbe sentito quasi svenire dal dolore e avrebbe raggiunto il bagno delle donne, in quel momento libero e in grado di garantire maggiore privacy rispetto a quello degli uomini.
“Dopo un po’, non vedendolo tornare, lo abbiamo raggiunto io e sua sorella con le giacche”, prosegue Arono, precisando: “Io sono una persona nonbinary e quella sera avevo un’espressione di genere femminile”.
Poco dopo sarebbe entrato un addetto alla sicurezza, chiedendo se ci fosse un uomo all’interno del bagno. Nonostante i tentativi di spiegare il malessere di Alec, sarebbero stati chiamati altri membri della security.
“Arrivano 4 bodyguard, di cui una donna. Continuo a provare a spiegare la situazione, ma nonostante ciò lei apre la porta della cabina ben due volte mentre Alec è lì dentro in evidente stato di malessere e vulnerabilità, provato dal dolore e privo di forze, con gli altri tre uomini dietro che osservano a braccia conserte”.
Arono racconta di avere quindi provato a spiegare che erano persone trans. Da quel momento la situazione sarebbe ulteriormente degenerata. “Questo evidentemente fa scattare ancora di più uno di loro, che inizia a urlare. Nel frattempo Alec riesce a rivestirsi e uscire, nel tentativo di andare a casa, per evitare una escalation”.
Secondo il racconto, uno dei bodyguard avrebbe iniziato a urlare contro Alec e a spingerlo fisicamente. Arono si sarebbe messə in mezzo per cercare di proteggerlo, mentre un altro membro della sicurezza avrebbe assistito alla scena ridendo.
“Quando finalmente siamo arrivati fuori, il bodyguard ha dato a me del ‘trans del caz*o’”, racconta Arono. “Io, che fino a quel momento avevo avuto un atteggiamento molto calmo, mi sono giratə e gli ho urlato ‘come caz*o ti permetti?’, lui mi ha ignorato ed è tornato dentro, e noi siamo corsi a casa. Sono rimastə in stato di shock per almeno una settimana. Ci ho messo un mese a trovare il coraggio di mandare una mail alla struttura per denunciare l’accaduto”.
Dopo la mail inviata da Arono, il direttore del locale avrebbe risposto manifestando dispiacere e assicurando che avrebbe verificato l’accaduto e informato l’agenzia responsabile della sicurezza.
“Non so se poi siano stati concretamente presi provvedimenti, in ogni caso lì non ci metterò più piede”, spiega Arono. “È difficile sentirsi al sicuro quando chi dovrebbe proteggerti diventa invece il tuo aggressore”.
“La continuità è totale”
Per Alec, tra l’episodio avvenuto in discoteca e quello in metropolitana esiste una relazione precisa. “Sì, la continuità è totale. A prima vista sembrano due cose diverse, ma la radice è la stessa. In entrambi i casi, delle persone si sono sentite in diritto di decidere se e come potevamo esistere in un luogo pubblico. A febbraio perché il mio corpo non rispettava le regole di genere binarie di un bagno; sabato scorso perché ci tenevamo per mano”.
Alec sottolinea come strade, locali e trasporti non possano essere considerati spazi realmente neutri per le persone trans e queer.
“La strada, i locali e i mezzi pubblici non sono neutri. C’è un sistema che pattuglia le nostre esistenze e tollera i corpi trans* e queer solo se restano invisibili o nascosti. Quando usciamo allo scoperto, scatta la punizione per rimetterci al nostro posto. È una violenza quotidiana che serve a ricordarci che in questo Paese non siamo al sicuro da nessuna parte”.
Passing maschile e violenza contro gli uomini trans

Nel post pubblicato dopo l’aggressione, Alec riflette anche sul passing maschile, ovvero sull’essere percepito socialmente come un uomo.
“Nel dibattito pubblico e nei media si parla quasi esclusivamente di transfobia al femminile. Questo crea una narrazione parziale che rende invisibili gli uomini transgender, e più in generale tutte le persone che rientrano sotto l’ombrello ‘transmasc’, le quali subiscono la violenza in modi diversi ma altrettanto gravi”.
Secondo Alec, essere letto socialmente come uomo non elimina il rischio della violenza, ma può modificarne le modalità.
“Il passing maschile non è uno scudo magico. Quando la società ti legge come uomo, la violenza non scompare, ma cambia codice e si sposta sul piano dell’intimidazione, della forza fisica e persino della violenza domestica”.
Una violenza che, aggiunge, viene spesso taciuta a causa delle stesse norme patriarcali, “secondo cui un uomo non soffre, non denuncia e non subisce mai. È fondamentale scardinare questo silenzio, anche per superare quell’ipocrita stereotipo liberale che idealizza le persone transmasc dipingendole semplicemente come una versione ‘migliore’ o più empatica dell’uomo cisgender, cancellandone la vulnerabilità”.
“Spiegare questo è difficile perché rompe degli stereotipi della narrazione mainstream, e so che probabilmente alcune persone mi frainteranno per questo. Serve però a far capire che il patriarcato attacca chiunque esca dai binari, usando armi diverse a seconda del corpo che ha davanti”, aggiunge.
“Noi uomini trans* e persone transmasc, al di là del passing o di una vita stealth, restiamo persone transgender in ogni ambito della nostra vita, da quella privata a quella sanitaria. Eppure, sembra un’informazione spesso dimenticata”.
Il sostegno della comunità LGBTQIA+
Dopo le due aggressioni, Alec e Arono hanno trovato sostegno soprattutto nelle persone vicine e nella comunità.
“Abbiamo la fortuna di essere circondati da molte persone che ci vogliono bene e che ci sono state vicine dopo questi brutti momenti”, racconta Arono. “Amicə, colleghə, ma anche compagnə di lotta. Il sostegno della comunità in questi casi è fondamentale”.
La difficoltà di denunciare le aggressioni omotransfobiche
Sul tema della denuncia, Alec sottolinea la sfiducia nei confronti delle istituzioni e il rischio di subire una seconda forma di violenza. “Presentare una denuncia è un percorso complesso. L’ostacolo principale non è la burocrazia, ma la totale mancanza di fiducia nelle istituzioni”.
“Come ho scritto nel post dopo l’aggressione in metro”, prosegue, “la realtà è che la polizia, in questo Paese, non ci ha mai davvero protetto. Spesso non arrivano, e se arrivano, rivolgersi alle autorità dopo un’aggressione omotransfobica significa esporsi a una seconda violenza, quella istituzionale”.
Per le persone trans, rivolgersi alle autorità può significare anche affrontare diversi pregiudizi: “Significa dover mostrare documenti che magari non corrispondono al proprio genere, subire sguardi, domande giudicanti o veder minimizzato il movente d’odio”, aggiunge Alec. “Fino a quando le questure e i tribunali non saranno spazi sicuri, e non avremo leggi a nostra tutela, la denuncia resterà un privilegio per poche persone”.
Che cosa significa violenza strutturale
Alec respinge l’idea che l’omotransfobia sia riconducibile esclusivamente ai comportamenti di singoli individui. “Violenza strutturale significa che l’omotransfobia non è il gesto folle di un singolo individuo, ma il prodotto di un sistema. È una violenza integrata nelle leggi, nella sanità, nel linguaggio dei media e nella politica istituzionale, che dà quotidianamente il permesso sociale di colpirci”.
Per una persona trans, sottolinea Alec, la violenza può iniziare molto prima di un’aggressione fisica. “Concretamente, significa che la violenza inizia molto prima di un’aggressione in strada o nei bagni. Inizia quando lo Stato ti costringe a un percorso giudiziario patologizzante e umiliante per rettificare i documenti, quando la sanità ti nega l’accesso ad una cura adeguata puntando il dito sul tuo percorso di affermazione di genere, o quando la politica usa le nostre vite come propaganda elettorale per raccogliere voti”.
Vivere gli spazi pubblici in uno stato di allerta
Alec spiega che il modo di vivere i luoghi pubblici non è cambiato dopo le aggressioni, perché una condizione di allerta era già presente. “Il nostro modo di abitare lo spazio pubblico non è cambiato, ma certamente la soglia di allerta è pre-esistente ai fatti, come conseguenza diretta di un clima politico globale che usa le nostre esistenze come campo di battaglia elettorale”.
“Certo, vedere quella violenza teorica e politica concretizzarsi fisicamente attraverso questi due episodi rende materiale quella stessa paura che ci ha spinto a costruire un ecosistema di cura insieme alla nostra comunità”, aggiunge.
Nel post Instagram, Alec affida anche una riflessione più intima alle conseguenze di una violenza ormai percepita come parte della quotidianità. Si domanda quante altre volte riuscirà a tornare a casa senza conseguenze e quanto coraggio sia necessario per continuare a costruire la propria vita in Italia.
“Mi chiedo quante altre volte mi andrà bene. Quante altre volte tornerò a casa con un livido in faccia e una rassicurazione da regalare a mia madre. Mi chiedo se, per restare qui a costruire una vita, ci vuole un coraggio che io non ho più: quello di sacrificare la propria banalità. E temo la risposta”.
Trans* Pride Milano: trasformare rabbia e dolore in cura

Alec e Arono hanno fondato insieme il Trans* Pride milanese, progetto autorganizzato, transfemminista e dal basso, nato con l’obiettivo di trasformare il dolore e la rabbia in una pratica collettiva.
“Il Trans* Pride Milano è nato dalla volontà di trasformare rabbia e dolore in amore e cura”, spiega Arono. “La violenza non ci scalfisce: ci ricorda perché abbiamo iniziato, e quanto sia ancora necessario costruire spazi sicuri”.
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